Manowar – Hail To England (1984)

1983. Usciva Into Glory Ride, l’album che per antonomasia ha definito i canoni dell’epic metal, e ha lanciato i Manowar tra i grandi dell’heavy metal a livello internazionale. Un eco importante si era avuto in Inghilterra, ma purtroppo questioni di management avevano impedito alla band di Joey De Maio di partecipare ad un lungo e già programmato tour nella terra di Albione; così, come per farsi perdonare, il gruppo americano volle dedicare addirittura un intero album al paese. Registrato in soli sei giorni (ma non per questo raffazzonato, anzi, come vedremo poi), nel luglio del 1984 veniva pubblicato così Hail To England. Inizio subito col dire che la versione in mio possesso non è la “versione originale”, bensì la riedizione del 2001 ad opera della Metal Blade e della SPV, e la differenza si nota: la copertina ha il logo del gruppo di colore argentato, invece che in giallo come nell’originale; ma la differenza maggiore è nel suono, con i bassi esaltati rispetto agli altri Manowar album del periodo, probabilmente per una scelta di rimasterizzazione.

Dopo una breve ma bella introduzione acustica, il disco comincia subito in grande stile con Blood of my Enemy, un capolavoro del più vero epic metal, nonché una canzone perfetta da tutti i punti di vista. Meraviglioso in particolare il ritornello, con i cori in sottofondo che la rendono ancora più evocativa. La seguente Each Dawn I Die, a mio avviso, è anche più bella: un riff malvagio, con il basso assoluto dominatore della scena, crea una canzone dal suono magnifico e dal mood assolutamente oscuro; ed ancora, l’assolo di Ross The Boss e il grande acuto finale di Eric Adams la rendono un capolavoro assoluto, per quanto spesso sottovalutata da moltissimi.“Quando lavoravamo a Into Glory Ride, i Metallica stavano cominciando ad apparire sulla scena, ispirando molte band a suonare veloci. Così, nella maniera true dei Manowar, abbiamo deciso di suonare più lenti. Quando abbiamo iniziato a lavorare a Hail To England, molti gruppi cominciarono a rallentare la loro musica. Così abbiamo deciso che era il momento giusto di suonare veloci”. Con questo divertente aneddoto De Maio descrive, nel libretto di questa versione del disco, la terza traccia. Kill With Power è in effetti molto rapida, ma non per questo perde epicità rispetto ai brani precedenti, epicità che si palesa specie nel ritornello; ottima anche la parte centrale di chitarra, che contribuisce a renderla il terzo capolavoro del disco. Il quarto arriva subito dopo: la title-track è un pezzo evocativo a dir poco, con un ritornello di quelli che non si dimenticano più una volta ascoltati, e una band che da il massimo in ogni singolo arrangiamento. Il testo dedicato all’Inghilterra (terra a cui la band è molto legata), come anche il rallentamento finale contribuiscono a rendere la canzone più solenne e magnificente, facendola entrare di diritto tra le gemme più splendenti dell’intera carriera dei Kings.
Army of the Immortals è un altro capolavoro, forse di poco sotto le altre di questo platter, ma giusto un pelo. Da segnalare soprattutto gli echi esotici nel ritornello e l’assolo quasi neoclassico, ma che non ha la raffinatezza di un Malmsteen ma si adatta perfettamente alla rudezza “barbara” della canzone. Ed arrivano ora, purtroppo, le note dolenti. Black Arrows è un assolo di basso di De Maio, ma è solamente una dimostrazione di velocità, dove la melodia scarseggia: decisamente è un pezzo fuori posto, in un disco dove fin’ora non si era ascoltata ancora una singola canzone sotto-tono. Fortunatamente, dura poco, e con la successiva Bridge Of Death si raggiunge, a mio avviso, addirittura il picco del disco. Una chitarra acustica accompagna la voce di un Adams delicato nella parte introduttiva, poi lo splendido riff della canzone irrompe, e l’epicità è quasi palpabile, complice anche il testo, che parla di un guerriero che arriva addirittura a scendere negli inferi, per sfidare il demonio. L’intermezzo centrale è fantastico e solennissimo, ed è preludio al finale, che riprende il riff iniziale e chiude in bellezza gli appena 33 minuti di questo gran disco.

Non posso dare un cento pieno, a questo disco, principalmente per la sua brevità e per Black Arrows, ma credetemi quando dico che questo disco, insieme al successivo Sign Of The Hammer, è probabilmente il punto più alto della carriera dei Manowar, nonché uno dei dischi più belli dell’epic metal tutto. Per questo, è assolutamente da avere per gli amanti di questo genere, ma è anche sufficientemente accessibile per essere consigliatissimo anche al semplice amante dei generi meno estremi del mondo metal. Un’ultima cosa, mia personale: dedico modestamente questa recensione al batterista di questo disco, il da poco scomparso Scott Columbus.

Voto: 96/100

Mattia

Tracklist:
  1. Blood of My Enemies – 04:13
  2. Each Dawn I Die – 04:16
  3. Kill With Power – 03:55
  4. Hail to England – 04:24
  5. Army of the Immortals – 04:24
  6. Black Arrows – 03:03
  7. Bridge Of Death – 08:58
Durata totale: 33:11
Line-up:
  • Eric Adams – voce
  • Ross The Boss – chitarra
  • Joey De Maio – basso
  • Scott Columbus – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: epic metal

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