Opeth – Deliverance (2002)

Dopo Still Life, considerato da molti il migliore dei loro album, e dopo Blackwater Park, che aveva lanciato il gruppo nell’olimpo del metal mondiale rendendoli popolarissimi a livello internazionale, gli Opeth avevano l’arduo compito di ripetersi a quei livelli altissimi, con la grave responsabilità di non poter sbagliare. Eppure la band guidata da Mikael Åkerfeldt dimostrò ancora una volta di avere tantissime idee, riuscendo addirittura a registrare due album insieme, questo Deliverance appunto, e il quasi totalmente acustico Damnation. Lasciando perdere quest’ultimo, concentriamoci ora sul primo, che è stato prodotto da Steven Wilson dei Porcupine Tree, produttore di Blackwater Park: già questo è un preambolo che infonde grande fiducia per l’ottima riuscita di questo platter.

Si inizia in grande stile con la classicamente “opethiana” Wreath, che alterna una grande cattiveria, corredata dal growl e poi nel finale dallo scream agghiacciante di Åkerfeldt che sarebbe degno di un disco black dei più spaventosi, a parti psichedeliche, ma senza quasi mai calare in potenza e affilatezza del sound. La caratteristica che salta subito alle orecchie è però un altro: l’atmosfera che permea questa canzone come tutto il disco, così particolare e così dannatamente oscura e opprimente, caratteristica che rende, a mio avviso un vero capolavoro l’album qui presente. Arriva poi il turno della title-track: Deliverance è una canzone assolutamente schizofrenica e dal mood claustrofobico, che passa da parti puramente death e aggressive a scorci melodici che definire dolci è poco, passando per bislacche parti progressive. Il culmine è il toccante ritornello, che anticipa il potentissimo ed ossessivo finale, sicuramente l’apice assoluto del disco. Senza soluzione di continuità si passa poi a A Fair Judgement, una “semi-ballad” molto emozionante e delicata (grazie anche al pianoforte suonato da Wilson), ma non per questo dal mood meno decadente, in cui la band dimostra di saper non solo pestare quanto serve, ma anche di esser validissima sul lato più melodico, riuscendo a non annoiare nei suoi dieci minuti di durata.
For Absent Friends è una breve strumentale acustica, che serve più che altro come pausa prima della prossima tempesta di riff. Puntualmente, così, arriva Master’s Apprentices, che non delude le aspettative, tra incastri di fraseggi di estrazione melodeath (ed alcuni anche con reminescenze addirittura maideniane)perfettamente riusciti e una parte centrale dall’elevato lirismo, per una canzone piena di pathos e oscura al punto giusto per essere ricordata tra i grandi classici della band. Siamo ora in dirittura d’arrivo, e non ci poteva essere finale migliore: By the Pain I See in Others è il pezzo più sperimentale dell’album, ma è anche quello più violento probabilmente. Tra parti veramente maligne, suoni distorti in maniera “telefonica”, progressivismi e l’immancabile atmosfera opprimente, in dieci minuti questo brano pone la parola fine al tenebroso viaggio introspettivo che questo album ci ha fatto fare. Eppure, non è ancora finito: due minuti dopo la fine effettiva di questo brano, una voce orientaleggiante erompe nell’aere: è in realtà una parte delle vocals della traccia precedente, mandata al contrario e filtrata, e rende il tutto ancora più particolare.
Finito ora il disco, viene quasi la voglia di premere play di nuovo, e riascoltarlo, tale è il suo valore. In definitiva, la conclusione è che questo disco è davvero un capolavoro, il migliore , a mio avviso, nella comunque grande carriera del gruppo svedese. In virtù di ciò, direi che quest’album è grandemente consigliato a tutti, anche a coloro che, come me, non sono dei fanatici di generi quali il death metal.

Voto: 100/100
Mattia
Tracklist:
  1. Wreath – 11:10
  2. Deliverance – 13:36
  3. A Fair Judgment – 10:24
  4. For Absent Friend – 02:17
  5. Master’s Apprentices – 10:32
  6. By the Pain I See in Others – 13:51
Durata totale: 01:01:50
Line-up:
  • Mikael Åkerfeldt – voce e chitarra
  • Peter Lindgren – chitarra
  • Martìn Méndez – basso
  • Martin Lopez – batteria e percussioni
Genere: death/progressive metal
Sottogenere: extreme progressive metal

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