Cirith Ungol – Frost And Fire (1980)

Non credo di esagerare se dico che i Cirith Ungol sono uno dei gruppi più sottovalutati nel mondo dell’heavy metal. Il loro capolavoro, King of the Dead, è probabilmente uno dei dischi più belli che gli anni ’80 ci abbiano regalato, almeno nel parere di chi scrive, e nessuno degli altri lavori è deprecabile. Sempre a mio avviso. Ma facciamo un passo indietro: la band nasce nel 1972 come Titanic, e negli anni cambia più volte formazione e anche il monicker, assumendo infine quello definitivo, di ispirazione Tolkeniana. Finalmente, nei primi mesi del 1980 la band riesce a entrare in studio e nell’aprile di quello stesso anno fa uscire Frost and Fire. La disamina comincia subito dalla copertina, illustrata dall’artista Michael Whelan, raffigura Elric di Melniboné, il che è già una premessa più che buona all’atmosfera dei primi due brani del disco. 
Si aprono le danze subito al meglio con Frost and Fire, un pezzo epic molto mutevole, che anticipa l’epopea di King of the Dead. Il sound delle chitarre è lisergico, e la prova quasi sgraziata ma fenomenale di Tim Baker dietro il microfono sono un marchio di fabbrica, nel sound della band. Sulla stessa falsariga prosegue la seguente I’m Alive, che si divide tra sfuriate cattive e oscure parti acustiche, che lo rendono quasi più epico della title-track; degna di nota anche la parte solistica, ancora una volta assolutamente eccellente. A Little Fire pone fine alla parte più propriamente epic metal del platter, ed è un pezzo strano con un ritornello catchy, ma nulla di che, sicuramente l’episodio filler del disco. Ci si riprende però alla grande con What Does It Take, un mid tempo in cui il basso pulsante la fa da padrone, e nel quale una sinistra tastiera crea un’atmosfera particolare.

Edge of a Knife è un pezzo dell’heavy metal più classico, e nonostante non faccia gridare al miracolo è uno dei pezzi più coinvolgenti e validi del lotto; nota di merito per il testo, che è quello di un inno all’heavy metal più puro. La segue l’altrettanto valida Better Off Dead, un nuovo pezzo in cui il basso di Flint la fa da padrona sorreggendo un ritmo strano mentre le chitarre disegnano grandiosi assoli, specie nella parte centrale; a coronare il tutto c’è un ritornello catchy e dal retrogusto vagamente priestiano. La conclusione è quindi affidata a Maybe Thats Why, il cui testo, profondo e toccante, non viene cantato affatto, rendendola di fatto una strumentale semiacustica dal grande pathos, nonché di immenso valore. Il disco sarebbe finito qui, ma nella mia versione rimasterizzata è presente una bonus track, niente di meno che una versione live della tetra ed epica Cirith Ungol, suonata in maniera assolutamente eccelsa.

Tirando le somme, abbiamo qui un disco realmente epic metal solo nei due brani iniziali, ma questo fatto non sminuisce il valore intrinseco del disco, al contrario; il resto dell’album è un valido esempio di hard ‘n’ heavy dal sound settantiano, come appena esposto; nel complesso l’album non sarà un capolavoro ma è di fatto ottimo. Mi sento, in virtù di ciò di consigliarlo a qualsiasi amante dell’heavy metal classico, nonché agli amanti della band, che lo troveranno comunque validissimo.

Voto: 89/100
Mattia
Tracklist:
  1. Frost and Fire – 03:35
  2. I’m Alive – 04:58
  3. A Little Fire – 03:46
  4. What Does It Take – 03:37
  5. Edge of a Knife – 04:29
  6. Better Off Dead – 04:46
  7. Maybe That’s Why – 06:15
  8. Cirith Ungol (live) (bonus track) – 08:19
Durata totale: 39:46
Line-up:
  • Tim Baker – voce
  • Jerry Fogle – chitarra
  • Greg Lindstrom – chitarra
  • Michael “Flint” Vujejia – basso
  • Robert Garven – batteria
Genere: heavy metal

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