Turisas – The Varangian Way (2007)

I variaghi, conosciuti anche come vareghi, erano quei vichinghi che – per scelta o per caso – finirono per conquistare e fare proprio l’Est Europa da Novgorod a Costantinopoli. Spesso partiti in cerca di condizioni migliori, questi uomini lasciavano la propria terra natìa rompendo le tradizioni (che imponevano invece di rimanere presso la propria casa per collaborare al miglioramento della società) per navigare i mari e portare guerra e commercio in terre straniere. All’epoca le due cose non erano così differenti, tanto che i principali partner commerciali dei popoli scandinavi erano proprio le terre conquistate dai vichinghi. Erroneo sarebbe chiamare “vichinghi” i popoli: i vichinghi (da vìk, “baia”, col suffisso -ingr per indicare gli insiemi di persone e i popoli) erano letteralmente i “popoli delle baie” o, più correttamente, “predoni che arrivano nelle baie” – dunque ristretti gruppi di persone e non interi popoli.

The Varangian Way, letteralmente “la via del variago”, è il secondo album della band finlandese Turisas. Dopo un esordio scoppiettante con Battle Metal, in cui la band definisce sin da subito il proprio genere ed il proprio ambito culturale e musicale, i Turisas hanno sfornato un concept album in cui è proprio il viaggio di un vichingo di nome Hakon (di quale nazionalità non è dato sapere) il cardine attorno a cui ruota tutto l’album in un susseguirsi di avventure e di domande.

La partenza è decisa: non ci sono ripensamenti possibili, la vela è già spiegata. To Holmgard and Beyond, “a Novgorod ed oltre”. Cosa ci si lascia dietro, quando si parte? Che cosa riserva il viaggio? Ricchezze, fama ed avventure sono una motivazione sufficiente per partire, anche se non si sa quale sia il proprio passato né il proprio nome reale… Le Norne continuano a tessere le tele del destino secondo “causa ed effetto, l’algoritmo delle nostre vite”. La nave del capitano Ingvar, tuttavia, procede senza intoppi sino a Holmgard attraverso fiumi e foreste. Momenti di esaltazione, accompagnati da un ritmo veloce e da tastiere, cori e chitarre dai toni “eroici”, cedono il passo a momenti in cui anche gli strumenti rimandano ad una riflessione profonda su di sé e sul proprio ruolo nel mondo, nonché sulla più classica delle domande: chi sono, io?

A Portage to the Unknown ci trasporta direttamente nelle fredde foreste delle pianure dell’Est Europa: alberi, laghi ed erba prendono il posto delle onde, le navi diventano slitte. Iniziano le scorribande, nonché le fatiche di una terra sconosciuta ed ostile in cui non ci sono fiumi e la nave dev’essere trasportata via terra. Nonostante il duro impegno e l’ardua lotta, le domande continuano a tornare: chi sono io, con un simbolo sul petto che è l’unica guida nel mio viaggio? Chi sono io, uomo la cui vita è stata solo inganni e bugie? Non c’è risposta, ma i venti del Nord soffiano come ad indicare un appoggio da parte degli dèi. Accompagnati da una musica imponente e maestosa, i variaghi procedono fino a raggiungere il Dniepr e ricominciare a navigare. Numerosi i momenti eroici, accompagnati da cori maestosi e da tastiere che innalzano il livello di complessità e di sensazione di trovarsi di fronte ad un poema epico moderno – ad una saga in musica.

Tuttavia è proprio il tema della saga che porta al brano Cursed be Iron: tratto dal poema nazionale finlandese, il Kalevala, il brano è una maledizione verso il ferro e verso le spade che da esso si ricavano. Un ritmo duro e calzante ci accompagna in questa maledizione assieme agli strumenti rabbiosi che donano ancora più ferocia alla voce. La voce, elemento portante della canzone, passa da stati di relativa calma ad esplosioni di furia rabbiosa per poi tornare a toni più pacati, accompagnata dai restanti strumenti che ne ereditano e fortificano l’espressione e la forza.

Il viaggio prosegue, e la compagnia vichinga si trova in campi d’oro (Fields of Gold): i nostri eroi combattono tra campi dorati continuando ad avanzare verso la loro meta in un paesaggio che sembra sempre uguale, accompagnati da musica passa da momenti epici a momenti di relativa calma e tranquillità.

In the Court of Jarisleif è una nuova tappa nel viaggio della compagnia varega, in cui a prevalere sono le allegre note della fisarmonica e delle chitarre che inneggiano ai festeggiamenti e ai bagordi alcolici in compagnia – “è tempo di brindare al nostro generoso ospite, Jarisleif!”. Le fisarmoniche, i violini e le chitarre si lasciano andare ad un ballo sfrenato che sa molto di festa pagana per festeggiare avvenimenti fausti – la primavera, l’estate, il raccolto. L’atmosfera allegra e alcolica si respira in ogni momento di questa piacevole pausa tra mille peripezie.

Arriva però un momento difficile: saranno Five Hundred and One (cinquecentouno) uomini a partire, poiché Nordbrikt ha concesso 500 uomini forti per arrivare fino a Costantinopoli ed accompagnare Hakon nella sua ricerca della propria identità. Che fare? Proseguire nel viaggio oppure tornare indietro? È come nuotare in mezzo al mare senza vedere la riva ed essere già stanchi: o si va avanti o si perisce. Allora Hakon si alza dal letto dove non riesce a prendere sonno e prende una decisione: andrà fino a Costantinopoli. E anche se la compagnia ha condiviso molti momenti di gioia e di dolore nel viaggio, è giusto che Hakon prosegua nella sua ricerca. Quindi 501 uomini si allontanano, tutti eccitati e con grandi speranze per il futuro. Un corno suona dalla prua di una nave, ed il viaggio in barca riprende. Destinazione: Miklagard!

Ma è proprio durante questa ultima tratta del viaggio che si sente un terribile frastuono: sono le rapide del Dniepr che si avvicinano! Il titolo del brano è proprio The Dnieper Rapids: i vichinghi cercano di evitare i massi, i mulinelli e tutti gli altri pericoli, ma Karl cade dalla barca e perisce… Nonostante la perdita, i cinquecento uomini arrivano alla fine del viaggio e rimangono estasiati: ciò che tutti loro hanno sognato e in cui hanno riposto le loro speranze è ora davanti a loro.

Gli scintillanti tetti dorati della Seconda Roma si stagliano davanti agli occhi dei viaggiatori: le cupole dorate, le colline su cui sorge la città, i marmi, le architetture imponenti – tutto rimanda ad un potere immenso e ad una opulenza inimmaginabile per uomini vissuti in capanne di argilla e torba. L’Est e l’Ovest si incontrano in un insieme di colori mai visto, e così le genti. Tuttavia la magnificenza della città non può far dimenticare ad Hakon il motivo del suo viaggio: il simbolo che ha sul petto, l’unico legame col suo misterioso passato, continua a ricordargli che lui è “un fiume senza fonte”. Il viaggio alla ricerca di se stessi deve continuare, perchè un fiume senza fonte non può esistere, così come un io senza un passato. “Verso Holmgard ed oltre! Arruolati con noi!” è stato l’invito a partire, e Hakon è arrivato oltre. Con la canzone più bella, più carica di epos e più toccante dell’album Hakon descrive la città dell’Imperatore – quella che in slavo è chiamata “Tsargrad” (città di Cesare, dell’Imperatore). Ai cori si alternano spezzoni di chitarre e momenti più tranquilli in cui Hakon riporta ciò che vede e quelli che sono i suoi conflitti interiori, mentre le tastiere contribuiscono ad innalzare il tono del brano fino a renderlo uno dei capolavori assoluti del genere – un vero “must” per gli appassionati.

L’album nella sua interezza è un piccolo capolavoro, una perla preziosa che passa da brani profondi ed “impegnati” – quasi filosofici, in certi tratti – fino a brani festaioli e spensierati, in un caleidoscopio di sonorità e di testi che prova la grande capacità artistica e tecnica dei Turisas ancor più di quanto già fatto con Battle Metal. Anche se la musica è più che degna di nota e presenta dal lato puramente tecnico momenti notevoli, a mio parere l’aspetto musicale è un complemento (seppur essenziale) ai testi che sono il vero fulcro di questo concept album. Il viaggio, inteso come viaggio “esterno” ma soprattutto e quasi esclusivamente “interno”, è il centro di tutto il platter. Il viaggio di Hakon è sì un viaggio per l’Europa dell’Est, ma è soprattutto un viaggio interiore alla ricerca di se stesso e delle sue origini – come ogni viaggio di un certo calibro dovrebbe essere. Il mio legame con la Scandinavia, terra magica e selvaggia, mi rende ancora più cari questi temi che sento miei come pochi, e che sono a parer mio uno dei principali motivi per viaggiare e – in ultima analisi – per vivere.

Voto: 98/100

Riccardo

Tracklist:

  1. To Holmgard and Beyond – 05:17
  2. A Portage to the Unknown  – 04:50
  3. Cursed Be Iron – 05:03
  4. Fields of Gold – 04:34
  5. In the Court of Jarisleif – 03:17
  6. Five Hundred and One – 06:18
  7. The Dnieper Rapids – 05:20
  8. Miklagard Overture – 08:18
Durata totale: 42.57
Line-up:
  • Warlord Nygård – voce, programmazione, tastiere
  • Jussi Wickström – chitarre acustiche e elettriche
  • Olli Vänskä – violino
  • Janne “Lisko” Mäkinen – fisarmonica
  • Hannes Horma – basso
  • Tude Lehtonen – batteria e precussioni
Genere: symphonic/folk metal
Sottogeneri: viking metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Turisas

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