Led Zeppelin – Untitled (1971)

Se l’heavy metal vero e proprio è stato inventato senza dubbio dai Judas Priest, è altrettanto evidente che l’hard rock, il suo diretto predecessore, è stato praticamente creato dai Led Zeppelin. Certo, c’erano stati già i The Who e i Creamche per primi avevano appesantito il loro rock, e c’era stata la celebre Helter Skelter dei Beatles che già prefigurava le atmosfere dell’hard più pesante e dei generi che ne erano discesi, ma nessuno aveva mai composto un intero album veramente hard rock; nemmeno gli stessi Zeppelin, all’inizio, visto che il primo disco omonimo, uscito nel gennaio 1969, ha sonorità molto blues, per quanto l’hard venga fuori spesso. Per fortuna, quello stesso anno, il supergruppo formato da Robert Plant alla voce, Jimmy Page alla chitarra, John Paul Jones al basso e John Bonham alla batteria se ne uscì con il grezzissimo e potente Led Zeppelin II, che sancì la definitiva nascita del nuovo genere hard rock, prima ancora di altri padri del genere come i Deep Purple e i Black Sabbath. L’anno dopo, la band diede alla luce l’anomalo Led Zeppelin III, i cui brani sono quasi tutti acustici; per questo, esso fu all’epoca accolto dalla critica come un indebolimento della band inglese, al punto che quest’ultima decise di non promuovere con un tour l’album e di entrare direttamente in studio per registrare il suo successore. Per il nuovo disco, la band chiede all’etichetta la libertà più totale: ecco così che venne deciso, nel massimo anticonformismo possibile, di tornare nei negozi con una copertina anonima, senza logo o titolo, e senza alcuna forma di promozione. Eppure, l’album Untitled avrebbe avuto un enorme successo, al punto da essere considerato l’album per antonomasia dei Led Zeppelin.
L’apertura è per il riff stupendo di Black Dog, che si ripete diverse volte ma senza annoiare. Il ritmo è lento, e la chitarra di Page, squisitamente blues ma anche dura, crea un pezzo mastodontico. Degna di nota anche la prestazione di Plant dietro al microfono, la cui voce che si alterna in un botta e risposta con gli strumenti. Il titolo della seguente Rock and Roll dice tutto, essendo essa un pezzo veloce, pieno di carica, con un riff spettacolare, sicuramente il pezzo più pesante del disco, e anche, a mio avviso, uno dei più grandi brani del platter e della storia della band. Nota di merito per il pianoforte scatenato nel finale, come anche per il breve ma bello assolo di John Bonham in coda. In contrasto con l’hard rock dei brani precedenti, The Battle of Evermore si presenta come un pezzo dal gusto folk, in cui solo il mandolino e la chitarra acustica dominano, ma che nonostante questo riesce a donare emozioni come poche, merito dell’atmosfera antica che viene creata dagli strumenti, e da Robert Plant, che qui duetta con la cantante Sandy Danny. Ciliegina sulla torta, il bellissimo testo, infarcito di riferimenti fantasy, talmente evocativo da fare immaginare appieno quello che narra, con il pathos che raggiunge l’apice sul “Bring it back” finale.
Un paragrafo a parte merita sicuramente Stairway To Heaven: è il pezzo più noto e più classico dei Led Zeppelin, senza dubbio; chi infatti non l’ha mai ascoltata?Nonostante questa sua immensa “fama”,  però, il brano non è affatto sopravvalutato, al contrario: dall’inizio molto soft accompagnato dal flauto fino al bellissimo assolo e alla parte finale relativamente pesante, passando per la progressione inarrestabile al centro della canzone accompagnata dalla maestrale interpretazione chitarristica di Jimmy Page, il brano riesce ad emozionare in una maniera inusitata, creando un’atmosfera eterea tanto rara da trovare, quanto bella e preziosa.
Si torna all’hard rock più propriamente detto con Misty Mountain Hop, un brano abbastanza particolare, specie nel cantato di Plant, la cui voce riecheggia in maniera strana nelle strofe; gli strumenti suonano una basa piuttosto ripetitiva, ma che risulta piacevole, invece che monotona. La successiva Four Sticks consta di hard rock abbastanza psichedelico, che si fa ammirare soprattutto per lo strano ritmo della batteria di Bonham, infarcito di virtuosismi che il batterista inglese suonava con quattro bacchette, da cui il titolo. Con  Going to California si torna al altro brano totalmente acustico; questo ha qualche buono spunto che però non riesce a emozionare come le ballad precedenti. Nel complesso, è un brano piacevole, ma anche un episodio che definirei il filler del disco, comunque. La conclusiva When the Levee Breaks è un lungo finale blues hard rock, una cover della blueswoman Memphis Minnie per la precisione, in cui l’armonica a bocca di Plant domina insieme all’ormai immortale chitarrismo di Page; nonostante non sia all’altezza delle canzoni della prima parte del disco, comunque svolge il suo compito di closer track alla perfezione.
In definitiva, siamo qui davanti al capolavoro assoluto dei Led Zeppelin, oggettivamente, benché soggettivamente io preferisca Led Zeppelin II, a dire il vero. Non posso dare il voto massimo, perché la seconda metà è si bella ma non esaltante come la prima; tuttavia, proprio quest’ultima meriterebbe un cento, per quanto è valida. Perciò il voto è novanta, una media tra il voto pieno appena citato e l’ottanta che vale la seconda parte; ma fidatevi, nonostante non abbia il massimo voto, questo disco non vi può certo mancare!
Voto: 90/100
Mattia
Tracklist:
  1. Black Dog – 04:57
  2. Rock and Roll – 03:40
  3. The Battle of Evermore – 05:52
  4. Stairway to Heaven – 08:03
  5. Misty Mountain Hop – 04:38
  6. Four Sticks – 04:45
  7. Going to California – 03:31
  8. When the Levee Breaks – 07:08
Durata totale: 42:39
Line-up:
  • Robert Plant – voce e armonica
  • Jimmy Page – chitarre
  • John Paul Jones – basso, mandolino, organo, pianoforte
  • John Bonham – batteria e percussioni
Genere: hard rock
Sottogenere: hard rock classico

Potrebbero interessarti anche...

2 risposte

  1. Tore ha detto:

    Anch'io avrei (con contenuti diversi, bisogna pur precisare) potuto fare una recensione di tal livello. Il che è tutto dire. Si tratta in tutta evidenza di una visione di heavymetallaro messo a recinsire un album oggi definito storico. Dei Led Zeppelin. Ascoltato quasi per dovere e recinsito allo stesso livello. Io dal mio basso livello letterario, ma dall'alto della mia età, che con tale album ci sono quasi cresciuto (diciamo conosciuto bene solo una mezza dozzina di anni dopo) e che ho amato a diversi livelli per anni. Stancandomi quasi, a forza di alcoltarli, di certi pezzi e amando alla follia, sottovalutati da molti, tale articolo mi ha lasciato uno zero assoluto. 'When The Levee Breaks'…nonostante non sia all'altezza delle canzoni della prima parte', sbolognata così…sono allibito.

  2. Mattia Loroni ha detto:

    Sono sicuro anche io avresti potuto \”recinsire\” una \”recinsione\” (o \”recinzione\”?) molto meglio della mia. Senza dubbio, guarda XD . A parte questo, ti do ragione sul fatto che le mie recensioni di così tanto tempo fa siano un po' spoglie, rispetto a quelle molto più ricche che scrivo oggi. Infatti, recensissi oggi i Led Zeppelin, parlerei molto più a lungo di ogni singola canzone. Ma anche così, non penso che il risultato ti piacerebbe. Sai com'è: mi rivolgo a persone che sanno che le opinioni di una recensione sono strettamente personali e che non prendono frase estrapolate dal contesto per costruirci sopra critiche insulse (ti sei accorto che dico che \”When the Levee Breaks è comunque molto valida? No, vero XD?). E che, soprattutto, riescono a capire che una recensione da 90/100 in cui è ripetuto che il disco è un capolavoro non è una recensione negativa – anche se ammetto che non è da tutti: dopotutto, bisogna saper leggere per riuscirci ^_^ . Comunque, a parte questo grazie per il commento. Avevo bisogno di una risata oggi pomeriggio ^_^ .

Aggiungi il tuo commento