Cathedral – The Carnival Bizarre (1995)

Non credo che nessuno possa mettere in dubbio l’importanza dei Cathedral all’interno dell’intero scenario doom metal. Pur essendo stata fondata solo nel 1989, ben dopo l’ascesa dei primi mover della scena (Candlemass, Pentagram, Saint Vitus, The Obsessed, Trouble), la band di Coventry comunque non sfigura, avendo intrapreso una carriera più che onesta, piena di ottimi dischi. Dopo un album molto lento e doom influenzato anche dal death, Forest of Equilibrium, dal ’93 il gruppo fondato da Lee Dorrian e Gaz Jennings passa ad un immagine quasi “hippie”, e il sound, dall’album di quell’anno, The Ethereal Mirror, diventa più psichedelico, e più vicino al sound originale dei Black Sabbath, per quanto sia comunque metal al cento percento, con tutti i crismi del genere. Sulle stesse coordinate stilistiche si muove anche il platter successivo, del 1995, due anni dopo: questo The Carnival Bizarre, appunto. Non si può, recensendo questo disco, prescindere dall’artwork apribile firmato da Dave Patchett, che mostra molto di più della copertina, un capolavoro surrealista di complessità pieno di centinaia di particolari tutti da scoprire, sinceramente una delle più belle opere d’arte mai viste per un disco metal.
L’inizio è coi fiocchi, visto che la opener Vampire Sun presenta tutto quello che un fan del doom classico può desiderare, ossia un incastro vincente di riff pesantissimi, profondi e anche in qualche modo psichedelici, che più sabbathiani non si potrebbe; ciliegina sulla torta la voce di Dorrian, aspra e grezzissima, ma anche adatta alla proposta del gruppo. La seguente Hopkins (Thr Witchfinder General) è una delle canzoni che farei ascoltare per descrivere cos’è lo stoner doom classico. Potente, compatta, in qualche modo oscura anche per merito degli spezzoni di film in essa inseriti, ma senza perdere quell’atmosfera quasi scanzonata che permea praticamente tutto il disco e distingue la band inglese da tanti altri gruppi del genere, la canzone si rivela una perla assoluta. Arriviamo poi a Utopian Blaster, grandioso brano dal rifferama principale pesantissimo, puro godimento doom, che riesce ad essere sia psichedelico (specie nella splendida parte centrale) che dannatamente potente e veloce. Nota di merito anche per l’assolo, suonato niente di meno che da sua maestà Tony Iommi. Una tastiera tenebrosa intona una melodia poi ripresa dalla chitarra squisitamente sabbathiana, che conduce a Night of the Seagulls, un buonissimo pezzo a tinte abbastanza fosche (a parte il ritornello, energetico e leggermente evocativo), lento e ossessivo, condito dalle vocals di Dorrian, qui particolarmente cupe. La title-track, Carnival Bizarre è un’altra canzone simbolo dello stoner doom, che sfata tante leggende sul genere: ad esempio il fatto che il doom sia sempre triste, visto che questa canzone ha uno dei riff più esplosivi e quasi festaioli che abbia mai sentito, a dispetto della pesantezza estrema, ancora una volta. L’alternanza tra le parti con questo riff e altre più riflessive e solenni, e la conclusione atmosferica con un grande assolo, generano un affresco complesso, unico, emozionante e bellissimo, sicuramente il pezzo migliore di un album già di per se validissimo.
Ennesimo riff potentissimo e ben riuscito per l’inizio di Inertias’ Cave, poi subentrano le strofe, piuttosto particolari, insistenti e in qualche modo dissonanti, ma non per questo meno piacevoli; il tutto viene coronato dal bel ritornello, molto orecchiabile, che si imprime subito nella mente dell’ascoltatore. Bello anche il finale, in cui viene riletto  il riff principale di Moby Dick dei Led Zeppelin in maniera pesantissima ma superlativa. L’inizio di Fangalactic Supergoria può trarre quasi in inganno, essendo addirittura epico, poi il pezzo si sviluppa in maniera strana, assolutamente non convenzionale, tra soliti (e solidi) riff stoner, assoli bizzarri, tastiere che ricordano lo space rock degli Hawkwind, cantato urlato e disarmonico. In definitiva, un brano alquanto stravagante, ma tutto sommato piacevole. Dopo due pezzi così eccentrici, ne arriva uno che lo è ancor di più, se possibile, trattasi di Blue Light. Il brano è infatti un’atipica ballata psichedelica, costituita  da un sottofondo sinfonico su cui si innesta una base metal melodica, mentre la voce di Dorrian qui diventa inaspettatamente dolce. La successiva Palace of Fallen Majesty è il ritorno al metal più convenzionale, per quanto sia sempre nello stile personale della band. Essa si rivela un pezzo lento, dall’incedere quasi epico ed inarrestabile, che accelera prepotentemente in occasione della parte centrale, per poi rallentare di nuovo moltissimo, diventando solenne, ed echeggiando in qualche modo Hand of Doom dei Sabbath. In evidenza, ancora una volta, il chitarrismo prepotente di Jennings, veramente da urlo in ogni singolo riff o passaggio. Esso domina anche nella conclusiva Electric Grave, in cui convivono melodie di chitarra deliziosamente pesanti e in qualche modo malinconiche, potenti riff puramente doom, fino a che la musica svanisce nel silenzio. E’ solo un momento, però, perché subito dopo si riprende, prima in maniera acustica, ma più tardi con dei riff particolarmente soddisfacenti e con un assolo magnifico.  Finale appropriato, dunque, per questo capolavoro.
Alla fine di questi 62 minuti che non fanno assolutamente sentire la propria lunghezza, e scorrono anzi rapidissimi, si possono finalmente tirare le conclusioni: abbiamo qui un album sfavillante, un masterpiece assoluto del doom metal, che saprà fare la felicità di tutti i fan del genere. Se avete amato i primi Black Sabbath, compratelo, e vedrete che non ve ne pentirete.
Voto: 100/100
Mattia
Tracklist:
  1. Vampire Sun – 04:06
  2. Hopkins (The Witchfinder General) – 05:18
  3. Utopian Blaster – 05:41
  4. Night of the Seagulls – 07:00
  5. Carnival Bizarre – 08:35
  6. Inertias’ Cave – 06:39
  7. Fangalactic Supergoria – 05:54
  8. Blue Light – 03:27
  9. Palace of Fallen Majesty – 07:43
  10. Electric Grave – 08:25
Durata totale: 01:02:48
Line-up:
  • Lee Dorrian – voce
  • Gaz Jennings – chitarre, tastiere
  • Leo Smee – basso
  • Brian Dixon – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: stoner doom metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento