Witchery – Symphony for the Devil (2001)

Ogni tanto, mi piace acquistare un album senza conoscere precedentemente il gruppo (specie nel mio negozio di fiducia, dove si trovano grandi offerte a tre o quattro euro), giusto per provare a scoprire qualcosa di nuovo e sentire il brivido del rischio. Così, due o tre anni fa, ricordo che sul bancone del negozio incontrai un disco il cui monicker era Witchery, mai sentito, e il titolo era Symphony for the Devil. La copertina era davvero anonima, non perché fosse orribile (anche se non è proprio questo capolavoro), ma proprio nel senso che non dava alcuna indicazione sul contenuto reale dell’album. Certo, feci delle supposizioni: pensai innanzitutto che poteva essere un gruppo hard rock da strada, forse con influenze southern, da cui lo scheletro di copertina; in alternativa, pensai che poteva essere heavy metal classico, nient’altro, puro e semplice; infine, ipotizzai che potesse essere un disco di power di quello particolarmente aggressivo, ma magari anche sinfonico. Incuriosito di capire qual’era la risposta esatta, comprai il disco e corsi a casa, dove scoprii che mi sbagliavo di grosso. Lo stile era infatti qualcosa di inaspettato, dell’ottimo thrash/black metal. Ne era valsa la pena? Come vedremo la risposta è si, e mi appresto a spiegare il perché, ma prima qualche nota biografica. Gli Witchery sono una band svedese che si può definire quasi all-star: nati dalle ceneri del gruppo di culto Satanic Slaughter (il cantante, i due chitarristi e il batterista da lì provengono), e con l’aggiunta di Sharlee D’Angelo al basso (che ha militato tra gli altri nei Mercyful Fate, negli Arch Enemy e nei Spiritual Beggars), si formano nel lontano 1997. Dopo due album in due anni (’98 e ‘99), il 2001 vede l’uscita della loro terza fatica, appunto Symphony for the Devil.

Rumori ambientali introducono The Storm, prima che parta il veloce pezzo vero e proprio, già abbastanza esemplare dello stile della band, il quale mixa potenti riff e passaggi prepotentemente thrash con atmosfere oscure molto black metal, che si esplicano in un gusto per le melodie tenebrose e la voce screaming del cantante Toxine. Ottimo il ritornello, molto cantabile nonostante l’estremità della proposta, e buonissima partenza. Mood buio e quasi blasfemo, e riffage particolare, pesante ma anche, in qualche modo, classicheggiante caratterizzano la consecutiva Unholy Wars, che non sarà un capolavoro epocale, ma a mio avviso non si potrebbe francamente voler di più, da un brano metal, che le particolarità appena elencate. Un breve intro, poi si parte, con Inquisition, mid tempo, che alterna gelido riffage black, e, nel ritornello, riff quasi groove pieni di potenza,che contribuiscono ad un altro buon pezzo. Omens è un brano pieno di armonizzazioni, che ricorda vagamente gli Immortal del periodo Sons of Northern Darkness, pur essendo meno atmosferico e più d’impatto, visti comunque gli onnipresenti potenti riff di Patrik Jensen. Ottima la breve parte finale, carica di groove cupo. Arriviamo così a Bone Mill, una strumentale schiacciasassi, degna del nome che porta, quasi tre minuti di puro thrash, prima di risprofondare nelle atmosfere tenebrose del disco. None Buried Deeper… è l’ennesimo pezzo non eccelso ma più che discreto; questo qui consta in riff granitici e soprattutto in un assolo di gran gusto melodico.

Wicked è una killer speed track che spicca anche nell’omogeneità del disco, essendo un pezzo quasi slayeriano, dall’incedere furioso, che si consuma in poco tempo ma lascia un’ottima impressione anche in un ascoltatore non proprio concentrato. La successiva Called for by the Death è un mid tempo possente, cadenzato, un po’ dispersivo ma che presenta spunti abbastanza buoni, certamente non un episodio filler. Degna di essere citata la prestazione di D’Angelo allo sferragliante basso, veramente superlativa. Arriviamo al capolavoro assoluto di un disco già di per se valido con Hearse of the Pharaohs. Brano lento, marziale, con un riff strascicato, cupo, vagamente orientaleggiante, stupendo, sul quale viene tessuto un grandissimo assolo di Richard Corpse; poi il pezzo diventa ancor più claustrofobico, prima di una breve pausa, il preludio al frenetico finale che fa proprio immaginare un mistico viaggio verso l’aldilà, nonostante l’assenza totale del cantato. Segue Shallow Grave, canzone se vogliamo un po’ più deboluccia, forse un pochino banale, ma che nonostante ciò si lascia ascoltare con piacere, grazie anche al solito riffage di qualità. I maschi riff e le melodie, possenti ma anche in qualche modo sognanti contribuiscono a creare Enshrined, l’ennesimo brano riuscito. Ottima, come in gran parte del disco, la prestazione di Martin Axenrot dietro le pelli. L’ultimo brano, The One Within, è anche l’anello più debole della catena, il vero brano filler del disco, il quale si conclude sottotono ma non è rovinato da questo piccolo passo falso.

In definitiva, abbiamo qui un platter certamente non capolavoro, ma che risulta comunque più che buono, inaspettatamente. Se volete passare quasi cinquanta minuti con atmosfere nere e ferali, come anche con arcigni riff thrasheggianti, questo disco farà sicuramente per voi: dategli una possibilità, non ve ne pentirete!

Voto: 81/100

Mattia

Tracklist:
  1. The Storm – 03:34
  2. Unholy Wars – 03:12
  3. Inquisition – 03:57
  4. Omens – 04:30
  5. Bone Mill – 02:41
  6. None Buried Deeper… – 03:58
  7. Wicked – 02:59
  8. Called for by the Death – 04:58
  9. Hearse of the Pharaohs – 05:07
  10. Shallow Grave – 04:24
  11. Enshrined – 04:15
  12. The One Within – 03:14
Durata totale: 46:49
Line-up:
  • Toxine – voce
  • Richard Corpse – chitarra solista
  • Patrik Jensen – chitarra ritmica
  • Sharlee D’Angelo – basso
  • Martin Axenrot – batteria
Genere: thrash/black metal

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