Candlemass – Nightfall (1987)

I Candlemasssono certamente uno dei gruppi più validi dell’intero movimento doom metal, oltre ad essere anche, senz’altro, la band del genere più noto. Fondati nel 1984 dal bassista e mastermind Leif Edling, il gruppo svedese arriva al primo disco solo due anni dopo, nel 1986. L’esordio è folgorante: Epicus Doomicus Metallicus, sei tracce di puro metal sabbathiano ed epico, così notevole ed affascinante da dare il nome all’intero doom metal, e al proprio sottogenere epic doom. A quel punto, era difficilissimo far di meglio, visto il pregio dell’esordio, ed anche per colpa dell’incognita che rappresentava il cambio di formazione che li aveva coinvolti, con l’entrata di ben tre nuovi membri; ma i Candlemass riuscirono comunque nell’impresa, sfornando l’anno successivo quello che è indubbiamente il loro masterpiece assoluto: era nato Nightfall, l’album che definisce definitivamente cosa il doom metal deve essere, ovvero riff sabbathiani pesantissimi ed oscurità. L’eccellenza di questo album si nota sin dalla cover: non è un’artwork creato appositamente per il disco, ma un meraviglioso dipinto del pittore romantico anglo-americano Thomas Cole che fa parte del ciclo pittorico The Voyage of Life, intitolato The Old Age, e descrive appunto, allegoricamente, la vecchiaia, l’età in cui la vita dell’uomo giunge alla sua conclusione naturale. Questa è una scelta che forse può sembrare strana, ma essendo il quadro oscuro, pieno di significato, e pregno di sensazioni di morte, come vedremo non ci poteva essere una cover migliore, per un album di questa foggia.

Si inizia con Gothic Stone, che è corale, d’atmosfera, giusto un’intro adatto a inserirci nel mood cupo del disco. La prima canzone vera e propria è The Well of Souls, un brano mutevole, epico, doom al massimo, cattivo ma anche colmo di una qualche forma di tristezza, atmosferico, in qualche modo magico. Grandioso l’assolo di chitarra di Lars Johansson, come gigantesca si rivela la prestazione del nuovo frontman (subito diventato il cantante per antonomasia) Messiah Marcolin alla voce, evocativa e quasi lirica. La seguente Codex Gigas è una strumentale breve ma maestosa e molto cupa, che ripete lo stesso oscuro tema per più volte, ma senza stancare, anzi, coinvolgendo l’ascoltatore. Arriviamo quindi ad uno dei pezzi più belli mai prodotti dai Candlemass e dal doom in generale, senza dubbio, At the Gallows End. Si parte lentamente, con un tempo lento, solenne, colmo di pathos, massiccio, poi si accelera prepotentemente, in un’alternanza di parti lente ed altre più cattive, dove i riff incontaminatamente doom incidono meravigliosamente; il tutto culmina nell’epicissimo ritornello, da cantare a squarciagola. Non si può non menzionare anche il bellissimo testo, che dipinge a tinte vivide le ultime ore di vita di un condannato a morte. Nella successiva Samarithan le chitarre disegnano granitici e cupi riff e melodie disperate, mentre la sezione ritmica scandisce un ritmo lento, imponente, quasi drammatico. Bello ancora il testo (come tutti in questo disco) triste, di ispirazione biblica, e bella anche l’unica accelerazione in occasione dell’assolo.
Sullo sfondo di un’imponente coro e di un tamburo che scandisce un ritmo funereo, le chitarre soliste disegnano una versione più lenta della Marcia Funebre di Chopin, che risulta senza dubbio emozionante, in un brano che si chiama appunto Marche Funebre. Segue il picco assoluto di quest’album già di per se capolavoro, Dark Are the Veils of Death, che consta in un’atmosfera più che plumbea, lirica, evocativa e scura, in un incastro di riff uno più bello dell’altro e in cambi di ritmo frequenti, che creano un brano con nemmeno un attimo di stanca nei sette minuti di durata, ma anzi momenti talmente magici da risultare indescrivibili. Il testo poi è un capolavoro, mai visto da nessun’altra parte parlare della morte in maniera così poetica. Mourners Lament è un brano lento, epico, forse il più normale del lotto; dico normale, perché forse in un disco del genere sfigura, ma è comunque un buonissimo brano, emozionante, e che soprattutto non spezza la gigantesca atmosfera oscura che permea tutto l’album. Ancora un riff gigantesco, immane, devastante a dir poco e anche piuttosto cattivo, che genera un’atmosfera maligna ma anche in qualche modo magica, caratteristica sottolineata dal testo oscuramente fantasy: siamo arrivati a Bewitched. Stupendo anche qui l’assolo di chitarra di Johansson, ma ad essere sopra le righe è la prestazione di tutta la band. La strumentale Black Candles, infine, si rivela un finale atipico, molto melodico pur nella sua potenza, ma molto evocativo, e che risulta ottimo ed adattissimo a concludere un disco del genere.
Alla fine, questi 46 minuti passano talmente in fretta che quasi non ci si accorge, e il disco sembrerebbe più corto di quanto effettivamente è. Tirando le somme: anche se con qualche difettuccio (peraltro veniale), non si può non dare il massimo dei voti a questo gigantesco album, in virtù della sua atmosfera oscura che coinvolge l’ascoltatore, lungo tutta la sua durata, in un sogno oscuro ma sublime, dal quale non si vorrebbe più svegliare. Per questo, Nightfall è senza dubbio uno dei migliori dischi doom metal mai usciti, il migliore nel sottogenere epic doom, e saprà fare la felicità di chiunque sia avvezzo a questo genere.

Voto: 100/100

Mattia

Tracklist:

  1. Gothic Stone – 00:48
  2. The Well of Souls – 07:27
  3. Codex Gigas – 02:20
  4. At the Gallow End – 05:48
  5. Samarithan – 05:31
  6. Marche Funebre – 02:22
  7. Dark Are the Veils of Death – 07:08
  8. Mourners Lament – 06:10
  9. Bewitched – 06:38
  10. Black Candles – 02:18
Durata totale: 46:30
Line-up:
  • Messiah Marcolin – voce
  • Lars “Lasse” Johansson – chitarra solissta
  • Mats “Mappe” Björkman – chitarra ritmica
  • Leif Edling – basso
  • Jan Lindh – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: epic doom metal

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