Overkill – The Years of Decay (1989)

I Metallica, che lo si voglia o meno, negli anni ’80 hanno sempre dettato legge nella scena thrash metal americana. Gli altri gruppi, pur essendo sempre originali e, nei miei gusti, anche migliori dei Four Horsemen, comunque si sono lasciati influenzare in qualche modo da quello che essi facevano. Dopo l’uscita di Kill’em All, tanti gruppi uscirono fuori con un thrash pieno rabbia adolescenziale e di aggressività primordiale; in seguito, Ride the Lightning e Master of Puppets stabilirono definitivamente i canoni del thrash metal più classico, subito seguiti da tante band. Il 1988 vide l’uscita di …And Justice for All, che presentava un sound che pur non essendo certo etichettabile come progressivo, era comunque più ricercato e complesso, benché non perdesse la classica carica del thrash. Anche questo disco influenzò molto le altre band: nei due anni successivi uscirono dischi di raffinati quali Persistence of Timedegli Anthrax, Practice What You Preach dei Testament e Act III dei Death Angel. Anche gli Overkill non furono immuni alla voga del momento, e così nel 1989 fecero uscire un album decisamente più sofisticato che in passato, pur non snaturando il classico sound della band. Era così’ nato The Years of Decay, un album unico, che non ha eguali. Una nota, prima dell’inizio della disamina: con ciò che ho appena scritto non voglio assolutamente sminuire né il disco, che preferisco di poco anche a “And Justice”, né gli Overkill, che mi piacciono decisamente di più dei Metallica. Essere influenzati da quelli che all’epoca erano considerati i migliori e i più grandi del movimento non significa che le altre band siano da criticare o minimizzare, come non significa che tutti siano cloni dei quattro di San Francisco (anzi, band come tutte quelle che ho sopracitato sono comunque tutte originali, validissime e uniche, in un modo o nell’altro). Precisato questo, iniziamo l’analisi, cominciando innanzitutto dall’artwork: non sarà un capolavoro d’arte figurativa, ma descrive benissimo la velenosità della band, caratteristica sottolineata in particolare da Chaly, il mostro mascotte della band qui in versione monumentale, e dal minaccioso logo verde, caratteristica all’epoca praticamente unica.

Dopo un inizio cadenzato e quasi epico, si comincia con la opener vera e propria, Time to Kill, che già presenta tutti i marchi di fabbrica di casa Overkill: la voce al vetriolo di Bobby “Blitz” Ellsworth, il basso sferragliante di D.D. Verni e i riff potenti di Bobby Gustafson. Nel complesso, la canzone si rivela un più che ottimo pezzo di thrash metal maturo e complesso, con il meglio che si raggiunge nel rallentamento centrale. Elimination è invece un brano più ignorante del precedente, che fa quasi tornare alla mente il thrash primigenio, seppur non manchino, anche qui, cambi di tempo e ricercatezza strumentale. Punti di forza della canzone sono il bellissimo assolo e il ritornello, che si lascia cantare benissimo. La successiva I Hate ha dei riff piuttosto cupi, rabbiosi e in parte influenzati dal punk, un ritmo coinvolgente, incalzante e veloce, ed un testo cattivissimo in cui la band riversa tutta la propria rabbia: nel complesso brano gigantesco, uno dei migliori del disco. Arriviamo a Nothing to Die For, una canzone piuttosto mutevole, che alterna momenti diversissimi tra loro (tra cui alcuni passaggi addirittura funk) ma si rivela comunque buonissima. Dopo un’introduzione di chitarra, parte un pezzo lentissimo, marziale, con un riffage che è si thrash ma che presenta reminescenze sabbathiane e in qualche modo doom, oltre ad essere dannatamente cattivo e potente. La voce di Ellsworth contribuisce a creare un’atmosfera oscura, che viene spezzata dalla parte veloce centrale (che peraltro non stona col resto, ma anzi lo valorizza ancor di più), ma che poi riprende nel finale quasi ossessivo, per un brano capolavoro assoluto del disco che non stanca un secondo pur nei suoi 10 minuti. Signore e signori, questa era Playing with Spiders/Skullkrusher, un monumento che da solo vale per me l’acquisto del disco.
Con Birth of Tension torniamo ad un thrash più classico. Nel complesso, per quanto non sia proprio il meglio del disco, questa canzone presenta comunque ottime parti strumentali, specie nel riffage, e una certa mutevolezza, che ne fanno l’ennesimo  episodio ben riuscito del platter. Le chitarre acustiche fanno da preludio a Who Tends the Fire, prima di venir soppiantate gradualmente dal possente e graffiante riff, che si sviluppa marziale e costante, con il riemergere qua e là delle chitarre acustiche in occasione dei rallentamenti, i quali però non sminuiscono la potenza e la maestosità insite nella canzone stessa. La parte migliore però è l’accelerazione centrale, dal sapore quasi rockeggiante ma sempre grintosa, che si ripete anche alla fine, per otto minuti di durata che non si fanno sentire. La segue la title track, The Years of Decay, che presenta tanto per cominciare un inizio assolutamente inedito, dolce e tormentato, con le sole chitarre acustiche a contornare la voce di Ellsworth, la quale per l’occasione risulta piena di pathos come non mai. Il pezzo si evolve poi progressivamente, passando da un thrash duro ma carico dal punto di vista emotivo, a momenti di pura pesantezza metallica, per poi ritornare ad essere una angosciata ballad, carica di fascino. Una breve ripartenza, e poi si giunge al cadenzato finale col coro urlato al cielo, degna coronazione di un’altra canzone di valore assoluto. Arriviamo quindi alla conclusiva E.vil N.ever D.ies che dopo un introduzione di suoni quasi spaziali, si scatena nel brano più tirato e più diretto del disco, il più classicamente thrash metal, anche se non per questo esso si rivela peggiore delle sue compagne più complesse, al contrario, è una conclusione più che degna. Degno di nota la poderosa accelerazione che dalla lentezza passa ad una velocità folle, come anche il cadenzato riff che inizia e conclude il pezzo.
In conclusione, abbiamo qui un vero masterpiece dell’ultima fase del thrash classico, un disco maturo ma anche pieno di carica, nonché l’ennesima uscita memorabile degli Overkill. Anche se la complessità di questa uscita non si ripeterà in futuro (il successore, Horrorscope, anche se si dimosstra un album davvero valido è molto più semplice di The Years of Decay), comunque ciò non toglie che nel 1989 il gruppo di New York abbia realizzato uno dei migliori dischi thrash metal di tutti i tempi. A loro vanno quindi tutti gli onori; a voi che leggete invece va l’appello a comprarlo, se vi piace il thrash questo è sicuramente uno di quei dischi che non può mancarvi!
Voto: 99/100

Mattia

Tracklist:

  1. Time to Kill – 06:16
  2. Elimination – 04:35
  3. I Hate – 03:47
  4. Nothing to Die For – 04:23
  5. Playing with Spiders/Skullkrusher – 10:15
  6. Birth of Tension – 05:05
  7. Who Tends the Fire – 08:13
  8. The Years of Decay – 07:59
  9. E.vil N.ever D.ies – 05:49
Durata totale: 56:22

Line-up:
  • Bobby “Blitz” Ellsworth – voce
  • Bobby Gustafson – chitarre
  • D.D. Verni – basso
  • Sid Falck – batteria
Genere: thrash metal

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