Angra – Angels Cry (1995)

Dopo gli sfavillanti e magici anni ’80, in cui il metal l’aveva fatta d’assoluto padrone, arrivarono gli inizi degli anni ’90, con la musica alternativa e il grunge che misero in crisi le forme di metal che fino ad allora erano andate per la maggiore. Negli Stati Uniti, i due generi contrapposti che avevano spopolato, l’hair e il thrash metal, ebbero un improvviso e drastico calo di popolarità, che li ridusse praticamente all’underground. Certo, in America altre scene stavano vivendo dei momenti di splendore, basti per esempio pensare alla scena death metal floridiana: ma era sempre e comunque un movimento poco conosciuto, e che solo in seguito raggiungerà il picco di fama, poco dopo la metà dei nineties. In Europa, il panorama era leggermente diverso: il metal era ancora vivo e si evolveva, assumendo forme mai sentite prima. Ogni paese aveva il suo. Nel Regno Unito si era formata la prima scena doom/death, con i primi dischi degli Anathema, dei My Dying Bride e dei Paradise Lost, che poi avrebbero virato tutti verso il gothic negli anni successivi. La Svezia vedeva gli inizi della propria scena death particolare, con un sacco di gruppi seminali (Entombed, Dismember, Grave), che poi evolvendosi ancora avrebbe prodotto in seguito il progressive death (Opeth, Edge of Sanity) e il melodic death di Gothenburg (At The Gates, Dark Tranquillity, In Flames). La vicina Norvegia era la terra madre dell’ancor più ferale black, che sulla scia dei Mayhem in quegli anni vide la creazione di tutte quelle band che avrebbero scritto la storia del genere: Burzum,Immortal, Emperor, Satyricon, Ulver, e tantissime altre. Infine, in Germania impazzavano gruppi primigeni come Rage, Running Wild, Helloween, Gamma Ray,Blind Guardian, che iniziarono a costituire una scena di power metal autoctono, anche melodico ma sempre roccioso, ancora lontano dalle melodie quasi zuccherose che i finlandesi vi avrebbe immesso in seguito. Quel sound ebbe successo anche in altre parti del mondo: sorsero gruppi power in Italia, Scandinavia, Stati Uniti e anche dove non ti aspetti, in Sudamerica. Ivi, i primi e più famosi furono i brasiliani Angra: nati nel 1991, dandosi il nome di una dea del fuoco degli indigeni Tupi, l’anno seguente pubblicarono un demo, Reaching Horizons, il quale rivelò subito lo stile particolare della band: al power duro ma allegro degli Helloween e dei primi Gamma Ray aggiungevano una vena progressive (genere che pur ancora di nicchia in quegli anni produceva dei veri e propri masterpiece, basti pensare a Parallels dei Fates Warning o diImages and Words dei Dream Theater). Proprio Kai Hansen, leader dei Gamma Ray, si accorse della bontà del demo, ed invitò la band in Germania, nei propri studi personali, per registrare il primo full lenght. Sotto la supervisione di produttori all’epoca semi-sconosciuti, ma ora tra i più rinomati ed esperti in ambito power, Sascha Paeth e Charlie Bauerfeind, la band entra in studio, e alla fine del 1993 fa uscire il proprio esordio discografico: Angels Cry.

Una breve introduzione sinfonica molto carina, Unfinished Allegro, serve fondamentalmente solo ad introdurre gli altri brani. Arriviamo al primo pezzo vero e proprio, Carry On, che illustra perfettamente lo stile degli Angra e di questo disco: power metal pieno di melodia e di tastiere ma anche potente e pesante, nonché progressivo, passando da momenti con un velo di malinconia ad altri allegri. A questo si aggiunge un songwriting stellare, perfetto in ogni momento, un sound pazzesco, il vocalist André Matos in stato di grazia che canta un testo assolutamente edificante. In due parole, un capolavoro assoluto che in un disco di power odierno sarebbe il picco assoluto, ma che qui è solo il primo di una lunga serie. La seguente Time inizia lenta, con le chitarre acustiche e la sezione ritmica, poi diventa un mid-tempo dall’atmosfera ancora una volta malinconica, che conquista, e pur mantenendo sempre lo stesso riff non annoia un secondo. La title-track Angels Cry inizia con la melodia che reggerà tutto il brano, poi arriva una strofa rocciosa, preludio al bel ritornello e ad un’accelerazione. Si prosegue quindi con uno stupendo brano mutevole, progressivo, che alterna veloci accelerazioni, imponenti rallentamenti, cori epici, momenti sinfonici, parti velocissime di chitarre e tastiere all’unisono, il tutto però ben amalgamato, e non fatto di pezzi di canzoni spaiate, unite senza senso come a volte capita in ambito prog. Dopo tutto questo tornano di nuovo strofa rocciosa, il ritornello e l’accelerazione, che chiude in bellezza un altro brano memorabile. L’inizio di Stand Away è dolcissimo, le chitarre acustiche disegnano delicate melodie, ma poi il brano esplode in modo cadenzato e potente, impreziosito dagli onnipresenti cori, e da una parte centrale un poco più veloce, per un brano perfettamente riuscito.
Never Understand inizia in maniera molto melodica e quasi tranquilla, con un ritmo quasi tribale, poi si accelera prepotentemente in un brano puramente power. Accelerazioni potenti e rallentamenti si alternano lungo tutta la struttura del brano, e nel mezzo trova posto anche un ottimo assolo centrale. Degno di nota anche il finale, una sinfonia di assoli di chitarra, suonati da Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt ma anche dal produttore Paeth e dal duo chitarristico dei Gamma Ray di allora, Hansen e Dirk Schlächter. La successiva Wuthering Heights è il pezzo che non ti aspetteresti mai in un disco metallico, una canzone originariamente della cantante pop Kate Bush, che diventa un brano mollto bello e romantico di metal melodico, dominato dalle sonorità delle chitarre e del piano, e da Matos che si mette particolarmente in mostra. Si torna al power metal progressivo conStreets of Tomorrow, il cui inizio  può trarre in inganno, presentando un riff molto pesante; la canzone si sviluppa poi in un pezzo dal mood solare a tratti e triste in altri momenti , complesso, con momenti aggressivi, e altri riflessivi, come la breve parte centrale, lenta e sinfonica. Menzione di merito all’assolo, veramente superlativo. Dopo il vigoroso coro iniziale di Evil Warning, parte un pezzo veloce e tirato, il doppio pedale a guidarlo, dall’atmosfera assolutamente malinconica e piena di pathos, che culmina nella stupenda accoppiata bridge/ritornello, il tutto contornato di strumenti atipici come il banjo. Arriva quindi un rallentamento centrale d’atmosfera, seguito da una bella parte sinfonica, prima che il pezzo torni sulle coordinate iniziali. Nel complesso, la canzone risalta anche in un album così omogeneo qualitativamente. Un pianoforte introduce la prima parte di Lasting Child, The Parting Words, poi parte una semi-ballad molto sentita, in cui il piano torna a fare capolino, mantenendo l’equilibrio tra il melodico e il metallico. A ruota segue la seconda parte, Renaissance, nella quale chitarra e flauto tessono delle belle melodie, a cui si aggiungono poi tastiere e batteria, per un finale atmosferico ed atipico (ma ottimo), che chiude in bellezza l’album.
Tre anni dopo, gli Angra torneranno sul mercato con l’ancor più progressivo e particolare Holy Land, che pur essendo fantastico non raggiungerà gli apici del disco in questione. In seguito il gruppo brasiliano produrrà tanti altri ottimi dischi, ma Angels Cry rimane comunque il loro disco migliore in assoluto, nonché un capolavoro del genere progressive/power metal. Se siete amanti di questo genere, questo disco non vi può mancare; se non l’avete, quindi, fatelo vostro… subito!

Nota: la prima versione del disco è datata 1992, ma la versione su cui la recensione è basata è quella del 1995, parzialmente ri-registrata, perciò è quello l’anno di riferimento di questa recensione.

Voto: 100/100
Mattia
Tracklist:
  1. Unfinished Allegro – 01:14
  2. Carry On – 05:03
  3. Time – 05:56
  4. Angels Cry – 06:49
  5. Stand Away – 04:56
  6. Never Understand – 07:49
  7. Wuthering Heights – 04:41
  8. Streets of Tomorrow – 05:03
  9. Evil Warning – 06:42
  10. Lasting Child – 07:36
Durata totale: 55:49
Line-up:
  • André Matos – voce
  • Rafael Bittencourt – chitarre
  • Kiko Loureiro – chitarre
  • Luìs Mariutti – basso
  • Alex Holtzwarth – batteria (session)
Genere: power/progressive metal

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