Ozzy Osbourne – No Rest for the Wicked (1988)

Potrei iniziare questa recensione spiegando chi è Ozzy Osbourne, ma sprecherei il mio tempo e prenderei in giro la vostra intelligenza: chiunque si sia avvicinato al metal anche solo lontanamente sa dei suoi trascorsi negli originali Black Sabbath e poi della sua carriera solista, che dagli anni ’80 è proseguita fino ad oggi, con tutte le leggende e le vicende di contorno che conosciamo tutti bene. Per inquadrare il disco in questione, però, qualche cenno storico ci vuole: dopo la tragica scomparsa di Randy Rhoads nel 1982, Ozzy aveva deciso di proseguire la propria attività artistica, ingaggiando il chitarrista Jake E. Lee. Nell’83 usciva così Bark at the Moon, uno dei migliori prodotti della carriera del Madman. Passarono tre anni e arrivò la seconda metà degli eighties, nel quale il metal più pop e radio-oriented spopolava, specie negli Stati Uniti; tanti artisti, anche con lunghe carriere alle spalle, si conformarono a questa moda, ed ammorbidirono i propri sound con melodie catchy e tastiere. Anche la band solista di Ozzy seguì la moda: nel 1986 venne alla luce The Ultimate Sin, che oltre a presentare il tipo di sonorità appena descritto, si proponeva anche come ultimo disco della carriera del cantante inglese, l’ultimo peccato, appunto. Per fortuna, il Madman cambiò dopo poco idea, rinunciando al riposo. Lee aveva abbandonato il progetto, così Ozzy dovette cercare un nuovo chitarrista; lo trovò nel giovanissimo (appena 19 anni) e sconosciuto Jeffrey Philip Weilandt, il quale subito dopo l’entrata nella band decise di farsi chiamare con lo pseudonimo che l’ha reso noto, e con cui è famosissimo tutt’ora: Zakk Wylde. Con quest’ultimo, John Sinclair alle tastiere, Bob Daisley al basso e Randy Castillo alla batteria, la formazione era completa, e nel 1988 il gruppo produsse la quinta fatica discografica a nome Ozzy Osbourne, No Rest for the Wicked, un’altra dichiarazione d’intenti: niente ultimo disco, non c’era riposo per i dannati come il cantante di Birmingham!

Si comincia con un possente riff tipicamente anni ‘80, che conduce a Miracle Man, un gran pezzo roccioso, sorretto da un buon rifferama, che culmina nel ritornello, cantato in coppia dal talk box della chitarra e da Ozzy. Degni di nota il testo, molto critico verso il fenomeno americano dei predicatori, e l’assolo di Wylde, che cerca subito di mettere in mostra il meglio di se. La segunte Devil’s Daughter è un pezzo heavy classico, potente, con delle belle melodie, specie nelle strofe, una buona sezione centrale d’atmosfera seguita dal veloce assolo e delle ritmiche inusuali; nel complesso un buonissimo pezzo. Crazy Babies è un’altra canzone che si assesta su livelli più che buoni, essendo un mid tempo dal riffage ancora una volta riuscito in ogni sua parte, con la parte iniziale e il bridge, tutto da cantare, assoluti punti di forza. Diversamente dall’allegria quasi hard rock dei brani precedenti, Breakin’ All the Rules vi si discosta, presentando sin dall’inizio un’atmosfera melanconica, pregna di sentimento, che a dispetto del ritornello, abbastanza brutto, si lascia ascoltare con piacere. Nota di merito al finale, molto sleaze. Un intro oscuro di tastiere, seguito da delle chitarre ancora più cupe, introducono Bloodbath in Paradise, un classicissimo, con riff puramente heavy e melodie tipiche del genere, niente di così inconsueto ma che contribuisce comunque a creare il top assoluto del disco. Degni di essere nominati anche l’ennesimo assolo ben riuscito di Zakk Wylde, e il testo, che parla delle malefatte di Charles Manson.
Dopo un inizio elettronico strano, pieno di cori e di parti simil-sinfoniche, parte la semi-ballad di turno, Fire in the Sky, che presenta tutti i crismi del caso: chitarre potenti ma melodiche, momenti acustici, atmosfera  riposata; tuttavia, come ballata non è proprio il massimo, oltre ad essere molto lunga (sei minuti e mezzo) e abbastanza ripetitiva, non riesce a convincermi pienamente, rivelandosi piuttosto noiosa e poco interessante, a parte qualche ottimo spunto (come l’assolo). Tattooed Dancer è un classico brano in stile Ozzy Osbourne, non così buono come quelli della prima metà del disco, ma comunque ascoltabile con piacere, se non altro per l’evocativa sezione centrale e per qualche altro buon momento che la rendono pur tuttavia un pezzo apprezzabile. Sulla falsariga del precedente si muove la successiva Demon Alcohol, per quanto riguarda la qualità, mentre nella sostanza si tratta di un brano veloce e cadenzato, quasi allegro nel suo incedere, al dispetto del testo che parla della dipendenza alcolica di Ozzy. La conclusione è affidato ad Hero, una canzone più spostata su lidi melodici, debitori del disco precedente, sui quali il Madman crea un discreto pezzo finale, impreziosito dal miglior assolo del disco; forse risulta un po’ scontato ma comunque all’altezza della situazione di chiudere un disco che non sarà il suo capolavoro, ma degno in ogni caso di star dentro una discografia importante come quella di Ozzy Osbourne.
Come appena detto, il disco in se non è un capolavoro, è più di transizione, ci sono dei pezzi un poco sottotono, ma comunque è un buon prodotto. Tre anni dopo la stessa formazione tirerà fuori un album molto migliore, No More Tears (altro supposto “ultimo disco” nella carriera di Ozzy, prima del definitivo ritorno sulle scene). Per chi volesse cominciare con la carriera solista del Madman, il mio consiglio sarebbe di partire dai primi tre dischi: ma se poi vi va anche di approfondire, prendete anche quest’album, vi ritroverete tra le mani dell’onesto heavy metal classico che, son sicuro, saprà regalarvi diverse emozioni.
Voto: 79/100
Mattia
Tracklist:
  1. Miracle Man – 03:44
  2. Devil’s Daughter – 05:15
  3. Crazy Babies – 04:15
  4. Breaking All the Rules – 05:13
  5. Bloodbath in Paradise – 05:03
  6. Fire in the Sky – 06:25
  7. Tattooed Dancer – 03:54
  8. Demon Alcohol – 04:28
  9. Hero – 04:50
Durata totale: 43:07
Line-up:
  • Ozzy Osbourne – voce
  • Zakk Wylde – chitarre
  • John Sinclair – tastiere
  • Bob Daisley – basso
  • Randy Castillo – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: heavy metal classico

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