Blind Guardian – A Night at The Opera (2002)

Come ormai chi mi legge abitualmente saprà bene, il mio gruppo preferito sono da sempre i Blind Guardian. Pur contando nella propria discografia un paio di passaggi non proprio esaltanti, i Bardi di Krefeld non hanno mai fatto un disco sbagliato, nemmeno uno solo a cui si possa dare una valutazione negativa; al contrario, la maggior parte dei loro album sono capolavori da voto massimo o quasi, ed è questa una delle ragioni per cui amo così tanto il gruppo tedesco. Non è la sola, però: la più importante è che i Blind riescono a darmi tante emozioni come nessun’altro, e questo è quello che mi fa amare loro più d’ogni altro (ma penso che ciò valga per ognuno verso la propria band preferita). Comunque sia, nel 1999 esce quello che è considerato solitamente il miglior album della storia dei Blind Guardian, un concept album sul Silmarillion di Tolkien, Nightfall in Middle Earth: se da una parte il disco fece guadagnare un sacco di pubblico, dall’altra alcuni fan di vecchia data furono sconcertati dal nuovo sound e dalla complessità del concept. Il disco era pur tuttavia un capolavoro (anche se forse leggermente sotto ai tre dischi che l’avevano preceduto, a mio avviso), e la band ebbe per esso risonanza internazionale, facendo il salto di qualità definitivo dopo il successo di Imaginations from the Other Side, e diventando uno dei nomi di punta assoluti del movimento power. Dopo gli estenuanti tour mondiali che seguirono Nightfall, i Bardi tornarono in studio. A quel punto le pressioni su di loro dovevano essere enormi, come si può immaginare: non solo dovevano confermarsi ai soliti livelli alti a cui i fan erano abituati, ma anche riuscire a ripetere il successo del ‘99. Ma i nostri erano (e sono ancora) dei musicisti e dei compositori divini, e nonostante tutti i possibili problemi, riuscirono comunque nell’impresa di creare un album ancor migliore del predecessore: nel 2002 esce A Night at the Opera (titolo, tra l’altro, tributo all’omonimo album dei Queen), il capolavoro assoluto dei Bardi insieme a Somewhere Far Beyond, per quanto mi riguarda. Passo a parlarvene direttamente, ma prima un consiglio: prendetevi una mezz’ora per leggermi, questa recensione è lunga il doppio delle solite scritte da me!

La opener Precious Jerusalem presenta un inizio bislacco, cadenzato, prima che il power metal di cui è fatta esploda. Sin da qui si può sentire come lo stile dei Bardi si sia ulteriormente evoluto: questa volta c’è più atmosfera, più sottofondo sinfonico, anche se il sound delle chitarre è roccioso come in Nightfall in Middle-Earth;  nel complesso il pezzo si rivela più che ottimo. Degno di nota André che come al solito crea un assolo stupendo e riconoscibilissimo, nel suo stile unico, anche da uno che non si intende di chitarristi come me. Dopo un arpeggio di chitarra acustica, parte Battlefield, un brano tirato ma molto epico, complici gli onnipresenti cori, culminanti nel magnifico e potentissimo ritornello. Al centro lo spettacolo diventa totale, con una parte cadenzata cantata con cattiveria, a cui ne segue una lenta ma molto dura. La canzone poi progredisce, dopo l’assolo altri cori si uniscono a quello del refrain, e alla fine ne risulta una canzone emozionantissima, diversa da tutto quello a cui i Blind ci avevano abituato in passato ma comunque davvero splendida. Le iniziali chitarre psichedeliche di Under The Ice introducono una canzone potente e graffiante, puro power teutonico, ma che comunque riesce lo stesso a esprimere molto, specie nel bridge e nel ritornello, le quali presentano un mood decadente e malinconico, al contrario del resto del pezzo, in cui si può sentire una bella dose di rabbia impotente oltre ad un tripudio di tante altre emozioni diverse. Bello anche il testo, che parla di Cassandra, l’indovina di Troia che nell’Iliadeprediceva solo sventure, personaggio che ritroveremo poi anche in seguito. Un intro quasi rockeggiante introduce Sadly Sings Destiny, un pezzo piuttosto strano per il gruppo, pieno di parti strane di tastiere e di chitarre soliste nelle strofe alternato a momenti più classicamente power, ma il mix risulta orecchiabile. L’incalzante bridge è preludio al ritornello in stile puramente “Blind Guardian”, e nel complesso la canzone risulta forse meno valida delle precedenti ma comunque più che ottima, di una qualità che altri gruppi anche famosi di oggi si sognano. Nemmeno la ballad, The Maiden and the Minstrel Knight, è simile a quanto fatto in precedenza dai Bardi, ad ulteriore riprova che questo disco è speciale. Inizialmente niente chitarre acustiche, quindi, ma tantissime tastiere e tantissime orchestrazioni, con il solo basso a dare il tempo. Nonostante nella seconda parte la traccia cambi registro, constando in sostanza di (ottimo) metal melodico, l’atmosfera fantasy e romantica non si interrompe, ma anzi continua per tutta la stupenda canzone, dall’inizio al finale stoppato e poi ripreso, e non potrebbe essere altrimenti, visto che il testo è ispirato alla leggenda di Tristano e Isotta, una delle più belle e struggenti storie d’amore mai scritte.
Wait for an Answer avrebbe dovuto in teoria essere la traccia filler, è lunga e non è all’altezza degli altri episodi del platter, ma definirla tale sarebbe ingiusto. Essa è infatti un’onesta canzone, con un bel mood, quasi allegro ma anche malinconico in qualche modo, e certo non annoia, l’unica colpa che ha è di essere capitata in mezzo a dei titani, e pure se è alta qualitativamente, non riesce purtroppo a spiccare. Si ritorna però all’eccellenza assoluta con The Soulforged, un mid tempo così pieno di stupende melodie di chitarra soliste da far pensare ai pezzi migliori di Imaginations From The Other Side, anche se si aggiungono i cori e l’epicità caratteristici proprio di questo disco. Degni di nota anche i momenti più rallentati e visionari, i quali conferiscono una marcia in più ad una canzone già di per se stupenda, che sa donare un sacco di emozioni, l’ennesimo episodio magnificente ed emozionante di questo disco. La seguente Age of False Innocence è introdotta da un pianoforte dolce e disperato, a cui subentrano presto le chitarre acustiche e le tastiere, rimanendo comunque sullo stesso mood. L’elettricità poi esplode in un pezzo metal mutevole, in cui ogni tanto l’acustico riemerge, ma che è per gran parte tutto piuttosto roccioso, seppure questo non voglia dire che ci sia solo potenza, al contrario: tante emozioni si compenetrano tra loro man mano che i minuti passano, dolore, rabbia, sconforto, rassegnazione (quelle che dovrà aver provato Galieo Galilei, il protagonista del testo, quando visse la disputa tra la sua scienza e la fede), per sei minuti senza un momento di noia, che si spengono in un arpeggio di chitarra acustica stupendamente bello pur nella sua tristezza, sicuramente tra i migliori outro che abbia mai sentito. Con la successiva Punishment Divine i Blind sembrano quasi resuscitare le proprie origini,  con questa speed track fa della velocità la propria ossatura, anche se comunque è una canzone omogenea con le altre, avendo le proprie peculiarità e non disdegnando momenti acustici o più lenti. Ancora una volta, inoltre, la canzone è molto complessa, fatta di momenti diversi, quasi tutti memorabili, e per giunta uniti non casualmente ma in maniera perfetta, tanto che la sensazione che da è la stessa lungo tutta la sua durata, ossia quella di una discesa inesorabile verso la pazzia, sensazione ampliata anche dal testo, che parla dello scatenarsi della malattia mentale nel filosofo Friedrich Nietzsche. Infine, arriva Frutto del Buio, ballata tipicamente “bardesca”, con il testo addirittura cantato in italiano da un Hansi con un accento spiccato (un omaggio bellissimo ai fan italiani), ma che non risulta ridicolo, anzi è una canzone piena di pathos, che sa il fatto suo; e dopo un vortice così meraviglioso ed inimitabile di emozioni la sua calma malinconica costituisce un gran bel finale.
No, non ho accidentalmente dimenticato una canzone, come potrei del resto? Conosco ogni singola canzone della discografia dei Bardi, persino ogni assolo ed ogni nota (eccetto gli ultimi due, ma questo è perché li ho ascoltati meno, mentre gli altri sono stati la colonna sonora della mia vita da sempre), potevo distrattamente dimenticare la mia canzone preferita in assoluto tratta dal mio album preferito in assoluto (anche se ex-equo con Somewhere Far Beyond) del mio gruppo preferito in assoluto? No, non potevo, ho semplicemente deciso che questa meraviglia, che risponde al nome di And Then There Was Silence andava trattata a parte, in un paragrafo tutto suo (infatti il “vortice meraviglioso ed inimitabile di emozioni” citato nella descrizione di Frutto del Buio non era, in effetti, per Punishment Divine, ne mi riferivo tutto il disco, pur se in effetti anch’esso è così definibile). I brividi cominciano già dall’inizio: dopo un riff etereo ed un attimo più soft parte un gran brano dai riff molto potenti, che generano un’atmosfera d’attesa, intensificato dall’accelerazione. L’apprensione è palpabile anche nel testo, i troiani non sanno cosa faranno, gli dei li hanno abbandonati, e nel cielo non ci sono più stelle. “Viviamo in una bugia” si canta nel successivo segmento triste, prima che arrivi un pezzo veloce, incalzante e ostinato (“non retrocediamo” cantano i troiani), che prosegue per un po’, fino a spegnersi di colpo. Benvenuti alla fine! Segue la voce di Hansi accompagnata solo dalle tastiere atmosferiche, che quasi coccolano Cassandra, la vera protagonista, prima dell’orribile fine che lei stessa ha previsto; da qui parte un crescendo continuo, sempre più possente diventa la musica, e sempre più morte e distruzione sono presenti. “E poi ci sarà il silenzio”, canta il coro, la malinconia è percepibile, e il culmine arriva nello stupendo primo ritornello, così pieno di pathos e di emozione. Tutto sarà perduto per sempre, tutta la bellezza di Troia svaniranno, sarà il trionfo della vergogna e del male: potrà mai l’anima ormai straziata della profetessa riposare almeno per un po’, prima che la città bruci in splendenti fiamme? Arriva di seguito un segmento che musicalmente comunica incertezza: le decisioni che nei dieci anni di guerra i troiani hanno preso, sono giuste o sbagliate? Eppure, sulla marcia conseguente e potente, si capisce bene qual è il giudizio: l‘ardente passione d’amore ha portato solo distruzione, nient’altro. Tornando alla musica, conseguentemente arriva una porzione in cui le chitarre disegnano riff quasi apocalittici (“Posso vedere la fine chiaramente, ora” ripete più volte Hansi), a cui si alterna un’altra frazione potente e coraggiosa (“Mai arrendersi!”), come in un conflitto interiore su cosa fare, se abbandonarsi alla disperazione o continuare a combattere, e poi… una pausa scandita dal carillon, sorpresa! Gli achei se ne sono andati! Ma Cassandra è a conoscenza del fatto che così non è, e dunque si riparte per un nuovo ritornello, leggermente più lento del precedente ma ancora più emozionante di prima. Sembra quasi che la traccia sia terminata, i riff particolari suggeriscono che la fine è vicina, ma invece nulla si è concluso, il brano è ancora vivo, pure se ad un certo punto arriva un forte rallentamento. “Aggirandosi nelle tenebre” dice la voce mentale della protagonista, tristemente, e da lì parte un crescendo di musica ed emozioni enorme, fino all’imponente coro epicissimo, che sfido chiunque a non cantare col pugno al cielo, con tutti i troiani che accompagnano la musica esultante (ed esaltante), dicendo che l’incubo è finito, come la guerra, ma non sanno cosa c’è dentro al cavallo di legno che hanno appena portato in città. Solo Cassandra la veggente sa, ma nessuno la ascolta più, e nell’ulteriore brano convulso capisce, che ormai sono spacciati, non c’è rimasto più nulla da fare. La tensione si fa massima ma subito dopo si scioglie nel meraviglioso ultimo ritornello, tanto liberatorio quanto disperato, che sarà lo stesso delle altre volte ma riesce ad essere, dopo tutta la musica meravigliosa sentita fin’ora, ancora più pregno di emozioni. A questo punto nulla rimane da fare, se non piangere per il dolore della distruzione di Troia, sulle cui rovine ormai solo il silente vento continuerà a soffiare… e con malinconiche orchestrazioni, si chiude la più bella suite metal mai composta (a mio avviso). Poi arriva Frutto del Buio che, come già detto, è adattissima per rilassarsi dopo questi quattordici minuti strapieni di straordinarie emozioni.
Un’ultima considerazione artistica la vorrei fare sulla cover: di certo A Night at the Opera è l’esempio perfetto del detto “non giudicare il libro dalla copertina”, visto che quest’ultima è in assoluto la più orrenda mai usata dai Blind; eppure il contenuto, come avrete capito, è incantevole, stupendo e straordinario. Detto questo… cos’altro si può affermare su questo disco? E’ una delle cose più meravigliose e sublimi mai concepite in ambito musicale, a mio avviso, e se anche presenta qualche piccolo difettuccio, i picchi incredibili che ha lo coprono, tanto che per me basta unicamente And Then There Was Silence per darle il massimo dei voti. Io non so se consigliare a voi, miei lettori, di comprare questo disco, so che a molti non piace, a causa di caratteristiche tipo la pomposità e le orchestrazioni, che ascoltate con distacco possono, lo ammetto, essere ad alcune orecchie davvero punti deboli. Ma questo disco non va ascoltato con il cervello, va ascoltato con il cuore, perché solo così si può comprendere ed amare questa immensa opera con tutta la sua carica emotiva. Non ho la pretesa poi che gli altri provino le stesse impressioni mie ascoltandolo, ma spero solo che gli diate almeno una possibilità: ascoltatelo (anche molte volte, visto che è non è facile da assimilare), e magari riuscirete ad amare alla follia questo stupendo album come me.
Voto: 100/100
Mattia

Tracklist:

  1. Precious Jerusalem – 06:22
  2. Battlefield – 05:37
  3. Under the Ice – 05:45
  4. Sadly Sings Destiny – 06:05
  5. The Maiden and the Minstrel Knight – 05:30
  6. Wait for an Answer – 06:30
  7. The Soulforged – 05:18
  8. Age of False Innocence – 06:06
  9. Punishment Divine – 05:45
  10. And Then There Was Silence – 14:06
  11. Frutto del Buio – 03:45  

Durata totale: 01:10:48

Line-up:

  • Hansi Kürsch – voce
  • André Olbrich – chitarra solista
  • Marcus Siepen – chitarra ritmica
  • Thomas Stauch – batteria
  • Matthias Wiesner – tastiere ed orchestrazioni (guest)
  • Oliver Holzwarth – basso (guest)
Genere: symphonic power metal

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