Thin Lizzy – Johnny the Fox (1976)

I Thin Lizzy sono uno dei gruppi più conosciuti nell’ambito del primo hard rock, insieme a Deep Purple, Led Zeppelin e Uriah Heep (notare che non ho inserito i Black Sabbath, loro sono i migliori ma sono anche molto diversi dai suddetti gruppi) sono tra i nomi di punta del genere degli anni ’70, quello che ancora non era, come sarà nella decade seguente, in molti casi solo heavy metal più melodico, bensì uno stile rock si pesante ma con un sound unico e particolare, sferragliante, contaminato soprattutto dal blues ma anche dal rock ‘n’ roll e persino un poco dal progressive. Il gruppo in questione presenta però alcune peculiarità rispetto alle altre hard rock band: in primis le due chitarre quando si usava averne solo una, i cui intrecci saranno di grande ispirazione per quell’heavy classico dal quale poi si evolsero direttamente o indirettamente quasi tutti gli altri generi; in secondo luogo, non erano inglesi come i suddetti gruppi, bensì irlandesi, e qualche influenza la traevano persino dalla musica etnica della loro patria; infine il loro leader carismatico, il compianto Phil Lynott, cantante e bassista, è probabilmente il primo musicista di colore a suonare in un gruppo vero e proprio di “musica dura”. Queste però sono in fin dei conti curiosità, quello per cui i Lizzy sono famosi è la qualità della loro musica, dischi come Jailbreak o il sottovalutato Black Rose sono ottimi esempi di hard rock settantiano, nonché importanti pietre miliari del genere, per quanto soggettivamente io preferisca altri gruppi. Comunque sia, nel 1976 la band di Dublino produce ben due dischi: il suddetto Jailbreak e questo Johnny the Fox, due dischi molto diversi tra loro.
La opener Johnny è un gran pezzo puramente “Thin Lizzy”, molto semplice, composto da un riff accattivante che si ripete lungo tutta la canzone ma senza stancare; altri punti di forza sono il ritornello particolare, cantato dalla bella e caratteristica voce di Lynott, e le parti solistiche del duo Scott Gorham/Brian Robertson, davvero fantastiche qui come in tutto il resto del disco. Il riff iniziale di Rocky, potente e spensierato, che anticipa di un po’ l’heavy classico più scanzonato e meno cattivo, è il preludio ad un altro brano di rock duro, non molto pesante ma in compenso reso interessante dai tanti passaggi diversi (alcuni dei quali stranissimi) di cui è composta. Il principale difetto di questo disco è la presenza di tante ballad troppo melense e banalotte, ma Borderline, la prima di esse, si fa comunque ascoltare con gran piacere, in virtù delle incursioni blues delle chitarre elettriche, e riesce a coinvolgere molto, pur non essendo un capolavoro immortale. La seguente Don’t Believe a Word è un brano brevissimo ma molto divertente, puro hard rock degli anni ’70 suonato al meglio, non ha niente di speciale (nel senso: non è progressivo e non presenta inutili lazzi) ma nonostante ciò è comunque fantastico, uno dei migliori episodi del platter.
Fool’s Goldrisulta essere una semi-ballata elettrica che, a parte il solito bel duello solistico non ha molto altro da offrire, essendo abbastanza scontata, a mio avviso, specie nel ritornello, piuttosto piatto. Per fortuna la segue la bellissima Johnny the Fox Meets Jimmy the Weed, che non è un brano totalmente hard rock, presenta influenze blueseggianti, rock ‘n’ roll e persino funk, ma nonostante questo è forse la migliore canzone del disco, in virtù proprio di questa sua particolarità e del mood particolare che riesce a creare. Old Flameal contrario è un’altra ballata semi-acustica, molto banale sia nel testo d’amore che nella musica, forse il peggior brano del lotto. Il riff della successiva Massacre è strano, molto chiuso e nervoso, ma piacevole; la parte più bella è tuttavia quella cantata, molto evocativa. Con Sweet Marie abbiamo l’ennesima ballad, a tratti anche abbastanza bella, specie nello stupendo assolo centrale, ma in altri momenti troppo lenta e di gusto pop, il che la rende un brano incostante. Infine, arriva Boogie Woogie Dance, una traccia senza infamia e senza lode, non brutta o sgradevole ma che non riesce a  prendermi particolarmente, essendo forse troppo lineare, nonostante il buon ritmo sostenuto.
Non fraintendete le mie parole: non sono il metallaro ottuso che odia le ballate, quelle più belle le adoro veramente (per rimanere nell’ambito hard rock anni ’70, adoro Stairway to Heaven e No Quarter degli Zeppelin, Child in Time e Soldier of Fortune dei Purple, e poi Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, Don’t Fear the Reaper dei Blue Öyster Cult e tante altre). Non è la loro presenza a infastidirmi, è la loro scarsa qualità, senza la quale, anche con altre ballad ma all’altezza, questo album poteva essere un gran disco, non uno così altalenante come è. Concludendo, insomma, pur essendo considerato un classico nella carriera dei Thin Lizzy, Johnny The Fox a me non piace moltissimo (per quanto non sia un brutto disco e abbia i suoi buoni momenti), gli preferisco di gran lunga altri dischi della loro carriera. Potete anche non fidarvi di me, ma io vi consiglierei, per il gruppo irlandese, di cominciare da Black Rose, che è un album a mio avviso molto più bello ed interessante di questo.
Voto: 76/100
Mattia
Tracklist:
  1. Johnny – 04:26
  2. Rocky – 03:42
  3. Borderline – 04:35
  4. Don’t Believe a Word – 02:18
  5. Fools Gold – 03:51
  6. Johnny the Fox Meets Jimmy the Weed – 03:43
  7. Old Flame – 03:10
  8. Massacre – 03:01
  9. Sweet Marie – 03:58
  10. Boogie Woogie Dance – 03:07
Durata totale: 35:51
Line-up:
  • Phil Lynott – voce, basso, chitarra acustiche
  • Scott Gorham – chitarra
  • Brian Robertson – chitarra
  • Brian Downey – batteria e percussioni
Genere: hard rock
Sottogenere: hard rock classico

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