Riot – Thundersteel (1988)

I Riot sono paragonabili ai Judas Priest in molti modi. Entrambi i gruppi sono stati i primi a produrre heavy metal rispettivamente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e sono stati gli apripista di due scene, quella vastissima del metal americano e quella più contenuta ma altrettanto importante della NWOBHM. I due contesti però differiscono completamente: i Priest provengono da Birmingham, città operaia, in cui ognuno lavorava per turni massacranti in fabbrica, oppure non sopravviveva; i Riot invece nascono a Brooklyn, quartiere di New York abbastanza povero alla loro epoca, e conoscono la vita di strada, con le sue durezze ma anche con le sue attrattive. Forse da questo deriva anche la differenza di sound tra i due gruppi: il sound tipico dei primi è pesantissimo e potente, a tratti anche allegro ma capace anche di scatti rabbiosi, un suono che esprime la frustrazione della disumanizzazione in fabbrica e la voglia di libertà; l’heavy metal dei primi Riot invece è più scanzonato e aperto, in esso risuona la loro energia giovanile di ragazzi di strada che sognano di sfondare con la musica. Personalmente preferisco gli inglesi, tra i due gruppi, ma sono anche consapevole del fatto che la band americana, oggettivamente, è valida tanto quanto la sua omologa della Terra d’Albione. Nonostante questo, le due band hanno avuto destini completamente diversi: dopo essersi fatti conoscere con album stupendi, i Judas Priest riuscirono ad entrare nella leggenda con British Steel, nel 1980, che li consacrò come i veri Metal Gods; anche gli album dei Riot di quegli anni erano qualitativamente ottimi, ma per colpa del management, di etichette troppo attaccate al denaro e anche ad una grossa dose di sfortuna, lo stesso salto di qualità i Riot non lo ottennero, seppur il loro Fire Down Under del 1981 sia ritenuto un classico alla pari con l’album dei britannici dell’anno prima. Così, mentre i Priest diventarono le star più grandi dell’heavy metal classico, i Riot produssero altri due dischi (anch’essi pregevoli) prima di cominciare a perdere i membri uno dopo l’altro, fino allo split definitivo nel 1984. Ma Mark Reale, il chitarrista, fondatore e leader indiscusso della band, non mollò:  dopo due anni, decise di rimettersi in piedi, e di andare avanti, prima con un gruppo di nome Narita (titolo del secondo disco del suo act precedente), e poi rispolverando addirittura il vecchio monicker: i Riot erano tornati! Fu un periodo turbolento: i musicisti andavano e venivano, solo Reale rimaneva il punto fisso, ma alla fine la line-up divenne quasi stabile grazie alle figure di Mark Edwards (che però abbandonerà la band agli albori delle registrazioni, suonando perciò nel disco solo quattro tracce; nelle altre suona invece Bobby Jarzombek), Don Van Stavern al basso e Tony Moore alla voce, oltre al chitarrista, peraltro l’unico membro fondatore ancora nel gruppo. Con questa formazione, i Riot entrano in studio: e nel marzo del 1988 esce il disco che segna il nuovo inizio per la band di Brooklyn, Thundersteel. Da quando si erano sciolti fino ad allora lo scenario metal era molto cambiato, e con facilità la band avrebbe potuto adeguarsi alle nuove correnti più popolari allora, hair oppure thrash; ma i Riot avevano una personalità forte, e così pur rinnovando anche molto il proprio tipo di sound, la band non snaturò il proprio stile, che rimase comunque sempre e solo heavy metal di stampo americano. Il risultato di quel rinnovamento è appunto questo disco.
Si inizia con un riff particolare, un vero e proprio fulmine d’acciaio, poi la leggendaria opener Thundersteel ci mostra in pieno lo stile della nuova incarnazione della band: il suono delle chitarre è più robusto e graffiante di quanto proposto prima dai newyorkesi, ma non assume per questo caratteristiche thrash, si rimane sempre sull’heavy più massiccio; ma la differenza principale col passato è la velocità, qui aumentata prepotentemente, cosicché ora si può parlare di speed metal vero e proprio. Oltre a questo, questa title-track è una canzone breve ma fantastica, contraddistinta dalla velocità e dal prepotente chitarrismo di Reale, sia in fase solista che ritmica. Le chitarre iniziali di Fight or Fall, che ricordano quasi la NWOBHM, possono trarre in inganno, il pezzo è in realtà veramente roccioso, veloce ma non troppo, e con un epicità di fondo imponente e magnifica, culminante nel poderoso e cadenzato ritornello, da cantare a squarciagola. Altro punto di eccellenza è la voce di Moore, i suoi vocalizzi sono potentissimi e la sua voce qui da il meglio, ma anche il resto della band da il massimo sia al livello di songwriting che al livello esecutivo, per una traccia semplice ma che risulta anche la più bella ed emozionante di questo pur fantastico album. Con Sign of the Crimson Storm la velocità scende e il sound, pur non perdendo la propria pesantezza, diventa leggermente più classico, anche se il riff principale è cupo e quasi tenebroso, mentre il chorus spezza l’atmosfera con il suo carico di emozioni e di evocatività. La parte centrale poi è uno spettacolo, ad un fantastico assolo segue una parte veramente malefica, prima che il pezzo torni sulle coordinate iniziale. La seguente Flight of the Warrior è una traccia che contiene tutto quello che di meglio il metal poteva offrire in quegli anni: si passa dalle ritmiche delle strofe pesanti e taglientissime, quasi thrash ad un ritornello che può distrattamente sembrare molto catchy ma che invece riecheggia dell’evocatività presente anche nel resto della canzone,per un altro episodio totalmente capolavoro. Magnifiche come sempre le parti solistiche di Reale, qui veramente al top.
On Wings of Eagles è un brano sempre veloce, potente ed eccellente, ma più complesso del resto del disco: se il suo riff portante è puro metallo fuso che scende nelle orecchie dell’ascoltatore, il resto è più strano, quasi dissonante; esempio di questo è il ritornello corale, melodico ma anche in qualche modo inusuale. Il basso rutilante di Van Stavern introduce Johnny’s Back, e poi la chitarra ritmica lo segue, per l’ennesima canzone energica e rapida, molto omogenea con il resto del disco ma che non sa per questo di già sentito, né annoia, al contrario si rivela l’ennesima perla della serie. Degno di nota l’assolo (non è una novità), il testo autocelebrativo, visto che Johnny è lo strano animale mascotte della band dagli inizi (anche se per la prima volta in quest’album non appare sulla copertina) e lo strepitoso acuto finale di Moore. La successiva Bloodstreetscomincia con la chitarra acustica e vari effetti, i quali creano un mood malinconico che continua anche quando le chitarre distorte entrano in scena. Questa semi-ballad prosegue poi molto melodica, con incursioni acustiche e parti più dure ma mai cattive, che esprimono tutte la stessa nostalgia. La parte più bella è però il ritornello, veramente uno dei più coinvolgenti ed emozionanti mai sentiti. Si torna ad accelerare con l’ottima Run for Your Life, che non sarà di livello eccezionale come il resto del disco ma comunque, col suo heavy classico veloce riesce a coinvolgere molto, specie col suo chorus freddo e in qualche modo misterioso. Ed infine… un inizio arcano e oscuro, con le chitarre soliste, effetti d’atmosfera e voci parlate va avanti per due minuti e mezzo circa, finché tutto si zittisca, e rimanga solo il suono di una campana: poi si parte per il pezzo vero e proprio. Buried Alive (Tell Tale Heart) consta di un mid-tempo che si regge su un riff grantico e arcigno mantenuto per la maggior parte del brano nonostante il pezzo evolva, passando per il ritornello quasi tenebroso, per vari cambi di ritmo, fino al bizzarro finale. Nota di merito anche per il testo, ispirato alla novella “Il cuore rivelatore” di Edgar Allan Poe. Nel complesso, risulta un finale perfetto per un disco perfetto.
Come ho appena detto, questo disco è praticamente perfetto, senza dubbio è il capolavoro indiscusso dei Riot. Un amante dell’heavy metal, quest’album non solo lo deve solo possedere, per potersi definire tale, deve anche amarlo alla follia, perché è veramente un capolavoro che lascia a bocca aperta, immancabile ed immortale. Se non l’avete, quindi, correte a comprarlo, son sicuro con certezza quasi matematica dell’impossibilità che voi ne rimaniate delusi.
Voto: 100/100
Ho deciso, a partire da questo anno e proseguendo per i prossimi, che il lunedì più vicino al mio compleanno (quest’anno è solo un caso che esso stesso cada di lunedì) pubblicherò la recensione non del mio gruppo preferito, i Blind Guardian (questi ultimi saranno sempre due settimane prima, per un motivo che non divulgherò), bensì di un capolavoro uscito nel mio anno di nascita, il 1988. Quest’anno la scelta dei Riot era obbligata e doverosa, per onorare e commemorare la prematura e tragica morte di Mark Reale, scomparso lo scorso venticinque gennaio. La recensione è quindi dedicata alla sua memoria.
Mattia

Tracklist:
  1. Thundersteel – 03:49
  2. Fight or Fall – 04:25
  3. Sign of the Crimson Storm – 04:40
  4. Flight of the Warrior – 04:17
  5. On Wings of Eagles – 05:41
  6. Johnny’s Back – 05:32
  7. Bloodstreets – 04:39
  8. Run for Your Life – 04:08
  9. Buried Alive (Tell Tale Heart) – 08:55
Durata totale: 46:06
Line-up:
  • Tony Moore – voce
  • Mark Reale – chitarre
  • Don Van Stavern – basso
  • Bobby Jarzombek – batteria
  • Mark Edwards – batteria per le canzoni Fight or Fall, Sign of the Crimson Storm, On Wings of Eagle e Bloodstreets
Genere: heavy metal
Sottogenere: speed metal

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