Megadeth – Rust in Peace (1990)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONERust in Peace (1990) è il quarto storico album dei Megadeth.
GENEREUn thrash metal che unisce l’anima classica e quella più intricata della branca tecnica in qualcosa di vorticoso ma di gran impatto. 
PUNTI DI FORZAUn livello di ispirazione eccelso, neppure un particolare fuori posto, una scaletta senza il minimo calo. In generale, un album perfetto ed esaltante dal primo all’ultimo secondo. 
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIHoly Wars… The Punishment Due (ascolta), Hangar 18 (ascolta), Tornado of Souls (ascolta), Rust in Peace… Polaris (ascolta)
CONCLUSIONIRust in Peace è l’album migliore dei Megadeth, e in generale uno dei più belli all’interno del thrash metal, di cui rappresenta quasi una sorta di canto del cigno!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
100
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Non posso nascondere di amare molto la scena thrash metal americana classica degli anni ’80: band come i Metallica, gli Exodus, gli Overkill e i Testament, sono infatti, per i miei gusti, tra i migliori gruppi mai esistiti. Tuttavia i miei preferiti rimangono senza dubbio i Megadeth. Nessuno infatti, in campo thrash, riesce a mio avviso a creare un connubio così perfetto e riuscito tra la spontaneità e l’aggressività del thrash metal ordinario e le strutture progressive di band del periodo come Blind Illusion, Voivod e Watchtower, pur senza esagerare in tecnicismi di sorta come gli act appena citati (a mio avviso validissimi nonostante quanto appena detto, ma molto diversi dai ‘deth). Dopo due dischi di altissima caratura come Peace Sells… But Who’s Buying e So Far, so Good… So What?, sembrava molto difficile ripetersi per la band guidata da Dave Mustaine, che tanto per cambiare (e rendere l’impresa ancor più ardua) l’anno precedente aveva subito un nuovo avvicendamento nella line-up. A parte il duo costante formato dal chitarrista e cantante lungocrinito e dal bassista David Ellefson, infatti, il chitarrista Jeff Young e il batterista Chuck Behler erano stati silurati dall’irrascibile mastermind, che li aveva rimpiazzati con altri due musicisti, il bravissimo e già famoso Marty Friedman (i Cacophony insieme a Jason Becker sono l’esempio più facile dei suoi trascorsi, ma si possono citare anche tante formazioni più di culto come gli Hawaii e i Vixen ed infine il suo progetto solista) alle sei corde e il meno conosciuto Nick Menza (per lui solo un’esperienza con i Rhoads di Kelle Rhoads, fratello del ben più noto Randy) dietro le pelli. Questa formazione (destinata in seguito a durare relativamente a lungo e considerata perciò da tutti quella “classica” dei Megadeth) pubblica nel settembre 1990 Rust in Peace, che si rivelerà forse il più importante della loro carriera. Ma andiamo con ordine, cominciando dalla cover: il brutto esperimento di So far, So Good…, in questo senso, è archiviato, e si torna al passato, con il talentuosissimo Ed Repka, già all’opera su Peace Sells…, che firma la copertina più bella dell’intera storia del gruppo e forse anche una delle più belle mai viste in ambito metal. Con una premessa così, l’album non doveva deludere le aspettative, ma mi accingo a spiegarvi come non solo non l’ha fatto, ma addirittura è andato oltre ogni previsione.

La opener Holy Wars inizia come un pezzo thrash molto potente e coinvolgente, di stampo tipicamente megadethiano, in cui si evidenzia il possente chitarrismo del duo Mustaine/Friedman e la botta pazzesca della sezione ritmica; ma c’è anche un’altra peculiarità, un sound unico, indescrivibile, pompato e sontuoso ma anche basilare e aggressivo, sound che caratterizzerà tutto l’album. La canzone però è molto breve, e si spegne subito, lasciando il posto alla consequenziale The Punishment Due (anche se le due sono un’unica traccia, nei fatti), la quale dopo un intro di chitarra classica si scatena in un pezzo più lento ma colmo di pathos, la voce di Mustaine a raccontare la triste storia delle vittime di guerra, inframezzato dagli stupendi assoli. Il finale riserva una nuova sorpresa: si torna ad accelerare, riprendendo il riff dalla parte iniziale. e finendo con grinta, in maniera tiratissima. Nel complesso, risultano sei minuti e mezzo di puro godimento metallico… e il meglio deve ancora venire! Infatti la successiva Hangar 18 ha un riff iniziale particolarissimo e meraviglioso, impossibile da descrivere a parole, che lascia poi il posto ad un altro ancor più bello, composto praticamente solo di lead guitars, con le chitarre ritmiche che ricompaiono solo in occasione degli assoli, i quali intramezzano solo le strofe e i bellissimi ritornelli, almeno nella prima parte. Se quest’ultima è assolutamente meravigliosa, la seconda vale ancor di più: totalmente strumentale, tra gli stupendi soli di Mustaine e di Friedman si inseriscono ritmiche durissime che tendono ad accelerare lentamente, fino a ritrovarci in un tripudio di note e di riff da estasi metallica vera. Si può dire di tutto di questa canzone, ma non che non sia uno dei pezzi metal più belli della storia. Arriva il turno quindi di Take No Prisoners, un brano penalizzato solo dal fatto che è preceduta da una simile meraviglia; per il resto, si rivela la solita canzone complicata alla Megadeth, con in più una bella dose di aggressività e di tiro, che la rendono il terzo episodio spettacolare dell’album. I primissimi secondi di Five Magics possono trarre in inganno, sono pestati alla massima velocità, ma poi il pezzo diventa cadenzato ed atmosferico, con la sezione ritmica da sola che si alterna coi potenti riff di chitarra. Si entra poi nel vivo del pezzo: l’aura malefica non sparisce, ma la velocità aumenta, sviluppando un brano composto da varie parti diverse tra loro ma tutte incastrate in modo più che perfetto, cosicché il risultato è l’ennesimo brano riuscitissimo.

Un basso sferragliante introduce Poison Was the Cure, venendo poi seguito poi da chitarre e batteria, sembra debba esserci una canzone simile al precedente, lungo e dal mood oscuro, ed invece Mustaine ci stupisce ancora con una traccia molto veloce, dal retrogusto maideniano, una cavalcata breve ma estremamente coinvolgente. Bello anche il testo, che parla metaforicamente del rapporto di Mustaine con le droghe. In molti dischi capita che il gruppo voglia inserire un episodio filler, per aumentare la durata, e forse era questa l’intenzione dei Megadeth infilando in Rust in Peace anche Lucretia: ma se così è stato la band losangelina è caduta in un errore di valutazione, la canzone si rivela infatti di un livello più che alto, che molti gruppi anche blasonati odierni si sognano, complici le parti strumentali ottime (specie in fase solistica), qui come in tutto il disco, e il solito sound unico di cui ho già parlato. Nella seguente Tornado of Souls l’unica cosa sbagliata è il titolo, si doveva chiamare “Tornado of Emotions”, tante sono le sensazioni preziose che riesce a dare lungo tutta la propria durata: tristezza, cattiveria, liberazione, malinconia, tutto questo negli appena cinque minuti di durata. Per il resto tutto perfetto, riff taglienti, a tratti quasi rockeggianti mentre in altri momenti potentissimi (ma in tutti i casi assolutamente spettacolari), soli al vetriolo, le già citate forti emozioni: insomma, per farla breve, tutto quello che di meglio si può desiderare da un qualsiasi pezzo metal. Siamo ora quasi in dirittura d’arrivo: Dawn Patrol non ha la minima traccia di metal… ma come si fa a non adorarla ugualmente? Trattasi di un breve intermezzo retto da un giro di basso malefico che si ripete varie volte, mentre Mustaine recita versi apocalittici, e certo si rivela un episodio particolare ma nel posto giusto al momento giusto, ancora una volta. La batteria del velocissimo Menza, subito seguita dai riff di chitarre ritmiche, apre la conclusiva Rust in Peace, che poi si rivela per quello che è: un pezzo thrash potentissimo, con riff veramente spietati, i quali lasciano ogni tanto spazio anche ad aperture melodiche, ma senza rovinare la pesantezza né l’atmosfera di malvagità che la pervade; degno di nota anche il testo, uno dei migliori sul tema della follia degli uomini, i quali semplicemente premendo un bottone possono annientare la civiltà sulla Terra. Una pausa, e poi parte la seconda parte del brano, Polaris, più veloce e aggressiva, che mette la parola fine sull’album thrash più bello di tutti i tempi a mio avviso.

Alla fine di questi densi ed intensissimi quaranta minuti, viene quasi voglia di risentire l’album, tanto esso è bello. L’anno dopo era già quello dell’album nero omonimo dei Metallica: certo, anche quell’anno uscirono ottimi dischi old school, ma si può dire in ogni caso che il 1991 sia l’anno in cui inizia la fine della scena classica del thrash metal. Rust in Peace rappresenta quindi una specie di canto del cigno per il genere, l’ultimo scoppio prima della perdizione dei nineties: ma un’esplosione, lasciatemelo dire, di eccezionale energia e brillantezza. Ci sono altri dischi di quel periodo a cui dare il voto massimo, penso solo ai vari Kill’em All, Reign in Blood, The New Order e Bonded by Blood; ma Rust in Peace è sopra anche a questi capolavori assoluti, è certamente uno dei migliori dischi metal mai usciti. Il mio consiglio finale, se non l’avete, è di prenderlo a tutti i costi, perché a nessuno che si dichiari anche solo metallaro (senza che nemmeno sia un particolare estimatore del thrash) questo disco può mancare.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Holy Wars… the Punishment Due06:36
2Hangar 1805:15
3Take No Prisoners03:29
4Five Magics05:43
5Poison Was the Cure02:58
6Lucretia03:58
7Tornado of Souls05:23
8Dawn Patrol01:51
9Rust in Peace… Polaris05:37
Durata totale: 40:50
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Dave Mustainevoce e chitarra
Marty Friedmanchitarra
David Ellefsonbasso, backing vocals
Nick Menzabatteria, backing vocals
ETICHETTA/E:Capitol Records
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