I Compagni di Baal – I Compagni di Baal (2012)

Personalmente, seguo appassionatamente la scena metal dell’anconetano. Nonostante la quantità di gruppi non sia enorme, specie se raffrontata ad altre zone d’Italia, per quanto riguarda invece la qualità la nostra provincia può contare delle vere e proprie eccellenze: subito mi vengono in mente i famosissimi Infernal Poetry e The Dogma, conosciuti anche all’estero. Ci sono altresì tanti act più underground altrettanto validi e molto diversi tra loro, dai progressivi e seri Ohm ai demenziali Kurnalcool, dagli storici e classici Gunfire ai moderni Death Riders, oltre a molti altri. Tra queste band, una delle più interessanti sono senza dubbio I Compagni di Baal, gruppo anconetano che prende il nome da un oscuro sceneggiato francese omonimo del ’68 e suona un heavy/doom metal con influenze prog davvero molto personale. Il fatto di coniugare i gruppi più classici del rock e del metal con un sound più moderno lì rende già abbastanza originali, ma la ciliegina sulla torta è la particolarità del cantato in italiano, una scelta coraggiosa, ma che riesce a dimostrarsi vincente nel loro caso, anche grazie ad una buona dose di talento. Comunque sia, il gruppo nasce nel 2008 e arriva al demo (già recensito in precedenza su Heavy Metal Heaven) due anni dopo, un mini-cd di cinque tracce con cui il gruppo dimostra tutta la propria bravura, tanto che un’etichetta conosciuta ed importante come la Jolly Roger Records li nota e li mette sotto contratto. Da allora poco o nulla è cambiato, la line-up è rimasta praticamente invariata, con Luca Finaurini alla voce, Daniele Carnali alla chitarra, Diego Brocani al basso e Giorgio Pantaloni alla batteria. Questa formazione, con l’aggiunta di Stefan Seclj, tastierista “preso in prestito”da L’impero delle Ombre, entra in studio nel 2011 e dopo un duro anno di lavoro riesce a produrre finalmente il tanto agognato esordio: originariamente si doveva chiamare La Strada è Ancora Lunga, ma poi si è optato per nominarlo semplicemente I Compagni di Baal, probabilmente per motivi di marketing. Le canzoni le conoscevo già prima, almeno a grandi linee avendole ascoltate quasi tutte ai loro live parecchie volte; inoltre per avere il disco ho contattato il cantante della band, che me ne ha fatto avere una copia ben prima dell’uscita ufficiale (avvenuta appena lo scorso 4 giugno), perciò anche dopo solo un mese circa sono in grado di scriverne la recensione, avendolo comunque ascoltato approfonditamente ed assorbito.
Si comincia con l’unica e sola cosa che mi ha fatto davvero storcere il naso, l’intro. Se quello del demo era cattivo e potentissimo con lo spezzone della serie francese a proclamare la potenza dei Compagni di Baal, il presente è un po’ anonimo, ma alla fine questa è una sottigliezza. In compenso, infatti, R.I.P. è il solito pezzo stupendo, dalla prima parte veloce col suo incastro perfetto di riff a metà tra heavy e doom, valorizzati tantissimo dalla nuova produzione, alla seconda parte più cadenzata ed atmosferica, nella quale però ancora la potenza della chitarra la fa da padrona, mentre del cantato se ne occupa un ospite quasi illustre, Giovanni Cardellino dei già citati L’impero delle Ombre: partenza eccellente, insomma. La successiva L’Orrore che Abita in Me può sembrare un pezzo nuovo, visto il titolo, ma nei fatti essa altro non è che Il Dono del demo, seppur con alcune modifiche nella struttura e con l’aggiunta di un intro di tastiere, le quali accompagnano anche il resto della traccia. Comunque il suo valore rimane, il bellissimo riff da strada c’è ancora ed incide addirittura di più, grazie al sound più curato; lo stesso vale per le parti più doom e per il finale più melodico, che ne fanno nel complesso un altro buonissimo brano. A parte il minaccioso e doomeggiante riff che la apre, Oltre la Luna risulta inizialmente molto melodica, con le chitarre acustiche a fare capolino qua e là e quelle elettriche che nelle strofe risultano più orientate alla melodia che alla cattiveria: poi però la traccia si rivela estremamente mutevole e quasi progressiva, viste le tanti parti diverse che, perfettamente amalgamate, si alternano in essa. I momenti migliori comunque sono quelli puramente sabbathiani che precedono gli altrettanto splendidi ritornelli, e la bellissima parte strumentale centrale. Arriviamo quindi a Tra Potere e Libertà, forse non il brano più bello, ma di sicuro quello che mi ha sorpreso di più. Essa infatti non è altro che la bella Ostile del demo, solo con liriche completamente diverse. A me il testo originale piaceva tantissimo, con tutta la cattiveria che aveva, ma la cosa stupefacente è proprio che le nuove parole, probabilmente una critica verso la chiesa cattolica (anche se non sono certo, una delle cose belle dei testi de I Compagni è proprio il fatto che siano criptici e di difficile interpretazione), sono anche meglio delle vecchie. L’intermezzo centrale poi è favoloso per il mood che riesce a creare: la sezione ritmica domina, l’abilissimo Pantaloni, che altrove si fa valere col suo caratteristico groove, dimostra di non essere solo bravo a pestare imponendo in questo frangente un ritmo soft e semi-jazz; ma Brocani spicca ancora di più, visto che oltre alla prestazione superlativa al basso (qui come nel resto del disco) sfodera una voce molto bella, bassa e profonda, con cui canta dei versi estremamente evocativi. Nel complesso, insomma, l’ennesimo brano egregiamente riuscito.
Icolanibai,l’unico pezzo che non avevo mai sentito nemmeno live è nei fatti un breve preludio di chitarra acustica, basso e tastiera, poco importante nell’ottica del disco ma comunque piacevole, nonché adatto a far riposare le orecchie tra un brano duro e l’altro. Dopo un intro di organo, parte quindi Nell’Oscurità: se devo essere sincero, saranno le troppe tastiere oppure la voce di Cardellino (non mi dispiace affatto come cantante, tuttavia in questo frangente è forse poco adatto), ma trovo che tra i quattro brani presenti anche sul demo, questo sia l’unico che perda rispetto all’altra versione. Non fraintendetemi, però, con questo non voglio dire che il brano sia brutto, anzi mi piace abbastanza, soprattutto nello splendido finale, atmosferico e con un assolo da brividi, dove anche le tastiere, di cui mi lamentavo pocanzi, si integrano alla perfezione. Perciò questo episodio sarà meno bello degli altri ma è comunque in grado di regalarci ottimi momenti. Dopo queste prime cinque canzoni (senza contare l’intermezzo) sarebbe stato difficile fare di meglio… eppure il gruppo ci riesce, con Sepolto sotto un Cielo, una mini-suite brevissima in tre parti perfettamente fuse tra loro, nonché la traccia migliore dell’intero platter, a mio avviso. L’imponente riff doom iniziale è qualcosa da pura estasi metallica, solo pochi geni delle sei corde (Tony Iommi, Mats Björkman, Victor Griffin e pochi altri per citare gli esempi nel doom) sarebbero riusciti ad inventarne uno altrettanto coinvolgente, il che significa che pure Daniele Carnali va annoverato tra i suddetti geni (e non solo per questo motivo, in effetti ogni singolo riff nell’album è almeno degno di nota). La seconda parte è più lenta ed atmosferica, inizialmente spuntano fuori anche le chitarre acustiche, prima che la distorsione torni a fare la propria parte, pur non disturbando affatto l’atmosfera oscura e d’attesa che permea questa frazione. Degna di nota, qui, anche la prestazione di Finaurini, che dimostra non solo di avere una gran bella voce, molto potente (qui come nel resto del disco), ma di cavarsela egregiamente anche con la tecnica dello scream. La parte conclusiva è più veloce, eppure non per questo meno coinvolgente; anzi, si rivela un continuo turbinio di emozioni, il rifferama è in assoluta evidenza ma tutta la band da il massimo qui, per una canzone degna veramente di rientrare in un ipotetica classifica dei 100 pezzi più belli della storia del doom metal. Siamo ormai in dirittura di arrivo, e il compito di chiudere i giochi spetta a La Danza del Sangue, che inizia come una ballata minimale di chitarra che però si appesantisce man mano che avanza, con l’ingresso di tutti gli altri strumenti, fino a raggiungere un picco di potenza e poi di velocità; quindi tutto ricomincia da capo, arriva una nuova strofa che si perde nel finale, il quale tra le atmosfere delle tastiere, il ritmo lento e riflessivo imposto dalla sezione ritmica e l’ennesimo bell’assolo, conclude in bellezza del disco.
Insomma, i Compagni di Baal riescono addirittura a impressionare con un esordio riuscito splendidamente (il cui unico difetto può essere trovato solo nella corta durata, appena quarantadue minuti), magari non un masterpiece assoluto ma comunque un capolavoro (e non lo dico perché sono miei corregionali né per la mia politica del valorizzare il metal italiano, ma perché lo penso davvero indipendentemente da tutto). Non saranno innovativi, nel senso che con la loro musica non inventano nulla, nessun nuovo genere musicale prima inedito, ma d’altra parte, nondimeno, di originalità e di personalità ce n’è molta: il gruppo riesce a rendere il proprio stile peculiare ed unico, tanto che pur da esperto non conosco alcun’altra band con cui poterli paragonare (a parte i già nominati più volte L’impero delle Ombre, che sono però comunque abbastanza diversi). Perciò, se continueranno così per me I Compagni di Baal hanno la possibilità di diventare, nei prossimi anni, un nome di punta del metal italiano. Si vedrà, la strada è ancora lunga, ma spero vivamente che i miei auspici possano avverarsi. Concludendo, quindi, se vi capitasse tra le mani questo disco (è possibile, non sarà facilissimo da ottenere ma non è nemmeno introvabile), il mio consiglio è di prenderlo: vedrete che davvero non ve ne potrete pentire, e sarete fieri di poterlo aggiungere alla vostra collezione.
Voto: 94/100
Mattia
Tracklist:
  1. R.I.P. – 06:41
  2. L’Orrore che Abita in Me – 06:01
  3. Oltre la Luna – 04:42
  4. Tra Potere e Libertà – 04:28
  5. Icolanibai – 01:40
  6. Nell’Oscurità – 06:38
  7. Sepolto sotto un Cielo – 05:59
  8. La Danza del Sangue – 05:51
Durata totale 42:00
Line-up:
  • Luca Finaurini – voce
  • Daniele Carnali – chitarre
  • Diego Brocani – basso
  • Giorgio Pantaloni – batteria
Genere: doom/progressive/heavy metal

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