Moonsorrow – Kivenkantaja (2003)

I Moonsorrowsono probabilmente una tra le band più fraintese dell’intero panorama metal. Su di loro ne ho lette ed ascoltate di tutti i colori: per esempio una recensione di un altro sito parla di loro come dei cloni dei connazionali Children of Bodom, affermazione che fa sorridere per quanto è assurda (infatti pensavo inizialmente ad uno scherzo), e che certo avrà fatto inorridire tantissimi amanti del gruppo dei cugini Sorvali (anche se non me, visto che non mi dispiacciono i COB). Altrove ho sentito dire che i Moonsorrow sarebbero uno dei gruppi di punta del movimento viking metal, un’associazione più sensata della prima ma egualmente erronea. Il viking è in effetti un sottogenere sia musicale che tematico, ed un gruppo che rientra in questo genere musicalmente ha una certa epicità di fondo; ma oltre a questo, deve anche parlare delle tradizioni dei vichinghi, delle loro divinità o delle loro imprese. Venendo meno questa seconda condizione, si parlarebbe di viking, assurdamente, anche per qualsiasi altro gruppo che conta sull’evocatività, dai Manilla Road ai Candlemass fino persino ai Rhapsody of Fire (e ci vuole un bel coraggio per definire tali gruppi “viking”).Passando al caso di specie, i Moonsorrow di epicità ne hanno da vendere, ma non possono essere considerati viking: nonostante forse il senso comune possa suggerire la parentela tra gli abitanti della Finlandia e gli altri popoli scandinavi, in realtà le cose stanno diversamente. Culturalmente e linguisticamente, i finlandesi appartengono alla famiglia uralica, il che li assimila ad altri popoli tra cui i lapponi e gli ungheresi. C’è da dire poi che la famiglia uralica appartiene, secondo le teorie più in voga tra i linguisti, al più ampio gruppo uralo-altaico, il quale comprende tante lingue, dal turco al mongolo, fino ad arrivare, secondo alcuni studiosi, persino al coreano e al giapponese. Per questo, il popolo finlandese ed i vichinghi (che sono di famiglia germanica e gruppo indoeuropeo) hanno ben poco da spartire: i discendenti di questi ultimi infatti sono molto più vicini a noi Italiani (indoeuropei anche noi), per esempio, di quanto non lo siano con i finlandesi, mentre essi sono culturalmente più affini ai soldati delle orde di Gengis Khan che ai pirati nordici che nell’alto medioevo impaurivano metà dell’Europa. Per questo, nei testi dei Moonsorrow (peraltro orgogliosamente scritti nella lingua madre) non si parla mai di divinità quali Odino o Thor, come non si parla delle imprese dei germani, bensì di religione, tradizioni e usi finlandesi, oltre a temi epico-fantastici, il che li qualifica senza dubbio come pagan metal (definizione molto larga, che comprende anche chi parla delle divinità greco/romane, slave o celtiche, ma certo più esatta e calzante di quella di viking). Chiusa la parentesi culturale, torniamo a noi: la band finlandese si forma nel 1995, e suona inizialmente solo black metal; poi però evolve il proprio genere per renderlo più personale, tanto che con l’esordio, Suden Uni, già si può parlare di black/folk metal. Due anni ed un album dopo, la band si ritrova nel pieno della propria ispirazione: così nel 2003 viene alla luce Kivenkantaja, ovvero l’album qui recensito.

Dopo qualche rumore ambientale iniziale, parte il lungo e spettacolare intro di Rauniolla(presso le rovine), da cui già si può comprendere lo stile particolare di questo disco: ai riff duri, potenti ed evocativi si uniscono le tastiere e gli strumenti folkloristici, a creare un atmosfera particolare, di massima tensione epica. Dopo un breve interludio di chitarra acustica parte il pezzo vero e proprio, una cavalcata lenta ma evocativa al massimo, con la voce pulita ad alternarsi allo scream nello scandire versi impenetrabili ma anche pieni del fascino esotico che solo lingue insolite come il finlandese possono creare; il tutto culmina nell’epicissimo ritornello corale, che si fa cantare a squarciagola. La canzone si evolve poi, alternando parti più compatte ed energetiche ad altre che pur sorrette da parti di chitarra non poco pesanti sono più atmosferiche e folk-oriented; tutti questi cambiamenti non influiscono però sul mood di evocatività che non abbandona la canzone nemmeno per un secondo. Nonostante i dieci minuti di durata il brano non stanca nemmeno un momento, ma la storia non finisce lì: in coda ci sono altri tre minuti di tastiere e chitarre acustiche, che impreziosiscono il tutto ancor di più con la propria atmosfera, rendendo un capolavoro assoluto ancor migliore. Seppure è attaccata all’outro della precedente, Unohduksen Lapsi (figli dell’oblio) non potrebbe essere più diversa da quest’ultimo, il riff è malefico e la voce ricorda persino il Burzum più efferato nella malvagita. E’ solo l’inizio però, perché presto la canzone torna su binari meno black e più folk, mantenendo comunque il proprio valore inalterato. Tra il sottofondo sinfonico, un riff bellissimo che non varia molto ma neanche viene a noia, intervallato da parti che più folk non si può, il cattivo scream del cantante Ville Sorvali e un ritornello molto coinvolgente, ecco a voi la seconda gemma del platter. Degna di nota anche la parte centrale, più lenta, in cui l’epicità raggiunge uno dei picchi assoluti in quest’album.
In Tuhatvuotinen Perintö (retaggio di mille anni) il vento soffia, accompagnato da delicate melodie suonate da un’orchestra d’archi e quindi dalla voce del narratore, che coi suoi pochi versi introduce la seguente Jumalten Kaupunki (la città degli dei). Questa comincia con un riff tra i più belli e potenti mai sentiti, veramente da urlo, e poi prosegue nel migliore dei modi in un pezzo lungo ed epico. Inizialmente vi sono strofe folk e un ritornello che più epico non si potrebbe; poi la canzone diventa più mutevole, parti folkloristiche e sinfoniche si mescolano tra loro alla perfezione, senza intaccare però la parte più prettamente metal, che comunque la fa sempre da padrona, producendo anche momenti piuttosto rabbiosi. Dopo otto minuti la canzone sembra esaurirsi in una pausa, ma poi il folk metal torna, per un finale tra i più epici mai sentiti, il quale dopo aver infuocato l’animo dell’ascoltatore si spegne, lasciando il compito di concludere ad un bellissimo assolo di fisarmonica. Nel complesso, questo brano spicca per il suo valore anche in questo album così omogeneo nella sua altissima qualità.
Delle chitarre acustiche iniziali, quasi malinconiche, fanno da preludio a Kivenkantaja(il portatore di pietre), l’episodio più classicamente folk del lotto, con i riff di chitarra e il violino solista a disegnare su di essi: ma non crediate che per questo la qualità si abbassi, o che i Moonsorrow per questo perdano la loro personalità, anzi, la titletrack si rivela una canzone ancora una volta perfettamente riuscita, in cui le parti solo folk e quelle più metal e cattive si incastrano perfettamente tra loro, creando un’epicità fortissima, la quale è dopotutto la peculiarità migliore di questo disco. La seconda parte, più cadenzata, è poi meravigliosa, con il flauto che la fa da padrone disegnando fantastiche melodie. Dopo un lunghissimo intro, dal titolo Tuulen Tytär (figlia del vento) che tra parti di piano ed altre di musica quasi medioevale crea una magnifica atmosfera magica (acuita anche dal testo, scritto ma non cantato), è il turno della seconda metà del brano, Soturin Tie (la via di un guerriero), un nuovo brano lento ed evocativo, in cui le chitarre, le tastiere e gli strumenti folkloristici si mescolano, per l’ennesima volta, perfettamente ed in maniera unica, per un pezzo completo di qualsiasi caratteristica si possa desiderare da un brano metal: mood, potenza, melodia. Stavolta la parte metal è però più breve e viene intervallata da una frazione pressoché ambient, la quale nondimeno non sminuisce il valore del brano, al contrario contribuendo a creare l’ennesima gemma sfolgorante di questo meraviglioso album. Degno di nota anche il cantato: i soliti cori robustissimi si alternano qui con la voce narrata, per un pezzo che riesce davvero a far vivere immagini più che epiche. Il finale del disco è molto atipico ma bello, la conclusiva Matkan Lopussa (alla fine del viaggio) è infatti un pezzo tradizionale finlandese a cui si sovrappongono i cori e la voce eterea di Petra Lindberg. Nel complesso, pur non essendo quest’ultima traccia all’altezza di ciò che l’ha preceduta, è comunque ottima, ed oltre a non rovinare il disco lo conclude in maniera più che degna.
Un ultimo appunto, sui generi scelti: ho deciso di considerare questo disco semplicemente folk anziché black/folk, poiché pur essendoci spesso cantato in scream la maggior parte dei riff non è di matrice black, a parte qualche sparuta reminescenza. Non nego che le origini del gruppo siano nel black, come anche alcuni loro brani siano  veramente classificabili con tale etichetta (penso solo alla meravigliosa suite Tulymyrsky), ma questo disco trovo che sia meglio identificabile semplicemente come folk metal, pur con tutte le sue influenze. Allo stesso modo, l’unico sottogenere è il pagan metal, non ho ritenuto opportuno etichettarlo come symphonic folk, poiché anche se il platter in questione presenta molte orchestrazioni, è anche vero che esse servono a sottolineare praticamente solo le parti più epiche, e non sono una presenza fissa come può essere invece nel caso dei connazionaliTurisas, per esempio. Precisato questo, non resta che concludere: lo faccio dicendo che, come avrete capito dalle mie parole, il disco è veramente uno di quelli immortali, lo reputo tra i dischi più belli che abbia mai sentito. Perciò, se siete amanti del folk metal, ma anche semplicemente dell’epicità in musica, quest’album non può mancarvi; fatelo vostro!

Voto: 100/100

Mattia

Tracklist:

  1. Rauniolla – 13:36
  2. Unohduksen Lapsi – 08:17
  3. Jumalten Kaupunki/Tuhatvuotinen Perintö – 10:42
  4. Kivenkantaja – 07:39
  5. Tuulen Tytär/Soturin Tie – 08:36
  6. Matkan Lopussa – 04:54
Durata totale: 53:44
Line-up:
  • Ville Sorvali – voce e basso
  • Mitja Harvilahti – chitarra solista e ritmica
  • Henri Sorvali – tastiere e chitarra ritmica ed acustica
  • Lord Eurén – tastiere
  • Marko Tarvonen – batteria e chitarra acustica
Genere: folk metal
Sottogenere: pagan metal

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