Amon Amarth – Versus the World (2002)

Per chi ha fretta:
Versus the World (2002), quarto album degli Amon Amarth, è uno dei lavori più importanti della carriera degli svedesi. Doveva essere il disco finale prima dello scioglimento (nelle intenzioni, si sarebbe infatti intitolato The End), ma visto il grande valore e il successo conseguente, l’ensemble decise di andare avanti. Senza spostarsi troppo dal proprio sound, il solito melodeath epico a tinte vichinghe, la band riuscì di nuovo a pubblicare un capolavoro assoluto. Ne è testimone la tracklist, tre quarti d’ora di pura intensità con qualche pezzo meno riuscito, ma anche eccellenze come Death in Fire, For the Stabwounds in Our Backs, la title-track e Down the Slopes of Death. Per questo, Versus the World non è solo un album cardine per gli Amon Amarth, ma anche un disco che gli amanti del viking e del death metal melodico non possono che possedere!

La recensione completa:
Uno dei gruppi scandinavi attualmente più di successo a livello di visibilità e fama sono sicuramente gli Amon Amarth. La nascita di questo ensemble svedese risale addirittura al 1988 con il monicker di Scum, poi mutato quattro anni dopo in quello definitivo. Una lunga gavetta (il loro esordio Once Sent from the Golden Hall è solo del 1998) ha permesso al gruppo di sviluppare un proprio sound personale, che dal death metal classico delle origini si è sviluppato in un melodeath pur tuttavia ancora molto violento, ed abbastanza originale, nonostante le innegabili influenze da gruppi loro connazionali quali gli imprescindibili At The Gates. Oltre a questo però il loro sound si è evoluto anche in un’altra direzione, incorporando atmosfere epiche e battagliere (senza, tra l’altro, perdere nulla della loro cattiveria death). Questo, insieme alla scelta di produrre liriche apertamente ispirate a battaglie, all’odio verso il cristianesimo e soprattutto alla mitologia norrena, rende gli Amon Amarth una delle poche band viking metal (anche se loro rifiutano questa dicitura, non significa che non lo siano, del resto anche i Cathedral, per esempio, rifiutano l’etichetta “doom”) ad avere come base il death, invece che il black o il folk (a parte gli Unleashed, altri act sullo stesso genere di una certa importanza non mi vengono in mente). Tuttavia, nonostante l’originalità dei primi tre ottimi dischi, gli svedesi attraversarono ad un certo punto della loro carriera una grossa crisi a livello personale, tanto grave che la band decise di sciogliersi. Prima dello split, però, il gruppo volle dare alle stampe il proprio canto del cigno: nel 2002 uscì così quello che doveva essere il loro ultimo album. Inizialmente doveva intitolarsi, emblematicamente, The End, ma poi si decise un cambio, scegliendo quello definitivo, ossia Versus the World.

L’inizio è di quelli veramente eccezionali: la opener Death In Fire presenta un muro di chitarre compattissimo e davvero pesante, che crea un mood greve ma anche epico allo stesso tempo. I musicisti danno qui il massimo assoluto, il groove di Fredrik Anderssonn alla batteria è unico e potentissimo, e il bassista Ted Lundström riesce a sostenere benissimo la coppia chitarristica Olavi Mikkonen/Johan Söderberg, fantastica sia in fase ritmica che solista, per una opener che meglio non si poteva pensare. La seguente For the Stabwounds in Our Backs parte in maniera atmosferica e lenta, con le sole chitarre in evidenza, ma poi diventa un pezzo tirato, in quello stile di death sì melodico ma anche dai riff particolari, cattivi,potenti e totalmente pervasivi dello spettro sonoro, che è la peculiarità del gruppo. Comunque sia, questo brano in particolare è una gemma assoluta, l’incastro di riff è riuscitissimo, e il progredire delle atmosfere è fantastico, dall’inizio alla fine. Con Where Silent Gods Stand Guard, i ritmi rallentano prepotentemente, le chitarre diventano più melodiche, e così abbiamo un brano quasi etereo, molto più orientato all’atmosfera del resto del platter. Degna di nota la parte centrale, che in contrasto col resto della canzone ha invece riff più potenti ed epici, rendendo la canzone l’ennesima perla. Si torna a pestare intensamente sull’acceleratore con la title track, Versus the World, il cui muro sonoro è fantasticamente potente, e il riff è rapidissimo: il ritmo principale rimane tuttavia sempre sul mid-tempo terzinato, il che conferisce anche un mood epicissimo a questo vero e proprio capolavoro. Degna di nota anche la prestazione di Johan Hegg, colpevolmente ancora non citato, che dimostra tutte le sue doti canore passando con una facilità incredibile dallo scream al growl e da questo al grunt, tutti e tre stili che padroneggia ottimamente, per giunta.

Arriva di nuovo il turno di una nuova canzone più lenta ed atmosferica della norma, Across the Rainbow Bridge, ma i riff death non vengono mai meno, anzi sono sempre presenti e si incastrano perfettamente, per l’ennesimo brano molto ben riuscito. Bello anche il testo battagliero ed impregnato di mitologia norrena (come tanti altri nel disco), che rende il brano, in qualche modo, ancor più caratteristico. L’epicità la fa da padrona sin dalle prime battute di Down the Slopes of Death, il riff iniziale è qualcosa di spettacolare e ha più che un retrogusto black, poi la canzone si sviluppa evocativissima, tra riff spaccaossa e momenti più atmosferici che la rendono la perla assoluta dell’album, insieme al duo iniziale e alla title-track. Tra classici momenti potenti di death melodico, stacchi minimali e parti atmosferiche piene di melodie anche leggermente malinconiche, il tutto condito dalla solita epicità di sottofondo, la successiva Thousand Years of Oppression risulta l’ennesimo brano di alto livello, anche se forse non è al livello delle altre e si rivela l’episodio più debole del disco, nonostante non sia affatto una traccia filler. La segue Bloodshed, che è sicuramente il pezzo più facile da assorbire, il suo ritornello è addirittura semplice e cantabile e il rifferama, pur formando il solito muro di chitarre, è più melodico e accessibile, ma non per questo la canzone ne perde in qualità. La conclusiva …And Soon the World Will Cease to Be è quasi una suite, dall’alto dei suoi circa sette minuti, e procede piano, in maniera epica, attraverso tutta la sua durata, inanellando molte parti diverse, alcune delle quali molto aggressive, altre più melodiose, fino all’apoteosi del finale che dopo un ultimo fantastico assalto musicale si spegne lentamente; tutte queste parti evocano però praticamente in ogni secondo lo stesso mood apocalittico, molto adatto a concludere degnamente un album simile.

Insomma, questo Versus the World è un capolavoro, forse il miglior album degli Amon Amarth, e non sono solo io a pensarlo: molti di voi, leggendo la parte finale dell’introduzione, avranno pensato che ho inventato una storia visto che gli Amon Amarth non si sono mai sciolti. Ciò che ho scritto è invece la verità (o almeno è la storia come mi è stata raccontata), e se il gruppo ci ha poi ripensato sullo split, è merito proprio di questo disco, il cui potenziale dimostro agli stessi membri che valeva la pena di continuare il progetto. Per il suo valore, io consiglierei questo fantastico album a tutti i fan sia del death melodico che a quegli appassionati del metal che amano le sonorità epiche e non disdegnano l’estremo: son sicuro che nessuna delle due categoria potrà mai non adorarlo.

Voto: 96/100

Mattia
Tracklist:
  1. Death in Fire – 04:54
  2. For the Stabwounds in Our Backs – 04:56
  3. Where Silent Gods Stand Guard – 05:46
  4. Versus the World – 05:22
  5. Across the Rainbow Bridge – 04:51
  6. Down the Slopes of Death – 04:08
  7. Thousand Years of Oppression – 05:42
  8. Bloodshed – 05:13
  9. …And Soon the World Will Cease to Be – 06:57
Durata totale: 47:49
Line-up:
  • Johan Hegg – voce
  • Olavi Mikkonen – chitarra
  • Johan Söderberg – chitarra
  • Ted Lundström – basso
  • Fredrik Andersson – batteria
Genere: death metal
Sottogeneri: melodic death metal/viking metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Amon Amarth

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