Judas Priest – Screaming for Vengeance (1982)

Scrivendo recensioni ormai da molto tempo, ho potuto constatare come vi siano dischi più facili e dischi più difficili da recensire, il che è anche alquanto ovvio. Secondo la mia esperienza, inoltre, questi ultimi si possono suddividere in due ulteriori sottocategorie. La prima è quella degli album, appunto, difficili da analizzare, in quanto molto complessi, oppure semplicemente ermetici e di assorbimento faticoso: è il caso di molti dischi di stile progressive e doom. La seconda invece è la categoria degli album su cui non si sa cosa scrivere; è questo il caso di un disco come Screaming for Vengeance dei Judas Priest. Cosa si può dire su di esso? E’ un album fantastico, meraviglioso, stupendo, ma per dire altro di esso ci si deve sforzare. Quest’album infatti non ha particolarità di sorta da descrivere: niente tempi particolari, estremi in entrambe le direzioni o dispari, niente cambi di tempo eclatanti, niente atmosfere oscure, fredde, maligne, né pesantissime e distruttive, né epiche e battagliere, né tristi e malinconiche, né eteree e sognanti, niente tastiere, niente neoclassicismi o tecnicismi di sorta; solo e semplicemente heavy metal.  Nonostante questo, solo i riff della fantastica coppia Glenn Tipton/K.K. Downing e l’ugola di Rob Halford (più la sezione ritmica che, pur essendo un po’ nascosta, svolge comunque al meglio il proprio compito) riescono a donare lo stesso all’ascoltatore emozioni a iosa, fino quasi a cadere in uno stato di trance da metal. Ecco, questa è la difficoltà di recensire album come questi: bisogna riuscire a esporre l’essenza di canzoni sì fantastiche ma faticosamente descrivibili, e occorre poi finanche far capire ai lettori che un disco del genere può essere comunque un capolavoro assoluto.

Venendo al full lenght in questione, nel 1982 i Judas Priest erano ad un bivio. Con gli album degli anni ’70 il gruppo albionico aveva veramente inventato qualcosa di nuovo, e British Steel dell’80, oltre ad averli consacrati, definiva una volta per tutte cos’era l’heavy metal. Tuttavia, l’anno dopo, in seguito ad alcune vicissitudini, era stato registrato Point of Entry, un album che per quanto si sia rivelato più che discreto non poteva di certo competere col predecessore, sia nella qualità che nella pesantezza (essendo molto più hard rock-oriented). La band a quel punto doveva scegliere se proseguire sulla nuova linea oppure ritornare indietro, rientrando nei solchi tracciati da Sad Wings of Destiny in poi. Per nostra fortuna, venne scelta quest’ultima soluzione: nel 1982 uscì Screaming For Vengeance. Le nuove canzoni in esso contenute riprendevano il sound da “cascata di metallo fuso” di British Steel e lo evolvevano, rendendolo leggermente meno spontaneo e leggermente più ricercato, senza però snaturarlo minimamente. Prima di cominciare l’analisi, vorrei soffermarmi sul bellissimo artwork ad opera di Doug Johnson (colui che firmerà anche i due album successivi con il suo stile particolare  e molto bello), il quale è uno dei più particolari che abbia visto, oltre ad essere assolutamente adatta al contenuto del disco.
L’iniziale The Hellion non è altro che un semplice preludio di chitarre, ma riesce già a prefigurare l’imponente grandezza dell’album e a delineare il sound ivi contenuto, sano heavy metal classico puro al 100%. La segue a ruota Electric Eyes, pezzo tanto semplice quanto geniale: i suoi riff sono qualcosa di ineguagliabile e creano una canzone imponente e potentissima, un vero capolavoro che è eppure solo il primo di una lunga serie. Degni di nota sono anche lo stupendo duello di assoli centrale, da urlo, ed il testo fantascientifico, sottolineato dalla voce di Halford, qui piena di effetti e distorsioni. Dopo un breve intro di batteria, parte Riding on the Wind, che seppur non abbia un ritmo così rapido dà proprio l’impressione di una corsa folle e pazzescamente veloce attraverso l’universo. Per il resto il brano è solo heavy metal classico potente e intensissimo, e riesce ad emozionare e a coinvolgere al massimo solo con la sua immensa carica di energia, seppur, come già detto, non vi siano caratteristiche poi così strane o particolari. Con Bloodstone la velocità cala, e abbiamo un mid tempo roccioso ma non per questo meno esaltante, complici le robuste ritmiche, il solito assolo incredibile e gli acuti di Halford, che contribuiscono a creare l’ennesimo brano meraviglioso. La successiva (Take These) Chains non è stata scritta dalla band bensì da Bob Halligan jr, un songwriter che ha prestato i propri servizi a tante altre band hard ‘n’ heavy. La differenza di compositore si sente chiaramente, essendo la canzone molto più melodica del resto del disco: ma nonostante ciò, comunque la potenza e l’energia dei Judas Priest sono intatte, ed essi interpretano la canzone con la loro solita verve e senza virare di troppo dalle proprie coordinate stilistiche. La seguente Pain and Pleasure ha un incedere lento, maestoso e quasi atmosferico, e con essa la band inglese dimostra benissimo che per fare heavy metal classico di qualità assoluta non servono ritmi indiavolati o riff aggressivi e pesantissimi, bastano giusto classe e passione (e di entrambe i Priest ne hanno a tonnellate).
Chi dice (e sono in tanti) che la prestazione migliore di Halford sia in Painkillerprobabilmente sottovaluta di molto Screaming for Vengeance, gli acuti in essa contenuti sono assolutamente impressionanti, specie quello finale, e il resto del cantato non è da meno. Non crediate però che la title track sia solo questo: è anche un pezzo heavy metal veloce ed infuocato, da headbanging scatenato in pura estasi metallica. I riff sono taglientissimi e il duello di chitarre soliste è veramente immenso. Esprimendo il concetto in due parole: heavy metal… e che heavy metal! Dopo la fantastica forza ed energia del brano che l’ha preceduta, You’ve Got Another Thing Comin’ avrebbe potuto in qualche modo sfigurare, ma così non è, al contrario. Nonostante sia più lenta e meno vibrante, infatti, si rivela un’altra preziosissima gemma, metal più calmo e riflessivo ma ugualmente possente e coinvolgente. Degno di nota anche il testo, che invita l’ascoltatore a non arrendersi mai, dato che qualcosa di buono il mondo la può regalare a chiunque, anche quando meno ce lo si aspetti; e poi, anche se non c’entra propriamente col disco  in se, non posso che citare il  bellissimo videoclip che è stato tratto dal pezzo, in cui l’acuto finale di Halford fa addirittura saltare in aria la testa di una persona! Sarebbe il turno della ballata, ma I Judas Priest dimostrano con Fever di essere ancora una volta speciali, creando un brano elettrico che si rivela molto pesante lungo quasi tutta la propria durata (anche se le chitarre acustiche fanno capolino qua e là); il risultato è un’atmosfera a tratti persino oscura, per una canzone nei fatti ancora una volta riuscitissima. Infine, con Devil’s Child, originariamente la traccia conclusiva, ricompare un heavy metal più canonico (ma non banale, non c’è nulla di qui), seppur in questo frangente sia leggermente contaminato di glam e di hard rock. I riff potenti e incisivi tornano a farsi strada, creando una canzone molto divertente oltre che l’ennesima perla, una chiusura veramente adatta per un album tanto bello..
La fine della parte descrittiva della recensione poteva coincidere con quella del precedente paragrafo, dato che il disco è perfetto così com’è, ma alla fine ho deciso di dedicare qualche riga anche alle bonus tracks della versione rimasterizzata. La prima è Prisoner of Your Eyes, una power ballad d’amore forse un po’ lunga, ripetitiva e certo non all’altezza dei brani precedenti(ma essendo un bonus, comunque non toglie ne aggiunge nulla al valore del platter in se), per quanto sia di buona qualità. Quindi, le tracce bonus finiscono come era finita la tracklist ufficiale, con Devil’s Child, questa volta in una versione live che rispetto a quella studio perde in fatto di sound ma ne guadagna immensamente nella carica, e mette il sigillo finale su questo meraviglioso disco.
Finito l’album, è dura tornare alla realtà, questo Screaming for Vengeance è talmente coinvolgente che quando si spegne nel silenzio è quasi come se qualcosa venisse a mancare. Insomma, abbiamo qui uno dei capolavori assoluti dell’heavy metal classico di tutti i tempi, nonché il miglior album dei Judas Priest insieme a Sad Wings of Destiny e British Steel (benché ogni disco tra l’esordio e Painkiller, escludendo Point of Entry, sia comunque un masterpiece degno di ascolto, il che dà perfettamente l’idea del valore di questo gruppo). Vi piace l’ heavy metal tradizionale? Allora adorerete questo disco… oppure confessate la verità! State facendo solo finta che vi piaccia il suddetto genere, perché nessun amante del classic heavy metal può non amare un disco che è l’apoteosi del suddetto genere.
Voto: 100/100

Come sapete, il quattordici luglio del 1982 usciva nei negozi Screaming for Vengeance. Questa recensione vuole celebrare questo fantastico album, uscito trent’anni e due giorni fa.
Mattia

Tracklist:

  1. The Hellion – 00:42
  2. Electric Eye – 03:38
  3. Riding on the Wind – 03:10
  4. Bloodstone – 03:53
  5. (Take These) Chains – 03:07
  6. Pain and Pleasure – 04:18
  7. Screaming for Vengeance – 04:43
  8. You’ve Got Another Thing Comin’ – 05:10
  9. Fever – 05:21
  10. Devil’s Child – 04:48
  11. Prisoner of Your Eyes – 07:12
  12. Devil’s Child (live) – 05:02
Durata totale: 51:03
Line-up:
  • Rob Halford – voce
  • K.K. Downing – chitarra
  • Glenn Tipton – chitarra
  • Ian Hill – basso
  • Dave Holland – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: heavy metal classico

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