Dream Theater – Awake (1994)

I Dream Theater hanno un primato alquanto singolare. Non sono certo la band metal più tecnica, né la più complessa, né sono gli inventori del nostro sottogenere progressive (Awaken the Guardian dei Fates Warning, il vero inizio del metal progressivo è del 1986, quindi ben tre anni prima dell’esordio dei Neyorkesi); probabilmente sono il gruppo prog metal più famoso in assoluto, ma non è a questo record che mi riferivo. Parlavo, invece, di una questione di audience: non mi risulta che ci sia una band che divida il pubblico di più di loro, per giunta apparentemente senza vie di mezzo: o li si ama o li si odia. In passato, anche io non li sopportavo, non riuscendo a capirli: mi sembravano troppo complessi e troppo cervellotici. Poi, nel tempo, sono riuscito a comprenderli (anche perché sono probabilmente diventato troppo complesso e cervellotico anche io!) e così sono passato dalla parte dei loro estimatori, seppur non siano mai entrati nel carnet dei miei gruppi favoriti (anche se comunque Images and Words rimane uno dei miei dischi preferiti in assoluto). Ad ogni modo, dopo essere riuscito, finalmente, ad assimilare un’opera immane come il già citato disco del 1992, ho approfondito l’ensemble comperando il disco successivo, Awake. Mi sono trovato tra le mani così un prodotto di ancor più difficile ascolto, ma nel frattempo avevo capito da che parte prendere i Dream Theater, e così ho assorbito l’album in meno tempo; o meglio, l’ho fatto a grandi linee, perché Awake è il classico disco che ad ogni ascolto rivela qualcosa di nuovo. Perciò, è impossibile analizzarlo particolare per particolare, e la recensione che segue non pretende di essere per nulla rigorosamente descrittiva (non che le altre lo siano in maniera precisa, ma almeno lo sono molto di più di questa). Non potrebbe, del resto: altrimenti, avrei dovuto farla almeno dieci volte più lunga, e a quel punto chi l’avrebbe letta?

Dopo un breve intro di batteria, parte la opener 6:00, un pezzo molto tecnico, pieno di cambi di tempo e di momenti particolari, anche se la porzione principale presenta strofe che ricordano da vicino, nelle sonorità, addirittura l’hard rock settantiano, mentre in occasione del bridge e del ritornello, la pesantezza aumenta. Degna di nota, inoltre, la parte centrale, più calma e riflessiva; e non si può inoltre non citare la stratosferica prestazione di Mike Portnoy alla batteria, che dà qui il meglio e riesce a mettersi subito in luce. Le pesanti ritmiche di Caught in a Web si intrecciano alla perfezione con le melodie della tastiera, estatiche ma pur sempre, in qualche modo, fautrici di un’atmosfera “cattiva”; si prosegue così fino al ritornello, che all’opposto si rivela molto melodico, malinconico ed assolutamente pieno di pathos. La pesantezza ritorna, specie nella bella parte centrale, ma il mood che rimane è sempre quello di una tristezza in qualche modo velata, per quanto il turbinio di riff crei una traccia anche parecchio heavy-oriented; grazie a queste caratteristiche, il pezzo risulta uno dei migliori dell’intero album. La successiva Innocence Fadedè una semi-ballad progressiva piena di sentimento, grazie anche ad un James LaBrie in stato di grazia, che riesce a comunicare molto con la sua voce, mentre il resto della band lo assiste in maniera impeccabile (come al solito) e dissemina il pezzo di tutta una serie di parti strumentali molto interessanti (assolutamente da citare quella finale), le quali la rendono un altro brano grandioso, sia pur appena il terzo di una serie destinata a continuare. E’ il turno ora di tre tracce che, pur con le differenze che hanno, sono state raggruppate insieme nel formare un’unica suite in tre parti, dal titolo A Mind Beside Itself. La canzone iniziale della trilogia è Erotomania, una strumentale (o ancor meglio un divertissement, vista la sua atmosfera quasi spensierata) di quasi sette minuti che però non annoia, grazie alla sua mutevolezza, e a quel riff così particolare che si presenta per gran parte del pezzo, modificandosi progressivamente, come in una variazione sul tema barocca (e la band non nasconde quest’ispirazione, al contrario ad un certo punto viene citato persino Bach!). Protagonisti assoluto del brano sono John Petrucci e Kevin Moore, che, rispettivamente con la chitarra e la tastiera riescono a creare un affresco musicale imponente. In contrapposizione con la leggerezza della precedente, Voices si presenta ben più cupa e profonda, sensazione conferita sia dai pesanti riff di chitarra che dalle sezioni dominate dal solo pianoforte. Il pezzo poi muta forma, presentando parti strumentali notevoli, alcune quasi al limite del rabbioso, altre più calme e tranquille, altre ancora di una gioia alquanto malinconica, che però alla fine conducono sempre al bel ritornello nostalgico, ciliegina sulla torta dell’ennesimo brano capolavoro. La segue a ruota The Silent Man, una breve ballad di sola chitarra acustica e tastiere atmosferiche molto appassionante, nonostante la sua semplicità, e che mette insieme come in un processo dialettico hegeliano le atmosfere delle due canzoni precedenti, concludendo la trilogia di cui fa parte nel migliore dei modi.
1994: tramontati ormai thrash e hair, il gruppo metal più famoso erano diventati i Pantera. Come centinaia di altre band, anche i nostri vennero influenzati dall’act texano, riproponendo qui in due canzoni (che possono essere viste come un’unica entità, esattamente come le tre parti di A Mind Beside Itself), sonorità simili, rielaborate però in maniera assolutamente personale. La prima canzone, The Mirror, è un mid tempo con molte caratteristiche groove, come l’accordatura ribassata della chitarra, i riff stoppati e il cantato di LaBrie mai così abrasivo. Man mano che il brano avanza, vi sono parti meno pesanti e più atmosferiche, citazioni da altri brani del disco e tutte le peculiarità “alla Dream Theater”; ciò nonostante tuttavia esso mantiene per la maggior parte delle ritmiche più pesanti della norma del gruppo, anche se rese molto evocative dal suono delle tastiere. Senza soluzione di continuità arriva quindi Lie, ove il ritmo accelera, e per qualche minuto abbiamo un pezzo che rimane sempre sulle stesse coordinate: ai riff pieni di groove si sovrappone la voce pressoché sussurrata nelle strofe ed urlata nel ritornello, il quale è anche parecchio evocativo, viste le sue parole rabbiose (probabilmente rivolte verso una di quelle persone truffatrici a me purtroppo note). Il pezzo poi muta forma, varie parti si alternano, e dopo la ripresa del riff di The Mirror, la canzone finisce con una frazione quasi furiosa, degna conclusione di questo duo particolare di canzoni che rappresenta uno tra i picchi più alti del platter e di tutta la discografia dei Dream Theater, secondo me. Il basso di John Myung e le orchestrazioni della tastiera danno a Lifting Shadows off a Dream un inizio cupo che fa ben sperare, ma poi la canzone si sposta gradualmente su coordinate più accessibili, soft e pressoché pop. Il risultato non è proprio da buttar via, ma rispetto ai capolavori presenti nel disco, questa canzone è senza dubbio una traccia filler. Anche l’inizio della seguente Scarred è molto soffuso, riecheggia quasi di jazz nelle ritmiche e di blues nell’assolo, poi gradualmente il sound si appesantisce, fino ad arrivare allo scoppio, con la chitarra che torna a macinare riff e la tastiera che riesce quasi, essa stessa, ad essere uno strumento ritmico. Il pezzo si rivela poi molto complesso e progressivo, e si potenzia sempre più fino al culmine del fantastico ritornello, apoteosi totale della canzone. Quindi, la canzone progredisce ancora, ma mantenendo per gran parte della propria durata intatta la sua atmosfera profonda e piena di malinconia, atmosfera sottolineata anche dal testo, molto intimista, per quasi 11 minuti che non stancano un momento. Siamo in dirittura d’arrivo: la conclusiva Space-Dye Vest è molto particolare, non parlerei nemmeno di prog metal o rock ma di un brano peculiare, pieno di echi elettronici e dominato totalmente dal pianoforte e dalle tastiere di Moore (come un suo commiato prima dell’addio alla band, avvenuto subito dopo l’uscita di Awake), il quale disegna tristissime melodie, mentre in sottofondo, quando è presente, la chitarra è solo un sottofondo (direi drone, se non fosse che in quegli anni il genere esisteva a malapena). Al centro vi è una parte sì metallica, ma non c’è mai neanche un solo secondo in cui si perda quella sensazione di chiusura nel proprio io dal mondo di cui questa canzone è manifesto; nel complesso, finale magnifico.
Insomma, abbiamo qui un disco ben più tecnico e progressivo di Images and Words; il risultato finale, qualitativamente, è inferiore ad esso, ma veramente di poco. Nei fatti, Awake risulta un masterpiece quasi perfetto, memorabile addirittura, che ogni amante del progressive metal (e in generale ogni ascoltatore di metal dalla mente aperta) non può non avere. Se adorate il prog, o semplicemente vi piace, di tanto in tanto, uscire dall’amato (anche da me) metal più lineare e semplice per immergervi in un mondo più tortuoso e complicato ma sempre pieno di emozioni, allora questo disco fa sicuramente per voi!
Voto: 99/100

Mattia

Tracklist:
  1. 6:00 – 05:31
  2. Caught in a Web – 05:28
  3. Innocence Faded – 05:43
  4. Erotomania – 06:44
  5. Voices – 09:54
  6. The Silent Man – 03:48
  7. The Mirror – 06:45
  8. Lie – 06:34
  9. Lifting Shadows off a Dream – 06:05
  10. Scarred – 10:59
  11. Space-Dye Vest – 07:30
Durata totale: 01:15:01
Line-up:
  • James LaBrie – voce
  • John Petrucci – chitarre
  • Kevin Moore – tastiere
  • John Myung – basso
  • Mike Portnoy – batteria
Genere: progressive metal

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