Trouble – Run to the Light (1987)

Se mi si chiedesse, ipoteticamente, qual è per me il miglior album doom metal di tutti i tempi (senza considerare però i Black Sabbath  totalmente doom, altrimenti vincerebbe Master of Reality, anche se non con la facilità immaginabile), io avrei ben poco da pensare: la risposta sarebbe, senza dubbio alcuno, Psalm 9 dei Trouble. Se infatti i Candlemass mi piacciono di più sulla distanza, essendo i loro primi tre album capolavori assoluti (e gli altri comunque pregevoli), l’esordio della band americana ha una qualità ineguagliabile lungo tutta la propria durata, e risulta il disco doom più bello e seminale che esista nell’ambito di questo genere. Tre anni e un album dopo, qualcosa stava cambiando all’interno della band. Innanzitutto, la sezione ritmica fu rimpiazzata: al basso, Sean McAllister fu sostituito da Ron Holzner, mentre dietro le pelli Dennis Leshrilevò Jeff Olson, che comunque rimase e suonò le tastiere nell’opener della nuova uscita sotto il monicker del gruppo di Chicago. Quest’ultima, a due anni dall’ultimo The Skull, aveva grosse aspettative su di se, le quali in parte vennero disattese, con la critica e l’audience che vennero spiazzate da alcune novità in esso contenuto.
Dopo un intro di tastiere spaziali accompagnato dalla chitarra, parte The Misery Shows, un brano di chiaro trademark Trouble, veloce ma doomy, e sostenuto dal solito rifferama pazzesco della coppia di asce Bruce Franklin/Rick Wartell, su cui si adatta benissimo lo screaming abrasivo e particolare di Eric Wagner; si mette in mostra anche Lesh alla batteria, suonando qualche breve parte solista nelle pause tra un riff e l’altro. Nel complesso, comunque, la canzone risulta validissima. La seguente Thinking of the Past è un mid tempo dal riff semplice ma geniale, e per giunta, in qualche modo nuovo per la band, prefigurando già il futuro spostamento verso sonorità meno cupe e più stoner (anche se le sue parti più classicamente doom le ha tutte); nonostante il cambiamento, però, abbiamo un pezzo davvero coinvolgentissimo, certamente tra i migliori episodi del disco. Degna di nota la veloce parte solistica centrale, e non si può non citare anche il bellissimo testo, così nostalgico nei confronti del passare del tempo. Le chitarre iniziali di On Borrowed Time sono funeree, e citano anche la famosa marcia funebre di Chopin (curiosamente incisa in versione doom anche dai Candlemass in Nightfall, uscito pochi mesi dopo), ma poi la canzone si sposta su binari più classici con anche un retrogusto di quelle novità già citate, pur conservando tutte le caratteristiche peculiari degli americani: una certa complessità, che culmina nell’accelerazione centrale, e poi riff doom da brividi in quantità industriale conditi con ottime melodie, che ci consegnano un’altra piccola perla. Con la titletrack i Trouble guardano indietro, ai loro primi dischi; e così, accantonate le atmosfere più leggere delle due canzoni precedenti, si torna all’oscurità di Psalm 9 (ed anche ai testi cristiani)! Run to the Light si sviluppa con un riff particolare, graffiante, e l’incedere è veloce ed incalzante fino alla frazione centrale: essa si rivela, al contrario, lenta e così piena di pathos da mettere i brividi, dividendosi tra le parti solamente acustiche e quelle più squisitamente metalliche, senza però mai perdere la sua preziosissima atmosfera buia. La parte iniziale torna poi a ripetersi, e conclude in bellezza uno dei pezzi per me più belli dell’intera storia degli americani e del doom metal in generale, a mio avviso.
Dopo la meraviglia della title-track, che ci ha catapultati in un’atmosfera quasi magica, arriva Peace of Mind, un pezzo buono ma non alla sua altezza, impreziosito dalla sezione solista che ancora una volta la fa da totale padrona nel centro della traccia; complessivamente risulta un pezzo discreto, seppur certamente non ai livelli sperimentati in precedenza. La successiva Born in a Prisonpresente l’ennesimo ottimo riffage, ancora una volta, ma stavolta la canzone sembra peccare un poco nel songwriting in alcuni momenti, specie nel ritornello, a mio avviso un po’ troppo piatto; e se la premiata ditta Franklin/Wartell, con la solita parte centrale da urlo, rialza le sorti del brano, comunque di sicuro non abbiamo un episodio della validità gigantesca su cui i primi quattro potevano contare. Per fortuna, con Tuesday’s Child, il gruppo ritorna a tirare su la testa: il risultato non sarà tra i primi 20 pezzi dei Trouble in fatto di qualità, ma si lascia comunque ascoltare con gran piacere, complici un’atmosfera alquanto curiosa, a metà tra il buio delle classiche atmosfere dell’ensemble ed una certa folle allegria, e degli ottimi riff (che forse non era necessario citare, ormai si sarà capito il valore dei chitarristi qui presenti), oltre che ad una nuova prestazione eccellente di Wagner al microfono. Siamo in dirittura d’arrivo: nella conclusiva The Beginning, la bizzarria è all’ordine del giorno (già intitolare la fine del disco “l’inizio” è una stravaganza, ma certo non l’unica), e l’incipit non è da meno, tra le chitarre pulite che impongono una ritmica quasi pianistica e quelle distorte che suonano qualche nota ogni tanto, come per gioco; poi il pezzo entra nel vivo, diventando un mid tempo pesantissimo e austero. La traccia si evolve poi ulteriormente, con la velocità che sale e le chitarre che diventano più melodiche man mano: arriva così la parte centrale, ancor più veloce e quasi progressive. Si giunge fino ad un culmine, poi il ritmo rallenta di nuovo, ed arrivail gran finale, potentissimo e maestoso, doom quasi epico, che, in pratica, conclude il disco in maniera monumentale (anche se tecnicamente il minuto finale è occupato dagli strumentisti che accelerano sempre più le ritmiche fino a velocità pazzesche, giusto per finire in stranezza).
Insomma, tre anni dopo l’esordio, i Trouble non riescono a ripetersi su quella qualità (il che era quasi impossibile, comunque). Ma non bisogna fraintendere: il disco è comunque quasi un capolavoro, e il “quasi” è solo colpa di quel paio di pezzi non proprio esaltanti descritti pocanzi e della scarsa durata dell’album (appena trentasette minuti e mezzo); messi da parte questi difetti, però, ci sono anche brani storici qui, canzoni che ogni amante del doom non può non apprezzare. Per questo mi sento di consigliarvelo: fatelo vostro, dato che comunque ne vale veramente la pena!
Voto: 89/100
Mattia
Tracklist:
  1. The Misery Shows – 05:36
  2. Thinking of the Past – 03:52
  3. On Borrowed Time – 05:26
  4. Run to the Light – 06:02
  5. Peace of Mind – 03:03
  6. Born in a Prison – 04:49
  7. Tuesady’s Child – 03:25
  8. The Beginning – 05:26
Durata totale: 37:39
Line-up:
  • Eric Wagner – voce
  • Bruce Franklin – chitarra
  • Rick Wartell – chitarra
  • Ron Holzner – basso
  • Dennis Lesh – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: doom metal classico

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