Orphaned Land – Mabool (2004)

Gli Orphaned Land sono un gruppo unico ed inimitabile (devo dirlo, nonostante questo modo di dire sia troppo abusato, per loro non si può dire diversamente). Sono stati il primo act metal a nascere in Medio Oriente, nonché i primi a coniugare questo genere con la musica folkloristica di quella zona geografica, soluzione musicalmente ardua e per questo ancora poco seguita, ma che nonostante ciò, nelle abili mani dei membri del gruppo, riesce a dare il massimo. Comunque sia, nonostante la propria bravura, a cavallo tra gli anni ’90 e il duemila il gruppo passò molti anni praticamente fermo, come in pausa, e quasi sciolto a causa di alcuni contrasti all’interno della band; alla fine, però, nel 2004, a ben otto anni di distanza dal precedente El Norra Alila, l’ensemble riuscì a riproporsi finalmente con un nuovo album, quello della rinascita, il cui titolo completo era Mabool: The Story of Three Sons of Seven. In esso il gruppo, oltre a proporsi in uno stile più studiato e maturo del passato, si esprimeva in un ricercatissimo concept (che descrivo subito per concentrarmi più avanti solamente sul lato musicale): a venir narrata è la storia di tre angeli, simboleggianti i tre monoteismi abramitici, che non riusciranno a convincere l’uomo a pentirsi dei propri peccati, e di salvarsi, come nella storia biblica, sopravvivendo ad un devastante diluvio che dio manderà sulla Terra per redimerla; il tutto è inoltre intriso di simbolismi, di numerologia, di misticismo e di tanto altro, che rendono il tutto estremamente affascinante. Prima di cominciare, un piccolo appunto: il disco in questione è senza dubbio folk metal, essendo appunto un incrocio tra il nostro genere preferito e la musica tradizionale mediorientale; può sembrare superfluo dirlo, ma in realtà non lo è, dato che c’è chi ritiene il folk puro sia solo quello più classicamente europeo, e che le altre varietà sparse in tutto il mondo siano chissà cos’altro. Questo non solo è frutto di ignoranza (certo, il folk non è proprio un genere stilistico, visto che differisce di molto da luogo a luogo, ma comunque tutti i tipi di musica folk sono accomunati dal proprio essere “popolare”, e quindi si può parlarne come di un genere), ma anche indice di un certo orgoglio fuori luogo e quasi razzista, che personalmente faccio fatica a comprendere.

Dopo un’intro esotico, parte Birth of the Three (the Unification), opener ed altresì perfetto manifesto del nuovo sound degli Orphaned Land: metal duro e potente, con un riffage essenzialmente death metal melodico, a cui però si mescolano anche fortissimi elementi ed influenze mediorientali; inoltre, il tutto si modifica nel tempo in maniera progressiva, cosicché la traccia passi per varie atmosfere, fino all’apoteosi della parte centrale, con la stupenda parte del “canto ebraico”. Non si può non citare la prestazione dei due chitarristi, Matti Svatizky e Yossi Sassi(quest’ultimo gigantesco anche nel Bouzouki), veramente capaci sia nell’inventare fantastiche melodie che nel creare riff più che quadrati, per non parlare poi di Kobi Farhi al microfono, un talento naturale sia nel pulito che nelle harsh vocals, nonché un frontman che riesce a conferire una quantità affatto ininfluente di emozioni in più ad un brano già di per se davvero da urlo. Un altro preludio di folk tipico del medioriente, poi parte la Ocean Land (the Revelation) vera e propria, la cui prima parte presenta una forte base melodeath (seppur sia a tutti gli effetti anche folk), che si sviluppa più tardi in un momento più melodico e ricercato, culminante nel refrain. La parte centrale dell’assolo è molto atmosferica, poi prima il chorus e poi il potentissimo riff iniziale tornano ancora a farsi strada, prima che tutto si spenga nel canto di un muezzin, per una canzone corta ma che risulta comunque il secondo capolavoro di una serie lunghissima appena cominciata. L’incipit della seguente The Kiss of Babylon (the Sins) consta nuovamente in death melodico, stavolta quasi senza influenze folk (a parte qualche coro, ogni tanto); poi il pezzo si evolve, canti arabi (yemeniti per la precisione) e l’onnipresente Bouzouki si infiltrano nel sound, intramezzati con parti più classiche. Verso metà il pezzo muta di nuovo diventando ancor più splendido, con le chitarre aggressive da un lato e melodie squisitamente mediorientali tanto semplici quanto geniali dall’altro, rappresentate in particolare dalle voci di Farhi e della cantante Shlomit Levi, per una sinfonia di sonorità che fanno veramente gridare al miracolo; poi tutto si affievolisce fino a scomparire, e resta solo la bellissima voce femminile a declamare versi come nel vuoto. Nel complesso, un masterpiece trascendentale ed emozionantissimo, nonché il miglior episodio di un album comunque pieno di canzoni splendide e senza un singolo pezzo debole. Senza soluzione di continuità, arriva A’salk, breve pezzo mediorientale cantato tutto dalla Levi; nonostante non abbia nulla di metal o di rock, si lascia ben ascoltare e non sfigura all’interno di un disco mediamente molto diverso da essa. La successiva Halo Dies (the Wrath of God) è una canzone “bifronte”, che alterna parti si granitiche ma anche in qualche modo eteree e spirituali a potenti sfuriate death, tra le quali si inseriscono anche inconsuete parti progressive; il tutto viene combinato con gran perizia, tanto che il risultato finale non è solo perfettamente amalgamato e coerente, ma addirittura eccezionale. Menzione d’onore per la parte centrale, molto atmosferica, con le tastiere di Eden Rabin che la fanno da padrona e si producono, nella frazione successiva, in un notevolissimo assolo; degna di nota anche la parte che segue ancor dopo, con le sue melodie e i suoi ottimi assoli di chitarra.
A Call to Awake (the Quest) risulta un brano più catchy della norma dell’album, con le melodie che echeggiano quasi di power (checché ne dicano i folkster o i deathster puristi) e Farhi che rimane per gran parte della durata sul suo espressivissimo cantato pulito, per quanto non manchino anche momenti più duri; la parte finale risulta al contrario più veloce, graffiante ed aggressiva. Nonostante non sia un pezzo al livello pazzesco dei brani precedenti, è comunque un episodio grandioso, di una qualità tanto imponente che gruppi anche più blasonati possono solo immaginare. La seguente Building the Ark è un interludio di puro mood, sulla cui base folkloristica si intona un coro solenne, quasi gregoriano, cantato per gran parte in latino (a parte i versi finali, che Farhi esprime in inglese). Arriva così il turno di Norra el Norra (Entering the Ark), che essendo in pratica la rivisitazione in chiave metal di una canzone popolare ebrea, risulta un brano molto breve e molto meno complesso del resto dell’album. Nonostante questo, però, il risultato è buonissimo, complici le atmosfere esotiche e il particolare cantato totalmente in lingua ebraica, che ci consegnano un’altra canzone più che valida. Bellissima, inoltre, la parte finale, con il fantastico assolo di pianoforte. The Calm Before the Flood è un altro intermezzo, questa volta strumentale e con la sola chitarra acustica, le orchestrazioni ed il bouzouki a creare un’atmosfera particolare, desolata, riflessiva, fino a che non arriva l’effetto della pioggia. Da qui in poi, le canzoni si succederanno in un continuo, senza alcuna pausa. Al suono di un’orchestra d’archi si sovrappone quello delle chitarre, che sorgono dal nulla e si propongono pesantissime, quasi come il cielo di piombo del diluvio che il testo di Mabool (the Flood) racconta. La linea conduttrice del brano è estremamente spezzettata, si passa da momenti epicissimi ad altri pieni di rabbia, puramente estremi (a tratti persino con qualche reminescenza black), ad altri ancora più rassegnati e permeati da un sound quasi decadente. Per il resto, il brano perde quasi del tutto le inflessioni folk ma in compenso diventa assolutamente progressivo, e descrive benissimo, man mano che avanza, le varie sensazioni attraversate da chi si trova a navigare nella tempesta; il risultato è un brano a dir poco straordinario. Il riff iniziale di The Storm Still Rages Inside, ripreso dal finale della precedente, è qualcosa di sublime, poi il pezzo si sviluppa come il legittimo successore di Mabool nello stile e nelle atmosfere, essendo però in qualche modo persino più varia e tanto progressiva da risultare praticamente indescrivibile a parole. La prima metà risulta molto cupa ed oscura, fino alla ripresa del riff centrale di Ocean Land, poi uno spiraglio di luce sembra aprirsi, per quanto i protagonisti siano ancora sopraffatti dai quaranta giorni di diluvio (ed infatti la tempesta ancora infuria dentro le loro anime, come dice anche il titolo). Il bouzouki torna ad un certo punto a farsi strada, e così un incantevole e malinconico finale folk metal conclude un’altra canzone più che memorabile. La closer Rainbow (the Resurrection) si apre con lo sciabordio delle onde ed il canto degli uccelli, su cui poi si va a posare una chitarra acustica molto armoniosa e quasi rilassata, per quanto abbia anche qualche accenno più cupo. Finale particolare, dunque, ma molto adatto a porre la parola fine su un album del genere.
Mabool non è solo un disco, è un’opera d’arte meravigliosa ed affascinantissima, un’epopea fantastica piena di emozioni potentissime (tanto che probabilmente con questa recensione non sono riuscito a descrivere appieno la sua bellezza), che riesce ad avvicinare alla spiritualità (ma non alla religione, una cosa molto diversa, anche se in una maniera estremamente sottile) anche chi, come me, è totalmente ateo e razionalista. Non solo: oltre a questo, musicalmente il disco è veramente da brividi, tra le più belle uscite metal mai venute alla luce, e probabilmente il secondo più bello degli anni 2000, che pure di capolavori non ne ha visti certo pochi. In virtù di tutto ciò, non posso fare altro che consigliarvi questo masterpiece assoluto: se non l’avete prendetelo a scatola chiusa e a qualsiasi costo (in tutti i sensi), e sono assolutamente certo che non ve ne potrete pentire!
Voto: 100/100
Mattia
Tracklist:
  1. Birth of the Three (the Unification) – 06:57
  2. Ocean Land (the Revelation) – 04:43
  3. The Kiss of Babylon (the Sins – 07:23
  4. A’salk – 02:05
  5. Halo Dies (the Wrath of God) – 07:29
  6. A Call to Awake (the Quest) – 06:10
  7. Building the Ark – 05:02
  8. Norra el Norra (Entering the Ark) – 04.24
  9. The Calm Before the Flood – 04:25
  10. Mabool (the Flood) – 06:59
  11. The Storm Still Rages Inside – 09:20
  12. Rainbow (the Resurrection – 03:01
Durata totale: 01:07:58
Line-up:
  • Kobi Farhi – voce
  • Yossi Sassi – chitarra, bouzouki, saz, oud
  • Matti Svatizky – chitarra
  • Eden Rabin – tastiere e pianoforte
  • Uri Zelcha – basso
  • Shlomit Levi – voce (guest)
  • Avi Diamond – batteria (session)
Genere: folk/progressive/death metal
Sottogenere: middle-eastern folk metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Orphaned Land

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