Black Sabbath – Black Sabbath Vol. 4 (1972)

I Black Sabbath della prima metà degli anni ’70  sono stati indubbiamente il gruppo più importante mai esistito per il metal, essendo probabilmente gli artefici che hanno materialmente creato e reso come lo conosciamo il nostro genere preferito. La voce particolare di Ozzy Osbourne, il basso sferragliante e potente di Geezer Butler, il batterismo robustissimo ma anche con un certo gusto jazzistico di Bill Ward, ma soprattutto la meravigliosa chitarra di Tony Iommi (a mio parere il più grande chitarrista ritmico di tutti i tempi) hanno contribuito a creare un immaginario nuovo, fatto di oscurità e di potenza, che altri precursori pur fondamentali e grandiosi come Deep Purple e Led Zeppelin nemmeno si sognavano, e che poi diventerà una norma nel metal del decennio successivo. Comunque sia, nel 1971, un anno dopo l’esordio omonimo e Paranoid, usciva Master of Reality, il mio disco preferito in assoluto della band, praticamente perfetto. In esso, il gruppo portava avanti il proprio stile, evolvendolo: comparivano così dei piccoli intermezzi di chitarra acustica, inediti fino ad allora; la vera rivoluzione era tuttavia nel sound. Il suono pazzesco dei due episodi precedenti infatti fu sviluppato, abbassandolo e potenziandolo ancor di più: il risultato è il primo vero album doom metal della storia, per quanto sia allo stesso tempo, a tutti gli effetti, ancora hard rock. Visto il suo enorme valore intrinseco, come era ovvio, Master of Reality ebbe un grandissimo successo di pubblico; a quel punto, le aspettative sull’ensemble di Birmingham erano altissime. Eppure, l’anno successivo il nuovo disco, Black Sabbath Volume 4, non deluse le aspettative, al contrario riuscì quasi ad eguagliare il predecessore (quasi perché non era materialmente possibile) con la propria qualità, ancora una volta titanica.

Dopo un breve preludio molto blueseggiante, parte Wheels of Confusion, un brano cadenzato e riflessivo, in cui si può già notare l’evoluzione del sound rispetto al precedente: i toni sono meno cupi nonostante i riff siano ancora molto pesanti (almeno per i canoni dell’epoca) e in qualche modo carichi di buio; ma soprattutto, vi sono anche influenze tratte dal rock progressivo e psichedelico praticamente mai sentite in un album dell’act inglese prima di quel momento, che si fanno sentire sia nelle atmosfere, ma anche in alcune strutture, e preannunciano la svolta totale verso l’heavy progressive che sarà messa in atto nel successivo Sabbath Bloody Sabbath. Verso metà, il brano accelera prepotentemente, aumentando ancor di più la propria carica qualitativa, e culmina nel “ritornello” davvero da urlo, prima di riprendere la parte iniziale. La canzone sembra ormai in dirittura d’arrivo, ma poi arriva il gran finale, con il bellissimo assolo di chitarra e un certo qual mood nostalgico, che arricchisce ancora di più questo pezzo. Complessivamente, risulta un masterpiece assoluto, tra i miei preferiti dei Black Sabbath, e per giunta il più sottovalutato in assoluto, a mio avviso, della loro carriera. La seguente Tomorrow’s Dream si rivela un pezzo molto più classicamente sabbathiano, ma non per questo più banale o di meno valore del precedente, complici il particolare riff vorticoso, semplice ma tanto ingegnoso come solo un genio assoluto come Tony Iommi poteva creare, ed il cantato di Ozzy, poco tecnico come al solito ma davvero azzeccato alla canzone, che ci consegna il secondo capolavoro di una lunghissima serie destinata a non terminare se non con la conclusione del disco stesso; bella anche la parte centrale, molto atmosferica. Changes è una ballad in cui un Ozzy insolitamente delicato canta delle liriche affettuose altrettanto insolite, accompagnato da Tony al pianoforte e il mellotron, con quest’ultimo a creare una bella atmosfera molto prog rock. Nell’insieme, un’ottima ballad, magari non originalissima ma di qualità, che non sfigura affatto nel disco. Se il pezzo precedente sembrava strano, FX lo supera di gran lunga, essendo praticamente un brano noise, pieno di echi elettronici, i quali creano, nonostante la bizzarria, una bella atmosfera oscura. Il ritorno al rock pesante è segnato da Supernaut, traccia veramente da urlo grazie al suo gigantesco riff ma anche alle parti solistiche ed alla bravura di Ward, sempre ingiustamente poco citato ma comunque pedina importantissima per il gruppo, e lo dimostra qui con un fantastico assolo al centro della canzone; lo stesso si può dire anche di Butler, il cui lavoro oscuro si nota poco ma risulta importantissimo nel contribuire allo splendido dark sound qui presente.
Snowblind, la titletrack scelta inizialmente prima che il titolo del disco fosse cambiato in Volume 4 per evitare ogni riferimento alla droga (ed anche lo stesso brano fu cambiato, eliminando la continua ripetizione della parola “cocaine”) è un’altra canzone colossale, con un riff gigantesco e veramente da brividi, qualcosa di trascendentale, per non parlare della fantastica atmosfera, in qualche modo anche rilassata eppure così mastodontica, preludio persino allo stoner doom più psichedelico (che si svilupperà però anni ed anni dopo, come del resto tantissime altre idee avute dal gruppo nei primi sei dischi). Per il resto, cosa altro si può mai dire? Nulla, un brano così è indescrivibile, va solo ascoltato ed amato alla follia. La successiva Cornucopia, nonostante sia spesso sottovalutata (anche più della opener) e considerata di qualità inferiore alle canzoni che l’hanno preceduta (forse può anche esserlo, ma giusto di un pelo), è comunque un pezzo immenso. I suoi punti di forza sono il riff (ormai non è una novità) e il sound generale, più tetro del resto del disco, che rimanda a Master of Reality. Laguna Sunrise è un’altra breve strumentale, in cui Iommi disegna con la chitarra acustica un panorama di tranquillità, per poco meno di tre minuti di piacevole pace (che però per fortuna non è destinata a durare a lungo). Arriva il turno di St. Vitus’ Dance, un pezzo molto rockeggiante e melodico nel riff, ma che riesce ad essere anche potente, e a conferire splendide emozioni, nonostante la durata davvero esigua (appena due minuti e mezzo). Nel complesso, questa traccia risulta il pezzo qualitativamente peggiore del platter, ma non fraintendetemi: si rivela sottotono solamente perché si trova in un contesto come questo, mentre in un disco di qualità media risalterebbe come il capolavoro assoluto (e questo fa capire bene non solo la validità della traccia in questione ma anche l’eccellenza più che assoluta di quest’album). Siamo al gran finale: la conclusiva Under the Sun è anche l’episodio più doom oriented del lotto, e presenta un incastro di riff e parti melodiche che non hanno il minimo cedimento, nemmeno il più piccolo momento statico o di noia. Mentre la Under the Sun “vera e propria” è più lenta e psichedelica, la parte centrale, dal nome Every Day Just Comes and Goes è più veloce e hard rock-oriented (oltre ad avere un testo che può sembrare forse banale ma che io trovo molto accurato e bello), nonostante riesca ad essere allo stesso modo assolutamente incisiva e pesante come un macigno. Degno di essere nominato è poi il gran finale, lineare ma assolutamente fantastico, con i suoi assoli e il suo sottile velo di malinconia, che mettono una parola fine fantastica su di un disco eccezionale.
I quarantatre minuti dell’album volano via come nulla fosse, e dopo la fine rimane quasi un vuoto: si vorrebbe ascoltare dell’altro, ma il disco purtroppo è finito. Eccolo qui, l’unico difetto del disco: il fatto che finisca!  A parte gli scherzi, però, il valore di questo disco, come si può capire, è grande oltre l’immaginabile; e non mi resta altro da dire oltre a questo se non “buy or die”!
Black Sabbath Vol. 4 è uscito il primo settembre 1972. A quaranta anni (e due giorni) dalla sua uscita, questa recensione vuole festeggiare l’anniversario dell’uscita di questo storico capolavoro.
Voto: 100/100
Mattia
Tracklist:
  1. Wheels of Confusion – 08:14
  2. Tomorrow’s Dream – 03:12
  3. Changes – 04:46
  4. FX – 01:43
  5. Supernaut – 04:45
  6. Snowblind – 05:31
  7. Cornucopia – 03:54
  8. Laguna Sunrise – 02:53
  9. St. Vitus’ Dance – 02:29
  10. Under the Sun – 05:50
Durata totale: 43:17
Line-up: 
  • Ozzy Osbourne – voce
  • Tony Iommi – chitarre
  • Geezer Butler – basso
  • Bill Ward – batteria
Genere: hard rock/doom metal

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