Pantera – Cowboys from Hell (1990)

 Per chi ha fretta:
Insieme al coevo Slaughter in the Vatican degli Exhorder, che tra l’altro è ancora molto legato al vecchio thrash metal, Cowboys from Hell (1990) dei Pantera segna l’invenzione del genere groove metal: in esso sono infatti contenuti tutti gli elementi che caratterizzanno ogni gruppo successivo. Non c’è solo l’originalità, però, c’è anche un grandissimo songwriting: lo dimostrano pezzi come la title-track, Cemetery Gates, Domination, The Art of Shredding e The Sleep. Più in generale, non c’è un solo calo nell’ora scarsa di durata dell’album: è per questo che Cowboys from Hell è uno dei più grandi album groove metal mai usciti, così bello che nemmeno i Pantera in futuro riusciranno a ripeterlo.
La recensione completa:
Storicamente, nella maggior parte dei casi la musica si è evoluta a piccoli passi, seguendo un certo progresso, lento o veloce che sia; e certamente il metal non è esente da questa regola. Eppure, qualche eccezione nella storia del nostro genere preferito c’è stata: il primo clamoroso esempio che viene in mente è quello deiBlack Sabbath, i quali hanno creato il nostro genere preferito praticamente da zero; certo, usavano ancora scale e caratteristiche blues, e lo stile era ancora hard rock, ma il gruppo di Birmingham e soci ha comunque inventato un suono, mai sentito prima, ed un immaginario che poi sono diventati caratteristiche peculiari del metal. Un caso simile, anche se meno eclatante, accadde all’alba degli anni ’90: a quell’epoca nessuno si aspettava qualcuno riuscisse ad innovare in un solo colpo la musica dura, men che meno una band dello stagnante movimento hair metal, per quanto originale potesse essere; ed invece proprio un gruppo del genere, dal monicker Pantera, ci riuscì. Negli anni ottanta il sound della band si era indurito progressivamente di album in album, ma senza mai andare oltre il limite dell’heavy classico; tuttavia, dopo l’uscita di Power Metal, nel 1988 (che peraltro presentava timidissimi accenni agli sviluppi stilistici futuri), si verificò una vera e propria rivoluzione. L’act texano decise infatti di abbracciare nuove sonorità, influenzate dal thrash metal ma anche molto innovative, in particolare nella chitarra, che “Diamond” Darell Abbott (il quale in seguito, col nuovo pseudonimo di Dimebag, verrà riconosciuto come uno dei più grandi chitarristi metal di tutti i tempi) accordò più bassa, creando un sound più avvolgente e pesante; oltre a ciò, apportò ulteriori innovazioni alla tecnica, disseminando il sound di stoppate e di altre particolarità, inventando praticamente un modo nuovo di suonare. Il frutto di tutto questo lavoro fu l’uscita di un disco più che seminale, all’origine addirittura di un nuovo genere, il groove metal (insieme al coevo Slaughter in the Vatican degli Exhorder, che però era ancora molto più ancorato al thrash più propriamente detto): Cowboys from Hell!
L’inizio, con la titletrack, è di quelli fenomenali, con il suo celeberrimo riff dal suono molto basso e profondo che illustra perfettamente il nuovo stile del gruppo ed anche la genialità di Darrell (tra l’altro bravo anche in ottica solista): il risultato è il primo pezzo groove metal della storia, nonché probabilmente il più famoso in assoluto. Per il resto la traccia è un mid tempo coinvolgente e potente, ben sostenuto dalla sezione ritmica e con una certa atmosfera di divertimento che la impreziosisce ancor di più. La successiva Primate Concrete Sledge è retta da un riff sincopato e stoppato, che seppur ripetuto sempre uguale per gran parte del brano non annoia (anche grazie alla sua cortissima durata, appena due minuti), alternandosi con parti più lenti e granitiche molto godibili. Con la terza Psycho Holiday si presenta, manco a dirlo, il terzo riff memorabile e storico, come solo uno dei chitarristi ritmici migliori al mondo poteva creare; ma non c’è solo questo, nella canzone, c’è anche un’ottima dose di carica ed energia nonostante la velocità non elevatissima, parti strumentali più che valide e un’atmosfera crepuscolare che la arricchisce ancor di più, facendola arrivare ad un livello oltremodo alto. Nella successiva Heresy vengono alla luce tutte le influenze thrash metal dei Pantera (tanto che uno dei riff presenti nella parte centrale non può che essere un tributo a “Creeping Death” dei Metallica!), per quanto si qualifichi indubbiamente pure come groove a tutti gli effetti. Il brano si rivela nel complesso molto lineare, e per questo forse un po’ sottotono rispetto al resto dell’album, pur essendo un episodio di qualità certo non bassa. Arriviamo ora al turno di Cemetery Gates, famosissima non a caso: è semplicemente un capolavoro gigantesco, una semi-ballad mai stucchevole ma sempre emozionante e coinvolgente al massimo, sia nelle parti più soft che in quelle più movimentate, con queste ultime che possono, tra l’altro, contare su un riff particolarissimo e stupefacente, da brividi. Meraviglioso anche il sentito testo, che tratta di temi quale la morte (ma non nel modo classico del metal di quegli anni, bensì in maniera molto profonda), la religione e l’avversione ad essa, le emozioni, arrivando sino a toccare l’intimismo; bravissimo anche, nell’interpretarlo, Phil Anselmo, cantante che solitamente non apprezzo molto, ma che qui sfodera una prestazione adattissima al contesto. In totale opposizione alla precedente, Domination è una traccia totalmente ignorante (nel senso positivo del termine ovviamente), veloce e possente, ma non per questo meno bella, al contrario se possibile supera persino la qualità gigantesca di ciò che l’ha preceduta. La prima parte consta in un riff coinvolgentissimo con reminescenze addirittura del primo speed metal, inframezzato da parti più pesanti e cattive dominate dalle potenti ritmiche della chitarra di Darrell, sostenuto ottimamente dal fratello Vinnie Paul (che si dimostra un batterista fantastico, dato che pur non esprimendo una tecnica stratosferica riesce a spadroneggiare col suo gigantesco groove). Dopo un breve ma buon assolo centrale, parte la seconda indescrivibile frazione, cadenzata, granitica, lenta, e con un riff semplicissimo eppure veramente da brividi, che si ripete fino alla conclusione, ma non prima di un altro fantastico assolo. Nel complesso, pura estasi metallica, per uno dei brani metal in assoluto più validi mai creati.
Dopo un riff a mitragliatrice, parte Shattered, brano veloce e potente, seppur pieno in ogni caso di tutti quegli spunti melodici che fanno grande l’album in questione; degno di nota anche l’assolo, ancora una volta. Nonostante la traccia sia breve, è in ogni caso un episodio di qualità molto alta, tanto da non sfigurare pur trovandosi dopo un uno-due da urlo come quello sopra descritto. Un breve preludio di batteria introduce la successiva Clash with Reality, un mid tempo con il riffage, specie quello iniziale, influenzato addirittura dal doom classico (infatti il gruppo non ha mai nascosto quanto i primi Black Sabbath in particolare fossero tra le loro più grandi influenze) e vorticoso, nonché, ancora una volta clamorosamente valido, in cui è presente una serie di piccoli dettagli musicali, che possono sembrare poco influenti ma in realtà importanti alla buona riuscita del pezzo. Ottima anche la prestazione di Anselmo, che dimostra qui tutta la propria estensione e le proprie capacità, solitamente abbastanza nascoste. Medicine Man, che segue, presenta un altro riffing da brividi (ormai vi sarete stufati di leggerlo, ma la chitarra è comunque un punto di forza gigantesco per l’album, che lo si voglia o no), questa volta alternato a parti acustiche molto cupe, ove regna il nero e pesante basso di Rex Brown (il membro più sottovalutato del quartetto in questione, ma che col suo lavoro di nicchia riesce a potenziare il sound della band in una maniera inimmaginabile). Bellissima anche la parte del ritornello, per l’ennesima gemma più che  splendente del platter. Arriva il turno di Message in Blood, che nonostante non vari molto la formula rispetto a ciò che l’ha preceduta, è sempre un altro pezzo da novanta, assolutamente valido strumentalmente ed anche godibilissimo, grazie alla solita potenza di fondo, al riff comunque sia interessante ed alla parte centrale, in cui una frazione eterea, senza chitarre ritmiche, lascia il posto ad un’altra in cui il suono è pesante e roccioso come una montagna; nel complesso, l’ennesimo capitolo da urlo. Il dolce arpeggio iniziale di The Sleep da l’illusione di trovarsi di fronte ad una nuova ballata; ed invece poco dopo spunta fuori un riff pachidermico, lento e incisivissimo, che in un altro contesto potrebbe pure risultare scanzonato e divertente, ma che qui è assolutamente serio. Le chitarre acustiche tornano nella frazione centrale, alternandosi con gli ennesimi ottimi assoli, prima che il pezzo riprenda e vada fino alla fine; bellissima anche l’atmosfera oscura ed introspettiva che il gruppo riesce a creare (anche grazie al cantato di Anselmo, qui davvero carico di pathos), la quale ci consegnano una canzone che si distingue anche in un platter simile, così omogeneo sia qualitativamente ma soprattutto in maniera quantitativa. Siamo ormai alla fine dei giochi, ma la conclusione è come l’apertura: stratosferica! The Art of Shredding parte lenta, con il basso a cui subentra uno dei più bei riff mai creati dai Pantera, addirittura evocativo (ed il cui unico difetto è che non duri); poi il pezzo si sposta su coordinate più veloci e thrash-oriented, che hanno dalla propria una notevole carica di aggressività ed una grossa mutevolezza di fondo. Probabilmente, vista la sua atmosfera quasi festosa, questo brano era stato composto come divertissement, fatto sta che il risultato è un episodio decisamente importante, nonché un masterpiece che conclude al meglio il capolavoro assoluto del groove.
Insomma, questo è sicuramente uno dei dischi metal più importanti mai usciti, oltre che uno di quelli più belli in assoluto; purtroppo, però, nemmeno gli stessi Pantera sono mai riusciti a ripetersi su questi enormi livelli. Negli album successivi infatti il gruppo tenderà a puntare sempre maggiormente sull’aggressività delle proprie composizioni, perdendo così di vista un po’ la musicalità presente in quest’album; il risultato saranno uscite anche ottime, ma senza quella scintilla che rende Cowboys from Hell uno dei migliori dischi groove metal (se non il migliore in assoluto) mai uscito.
Voto:100/100
Mattia
Tracklist:
  1. Cowboys from Hell – 04:07
  2. Primal Concrete Sledge – 02:13
  3. Psycho Holiday – 05:19
  4. Heresy – 04:47
  5. Cemetery Gates – 07:03
  6. Domination – 05:04
  7. Shattered – 03:22
  8. Clash with Reality – 05:16
  9. Medicine Man – 05:15
  10. Message in Blood – 05:10
  11. The Sleep – 05:47
  12. The Art of Shredding – 04:20
Durata totale: 57:43
Lineup:
  • Phil Anselmo – voce
  • Diamond Darrell – chitarre
  • Rex Brown – basso
  • Vinnie Paul – batteria
Genere: groove metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Pantera

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