Candlemass – From the 13th Sun (1999)

Gli anni ’90  non sono stati devastanti solo per le scene thrash e hair; in quegli anni la decadenza ha colpito anche chi non ci si aspetta, anche se probabilmente non per gli stessi motivi. Prendiamo i Candlemass per esempio: un anno dopo Candlemass –  Live, che celebrava i quattro dischi classici degli svedesi, essi  avevano subito l’abbandono dello storico cantante Messiah Marcolin. La band, capeggiata dal bassista e mastermind Leif Edling non si era però arresa: aveva reclutato Thomas Vikström, e con lui aveva inciso l’anno dopo un nuovo album in studio, Chapter VI, che per quanto sia considerato valido oggi, allora fu un totale flop. Di conseguenza, la band nel 1994 si sciolse, ed Edling si concentrò sul suo progetto parallelo, gli Abstrakt Algebra, che l’anno successivo produssero il proprio esordio omonimo. Anche questo disco andò piuttosto male, e come reazione il bassista operò un cambio di line-up in vista del secondo disco del gruppo, che venne registrato ma mai pubblicato fino al 2008; nel frattempo infatti Edling aveva cambiato le proprie opinioni. Portandosi dietro dall’altra band molte idee musicali ed il batterista Jejo Perkovic, egli decise infatti di rispolverare il nome Candlemass, producendo un nuovo disco con questo nome, il controverso Dactylis Glomerata (1998). L’anno dopo, fu il turno del suo successore, From the 13th Sun, che presentava soluzioni innovative (già in parte ascoltate sul predecessore), come un sound doom molto moderno (anche se il disco è dedicato ad un gruppo che più classico non si può come i Black Sabbath) ma soprattutto una componente “space” parecchio presente (e che personalmente  mi fa amare moltissimo il disco in questione).
Dopo un breve intro lento e molto doomy, che riecheggia addirittura del periodo d’oro della band, parte la opener vera e propria, dal titolo Droid, un mid tempo manifesto invece del sound peculiare di quest’album a cui già ho accennato: doom metal pesante e modernista, con inserti di tastiere spaziali che rendono il tutto in primis psichedelico ma non in senso stoner, e poi tecnologico e moderno ma non per questo freddo, anzi carico di emozioni; bella anche la costruzione melodica, per questa piccola perla del genere doom. La successiva Tot è introdotta dall’effetto di pioggia e di campane in lontananza (preludio che ricorda molto da vicino Black Sabbath), a cui si sovrappone un triste arpeggio di chitarra acustica e del cantato malinconico e riflessivo, prima che parta il pezzo vero e proprio, lento e mastodontico, puramente doom. Parti soffuse e parti più pesanti si alternano nella prima parte del brano, creando una bellissima atmosfera oscura e di angoscia meditativa, che sembra poter continuare all’infinito, senza essere intaccata da nulla; ma così poi non è, visto che a metà della canzone, senza preavviso, parte un’accelerazione molto veloce (estrema, se consideriamo il gruppo in questione), in cui un riff estremamente coinvolgente, supportato da tastiere space-oriented, creano un mood bellissimo, per uno degli episodi sicuramente migliori del disco. E’ il turno della “quasi-title track” (il testo cita il “tredicesimo sole”) con Elephant Star, altro up tempo con un riff stupendo, al limite tra lo stoner e il doom più moderno (peccato, a proposito, per il sound non proprio accuratissimo, che poteva conferire molta più potenza ed avvolgenza ai riff e rendere questo disco molto migliore), e nuova canzone ottima, per quanto lineare. Degno di nota anche l’oscuro intermezzo centrale, molto buono, come anche lo splendido finale, molto d’atmosfera. Con Blumma Apt si torna quasi indietro nel tempo, per una canzone certo non epic doom nella buona tradizione del gruppo di Stoccolma, ma comunque molto più classica nei suoi riff, seppur il sound moderno e il mood che vi si respirano dentro la allontanano di molto dal doom tradizionale vero e proprio. Strutturalmente, questo risulta il classico brano a là Hand of Doom, almeno finché non arriva l’accelerazione finale, breve ma fantastica; degno di nota anche il clamoroso finale, lento, pesante come un macigno ed altrettanto distruttivo.
Introdotta da un preludio di musica elettronica, ARX/NG 891 si rivela poi un mid tempo potentissimo con un perfetto equilibrio tra le parti più ansiose e quasi rabbiose come il ritornello, gestite alla grande da Björn Flodkvist (forse non il tipico cantante metal, ma che comunque fa un lavoro più che ottimo su quest’album) e dalla sei corde di Mats Ståhl (bravissimo in tutto il disco), e quelle più calme e psichedeliche, create anche dai sintetizzatori suonati dallo stesso chitarrista. Dopo meno di quattro minuti e mezzo il brano sembra ormai finito, ma c’è ancora spazio per un outro di musica elettronica, un pezzo noise/ambient dal mood tecnologico, che conclude in bellezza il brano in assoluto migliore dell’intero disco. Segue Zog, una lunga strumentale inizialmente ossessiva e molto psichedelica, condita da un riffage ottimo, che ricorda da vicino The Man Who Fell from the Sky dell’omonimo album della reunion del 2005 (anche se il brano di questo platter è migliore a mio avviso), ma che poi muta e diventa quasi evocativa, in un turbinio di emozioni unico per l’ennesimo pezzo riuscito più che ottimamente. Arriva la volta di Galatea, inizialmente una ballata tenebrosa, in cui la chitarra acustica e il basso sono pieni di effetti e di echi, come anche la voce che si inserisce più tardi; quindi, la traccia esplode poi in una parte più metallica, con un riff semplice ma molto potente e godibilissimo. Ciliegina sulla torta è la voce di Flodkvist, qui artefice di una prestazione ottima e carica di pathos, capace di arricchire questo breve brano, portandolo ad un livello ancora una volta alto. Siamo quasi in dirittura d’arrivo, ma non c’è traccia di calo: Cyclo-F risulta l’ennesimo episodio eccezionale, tra i migliori del disco. Si parte con un riffage da urlo sostenuto da una sezione ritmica altrettanto valida, a cui subentra una parte più oscura, sostenuta in gran parte dal basso di Edling; la frazione centrale è invece praticamente tutta occupata da un assolo di batteria di Perkovic, non tra i migliori che abbia sentito ma comunque buonissimo, anche se poco valorizzato dai suoni della batteria. Appena esso termina, il riffage irrompe di nuovo, ed il brano si ripete sulla stessa formula dell’inizio per poi sfociare in una lungo finale psychedelic doom, ma senza mai annoiare lungo tutto l’arco dei suoi oltre nove minuti. La conclusiva Mythos si attacca alla sua coda ed è in pratica una traccia di sola atmosfera, fatta di elettronica e di effetti di chitarra; musicalmente non ha chissà quale contenuto, anche vista la corta durata, ma è comunque adattissima a concludere un album del genere.
Finito il disco, l’unico rimpianto è per la produzione, troppo grezza e che valorizza poco la potenza e i suoni dell’album, senza la quale esso poteva davvero ambire alla totale perfezione. Ad ogni modo, tre anni dopo i Candlemass cambieranno totalmente rotta, riunendosi in formazione classica e dando vita a Candlemassdel 2005, un buon ritorno alle origini ma qualitativamente inferiore all’album in questione. A mio avviso questo From the 13th Sun è infatti un grandissimo disco, sotto ai classici della band solamente di un pelo e addirittura meglio di Tales of Creation, nei miei gusti. Purtroppo però non ha avuto il successo che avrebbe meritato, vista la sua diversità dalle produzioni più famose degli svedesi (e troppe persone credono che “diverso” sia quasi un sinonimo di “peggiore”, purtroppo); ed una mia piccola speranza è che, con questa recensione, venga fatta almeno un po’ di giustizia, per questo masterpiece.
Voto: 98/100
Mattia
Tracklist:
  1. Droid – 04:35
  2. Tot – 06:01
  3. Elephant Star – 04:54
  4. Blumma Apt – 05:23
  5. ARX/NG 891 – 05:56
  6. Zog – 05:52
  7. Galatea – 04:49
  8. Cyclo-F – 09:18
  9. Mythos – 01:12
Durata totale: 48:00
Line-up:
  • Björn Flodkvist – voce
  • Mats Ståhl – chitarre, effetti
  • Leif Edling – basso
  • Jejo Perkovic – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: psychedelic doom metal

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