Dragonforce – Sonic Firestorm (2004)

Che lo si voglia o no, i Dragonforce hanno scritto una pagina anche importante del power metal. Il loro particolare stile, che il gruppo stesso ha definito “extreme power metal” per la velocità esasperata (in realtà il vero genere con questo nome è la commistione tra metal estremo e melodie power, vale a dire quello Children of Bodom e simili, mentre il sottogenere di appartenenza del gruppo in questione è solo happy metal, in virtù delle atmosfere), ha reso la band britannica molto nota anche a livello internazionale. Questo risultato di fama non ha però creato un’accettazione unanime, quanto più una divisione in due vere e proprie fazioni, tra chi adora il gruppo alla follia, e chi non riesce a sopportarli: io, seppur con molta moderazione, mi schiero coi secondo, anche se ovviamente in questa recensione cercherò di essere più obiettivo possibile. Ad ogni modo, la storia del gruppo comincia nel 1999, quando dalle ceneri dei Demoniac, band addirittura black metal, nascono i Dragonheart, i quali dopo due anni cambiano nome in quello definitivo, per evitare problemi d’omonimia con un’altro power metal act. Ancora due anni, quindi uscì l’esordio Valley of the Damned, un album discreto, che delineava il sound peculiare della band; il disco ebbe buoni riscontri, e solo un anno dopo, nel 2004, i Dragonforce diedero alla luce il suo successore, Sonic Firestorm, in cui le caratteristiche peculiari presenti nel precedente venivano ancor più amplificate, a mio avviso anche in maniera esagerata.

Dopo un intro strumentale, parte My Spirit Will Go On, un up-tempo dalle ritmiche rapidissime. Già da qui si notano tutti i due difetti principali che a mio avviso rovinano l’album (e i Dragonforce stessi, a mio modo di vedere, visto che queste caratteristiche sono presente in quasi ogni loro disco): in primis, l’evidentissima esasperazione ritmica, che porta la band a pestare sempre al massimo sull’acceleratore, variando di pochissimo la propria formula, fatto che dopo un po’ stanca, specie in canzoni così lunghe come quelle ivi presenti; il secondo difetto è proprio questo, la presenza di tracce dalla durata troppo alta, ampliate da assoli infiniti, anch’essi tutti giocati sulla velocità, e che non comunicano nulla, risultando ben poco interessanti. Ne consegue che Sonic Firestorm ha al suo interno episodi con idee, per quanto un po’ stereotipate, anche molto buone, che avrebbero potuto dar vita a pezzi più che ottimi, se non fossero però annacquate dentro ad un mare di futili virtuosismi fini a se stessi. Comunque sia, nonostante questi difetti, la canzone in questione non è male, in fin dei conti, e si lascia ascoltare, anche se penso che focalizzando le idee e variando un po’ il ritmo, sarebbe potuto uscire fuori un capolavoro. In Fury of the Storm, che segue, i buoni spunti presenti si perdono purtroppo sia nella costante ed imperterrita volontà di strafare con la velocità da parte di tutti gli strumentisti, sia in alcune melodie molto scontate, che abbassano ancor più la qualità della sostanza, per un brano ben poco riuscito. Con Fields of Despair, il gruppo varia un po’ la formula, inserendo parti più mutevoli e creando un pezzo corto e concentrato. Grazie a queste caratteristiche, nonostante la velocità tenda ad essere sempre la stessa, abbiamo guarda caso l’episodio  indubbiamente migliore del platter, complice un coro catchy, un riffage valido e idee valorizzate, che non si perdono per strada, nonché un pezzo non memorabile ma decisamente buono. Lo stesso si può dire per la successiva Dawn Over a New World, il brano più corto ed anche più bello dell’album dopo la precedente, una semiballad dolce e gioiosa anche se con un velo di malinconia che ricorda lontanamente il power finlandese, complici ZP Theart alla voce, molto adatto, e le tastiere di Vadim Pruzhanov, che creano il giusto mood, per una ballad molto piacevole, che però purtroppo non avrà seguito, qualitativamente parlando.
Dopo un preludio di tastiere, parte il brano di classico happy power Above the Winter Moonlight, ispirato dagli Helloween e, in alcuni passaggi, persino dagli Angra, che ha dalla sua spunti piuttosto interessanti, anche se non originalissimi: tutto però scade man mano che si prosegue, a causa di quanto già visto in precedenza ed anche di un ritornello assolutamente banale e che sa di già sentito anche rispetto alla prima parte dell’album. L’assolo, inizialmente molto atmosferico e dopo più power-oriented (seppur non presenti quasi mai fraseggi ultra-veloci come nelle canzoni precedenti), risolleva in parte i destini del pezzo, ma comunque la qualità non riesce ad andare oltre la sufficienza. L’inizio di Soldiers of the Wasteland lascia molto ben sperare, con un riff veramente bello, ma poi ci viene proposta la solita minestra riscaldata: così, buoni spunti si alternano con altre parti già sentite innumerevoli volte, anche in questo stesso disco (il ritornello è così già sentito che non capisco: non si poteva trovare qualche soluzione almeno un po’ differente da quanto già inciso?) ed altre ancora molto scontate, da power stereotipato, il tutto sempre con le stesse ritmiche estreme, con pochissime variazioni. La prima frazione della parte centrale, lenta (per modo di dire) e riflessiva, con dei bei duelli di chitarra, è invece buona, ma purtroppo non riesce stavolta a rendere la traccia decente, in virtù del gran numero di momenti morti o noiosi nei suoi quasi dieci minuti. La seguente Prepare for War ha un altro inizio ottimo, ma poi si ritorna al solito power metal iperveloce che a questo punto non riesce a non annoiare, con un altro ritornello che più scontato non si può. Ancora una volta, arriva la lenta frazione centrale a risollevare le sue sorti, aiutando molto il pezzo che però non riesce ad essere più che appena sufficiente. La conclusiva Once in a Lifetime presenta ancora un ritmo velocissimo in un brano dalla lunga durata, che non può non far sbadigliare, coadiuvato da un atmosfera happy questa volta anche più che discreta, il cui connubio ci regala un altro pezzo a due facce, ascoltabile ma senza infamia e senza lode, che conclude un album esattamente analogo, eseguito in maniera impeccabile, senza la benché minima sbavatura nella produzione come nelle parti musicali, ma con pochissimi momenti davvero incisivi.
Insomma, questo album poteva essere, se forse non un capolavoro, almeno un disco power ottimo, alcune idee del gruppo sono buone, persino più di quelle di tanti gruppi usciti negli ultimi album; eppure, questi ultimi creano dischi nella media (ed a volte pure sopra) eppur molto migliori di questo, e il motivo è nello scarso sfruttamento degli spunti di valore, e nel voler essere a tutti i costi estremi nella velocità e nel numero di tecnicismi. Comunque, Sonic Firestorm è un uscita sufficiente, in virtù di un paio di buoni episodi e di un’altra manciata di brani che pur non essendo più che discreti si lasciano ascoltare; e, ad ogni modo, questo è uno dei dischi migliori dei Dragonforce insieme all’esordio, mentre i successivi saranno simili ma ancor più scontati e poveri di idee. Concludendo, qui devo sospendere il mio solito giudizio finale sulla fondamentalità o meno dell’album, visto che a molti il gruppo inglese piace: penso solo che se non vi accontentate solo di tempi velocissimi e virtuosismi fini a se stessi, ma volete qualcosa in termini di musica e contenuti, vi consiglio di puntare su altri nel vasto mondo del power metal.
Voto: 63/100

Mattia
Tracklist:
  1. My Spirit Will Go On – 07:54
  2. Fury of the Storm – 06:46
  3. Fields of Despair – 05:25
  4. Dawn Over a New World – 05:13
  5. Above the Winter Moonlight – 07:31
  6. Soldiers of the Wasteland – 09:45
  7. Prepare for War – 06:15
  8. Once in a Lifetime – 07:46
Durata totale: 56:35
Line-up:
  • ZP Theart – voce
  • Herman Li – chitarra
  • Sam Totman – chitarre
  • Vadim Pruzhanov – tastiere, pianoforte, chitarra acustica
  • Adrian Lambert – basso
  • Dave Mackintosh – batteria
Genere: power metal
Sottogenere: happy metal

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