Opeth – Still Life (1999)

Gli ultimi due anni sono stati devastanti per la credibilità degli Opeth: dopo la radicale svolta stilistica di Heritage, un album puramente rock progressivo, che è piaciuto ad alcuni ma ha scontentato tantissimi (tra cui anche il sottoscritto), e dopo le dichiarazioni molto discutibili contro il metal del leader della band, Mikael Åkerfeldt, anche chi come me reputava la band tra le migliori di sempre nel mondo della nostra musica preferita si è allontanato dal gruppo; eppure, ciò non riesce comunque a cancellare il valore assoluto delle uscite del gruppo di Stoccolma nel suo passato, tanto esse sono valide. Andando con ordine, poco dopo l’uscita dell’introspettivo My Arms, Your Hearse, la formazione degli svedesi si era stabilizzata su quella che ora possiamo considerare il quartetto classico, con Peter Lindgren alla chitarra e la sezione ritmica “latina”, con il bassista Martín Méndez (ultimo arrivato) ed il mostruoso batterista Martin Lopez. Con questa lineup, la band entrò in studio dopo sole pochissime prove, ed incise infine Still Life, uscito il diciotto ottobre 1999, che presentava rispetto al passato alcuni elementi innovativi: su tutti, uno stile più spostato in senso melodico, con un gusto che andava a toccare, mai come allora, addirittura il gothic metal, unite ad un sound molto più caldo rispetto al passato, per quanto si possa parlare di ciò per un album di metal estremo. Dietro al disco, un affascinantissimo concept, una delle storie più belle e commoventi che abbia mai potuto apprezzare: un reietto affetto da malformazioni fisiche torna al suo villaggio dopo un lungo periodo d’esilio, per stare con il suo amore di una vita, Melinda (nome che Åkerfeldt ha poi anche dato anche alla sua primogenita, nata nel 2004), ma troverà davanti a se un gran numero di ostacoli, in primis il suo mondo medioevale, dove vige una ferrea teocrazia cristiana; lui è così un intoccabile, vista la credenza del tempo che la deformità fosse indicativa di una vita peccaminosa, se non di un patto demoniaco, che aveva causato il suo allontanamento; dall’altra parte, vi è Melinda che cerca di rifiutarlo in tutti modi, con l’obiettivo di salvargli la vita scacciandolo di nuovo dal villaggio. Con una storia simile, il disco non poteva che essere ottimo; ma, come vedremo, è persino meglio, e non di poco!
Dopo un lungo intro atmosferico, dominato prima da una chitarra soffusa accompagnata da un sottofondo quasi jazz, e poi da quella acustica, comincia la opener propriamente detta, The Moor, un pezzo classico alla Opeth: death metal dal sound di derivazione swedish melodeath, con in più una forte componente progressiva, che si esprime in un gran numero di riff, incastrati l’uno dentro l’altro in maniera pressoché perfetta. Nel mentre, le chitarre soliste creano un’atmosfera desolante di quelle tanto care al gruppo, su cui il cantato di Åkerfeldt si alterna tra un growl anche molto aggressivo, ed il suo solito emozionante pulito, aggiungendo ancor più malinconia al brano. Nella parte centrale, le chitarre ritmiche distorte spariscono, e abbiamo una frazione solamente acustica, molto nostalgica e colma di un grande tensione emotiva, prima che uno spaventoso growl preannunci il ritorno della parte più propriamente metallica; a conti fatti, un pezzo a dir poco gigantesco. La prima parte di Godhead’s Lament consta in un rifferama vorticosissimo molto potente ed in una certa oscurità di fondo, con alcuni passaggi più che stupendi, da totale godimento metallico. Ad un certo punto però la prepotenza della canzone si spegne, ed arriva una notevole apertura melodica (che si potrebbe anche chiamare “refrain”), con le chitarre si potenti ma anche morbide in qualche modo, e la voce di Åkerfeldt mai così piena di pathos, che generano uno dei momenti certamente più belli di questo disco. La parte centrale, retta solo dalle chitarre acustiche con quella distorta relegata al solismo, è altrettanto godibile, complice la sua immensa carica di romanticismo struggente, poi si ritorna alla potenza death, prima che un altro ritornello concluda l’apoteosi totale che è questa traccia, sicuramente la migliore anche in un disco dalla qualità media così elevata come questo. Il brano più breve dell’album, Benighted, è una ballad totalmente acustica, eterea, tormentata e delicatissima, ma non per questo meno valida del resto, grazie alla tensione emotiva peculiare di questo disco, accentuata anche dal tenero testo, ed alla parte solistica quasi jazz, per cinque minuti incantanti ed incantati. Arriva l’ora di tornare al metal propriamente detto, compito affidato a Moonlapse Vertigo, l’ennesimo episodio eccellente, pieno di particolari e molto variabile dal punto di vista strutturale. Dopo il suo lungo intro, malinconico, si alternano calme parti acustiche dal mood triste, e momenti molto più rocciosi ed aggressivi, pieni di rabbia e disperazione. La solita parte di soft progressive rock al centro, molto bella come sempre, e poi si riparte per un pezzo addirittura malvagio, prima del meraviglioso finale, quasi gothic nelle atmosfere e stupendo in ogni suo riff o melodia: nel complesso,nove minuti esatti senza un attimo di noia.
Face of Melinda incomincia come una ballata molto melodica e dolce, dal feeling nostalgico e in qualche modo decadente, che riesce a toccare le corde più intime dell’anima dell’ascoltatore, e prosegue così per diversi minuti. Quindi, dopo una breve e strana parte di chitarra acustica, il metal irrompe con potenza, ma sempre con estrema musicalità, senza mai aggredire frontalmente o pestare in velocità o potenza; nonostante questo, però, anche questa frazione è comunque più che validissima, sia musicalmente che dal punto di vista della comunicatività. Degna di note la parte finale, ancor più melodica, ed anche le bellissime liriche che descrivono i sentimenti più intimi del protagonista, veramente emozionanti e commoventi come pochissime, per l’ennesimo episodio praticamente perfetto dell’album. In totale contrapposizione alla precedente, arriva poi il turno di Serenity Painted Death, sicuramente la traccia più aggressiva e pesante del lotto, con un riffage che si rivela quasi malvagio, per quanto la melodia sia comunque sempre presente in ogni momento, e a tratti riesca persino a dominare la scena, con parti tristi ed armoniose ed altre scurissime ma del tutto acustiche. La massima efferatezza si raggiunge però nella parte centrale, con uno scream allucinante sopra ad una base dalle reminescenze addirittura black, talmente piena di rabbia, di amarezza e di sofferenza che fa quasi sembrare il capitolo della storia di cui parla, ovvero l’uccisione dell’amata Melinda da parte dei puritani del villaggio, e dell’ecatombe che il protagonista scatena di seguito, assolutamente reale; fantastica anche il pezzo che segue, con un Åkerfeldt molto espressivo che canta una parte da brividi, ciliegina sulla torta di un altro brano veramente da brividi. Dopo un’interruzione improvvisa del fluire della musica, comincia la closer track White Cluster, che si rivela un’altra canzone strapiena di emozioni, esempio di assoluta perfezione death prog, nonché quella più mutevole e complessa dell’album, a far da giusto contraltare al possente turbinio di emozioni del protagonista nel testo, inquisito dal concilio religioso ed ormai vicino alla propria esecuzione. In essa, parti incisive si alternano con momenti acustici musicalmente strani, ma comunque stupefacenti, ricolmi di pathos e di disperazione come sono, e con la parte centrale, molto varia e mutevole; merita di essere nominato anche il gran finale, con le chitarre avvolgentissime che coinvolgono l’ascoltatore come non mai in una struttura musicale mai scontata e sempre interessantissima, per una parte veramente da brivido totale, e terminano un album storico e meraviglioso, valido come pochi altri (anche se il vero finale è un breve pezzo acustico e molto soft, anch’esso molto valido). 
Come avrete capito, l’album in questione è veramente un capolavoro immortale e perfetto, uno dei dischi metal più belli mai usciti; e, per giunta, non è che il primo passo di una quadrilogia di masterpiece (che si concluderà con l’acustico ma fantastico Damnation quattro anni dopo) che trasformerà gli Opeth da band comunque validissima in una delle realtà metal più importanti di tutti i tempi. Per questo, io mi sento di consigliare questo disco a tutti quelli che nel metal non cercano solo la potenza (peraltro estremamente presente qui) ma anche e soprattutto il feeling: prendetelo, e vi posso assicurare che non ne verrete delusi!
Voto:100/100
Mattia
Tracklist:
  1. The Moor – 11:26
  2. Godhead’s Lament – 09:47
  3. Benighted – 05:01
  4. Moonlapese Vertigo – 09:00
  5. Face of Melinda – 07:59
  6. Serenity Painted Death – 09:14
  7. White Cluster – 10:02
Durata totale: 01:02:29
Lineup:
  • Mikael Åkerfeldt – voce e chitarra
  • Peter Lindgren – chitarra
  • Martín Méndez – basso
  • Martin Lopez – batteria
Genere: progressive/death metal
Sottogenere: extreme progressive metal

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