Omen – Battle Cry (1984)

Come ho già detto in precedenza, si afferma a volte che il problema delle band odierne sia quello di non avere abbastanza esperienza, e che si arrivi subito alla produzione discografica, mentre negli anni ’80 c’era una lunga gavetta tra la nascita di un gruppo e il suo esordio. Ma le cose andavano veramente ogni singola volta in questa maniera? Non proprio, ed il caso degli Omen in questo senso è emblematico. La band fu fondata nel 1983 dal chitarrista Kenny Powell, che aveva da pochissimo abbandonato i Savage Grace per seguire una direzione musicale in qualche modo diversa, più epica, seppur senza abbandonare lo speed metal dell’act madre. Subito, il gruppo losangelino fu molto fortunato, e riuscì a firmare con un’etichetta importante quale la Metal Blade senza aver mai suonato nemmeno un concerto od aver prodotto un demo; solamente l’anno dopo, usciva quindi l’esordio discografico della band, Battle Cry. Secondo la logica descritta pocanzi, l’album in questione avrebbe dovuto essere sicuramente ben poco valido musicalmente; ed invece così non fu, al contrario nel tempo esso è diventato uno dei più grandi classici dell’epic metal di tutti i tempi, e per giunta in maniera assolutamente meritata. Prima di iniziare la disamina, vorrei elogiare brevemente l’artwork: il disegno è approssimativo, ma ciò non rovina la sua rendita, al contrario gli conferisce moltissimo fascino, sia epico che old school, caratteristiche che sono perfettamente descrittive anche del contenuto del platter: una cover azzeccatissima, dunque.

La opener Death Rider si prefigura già come un manifesto del genere della band: metal si epico ma anche legatissimo allo speed metal della seconda ondata, tanto che non può essere assolutamente svincolato da tale genere. Per il resto, le trame strumentali, specie della chitarra di Powell, sono fin da qui strepitose, potentissime ma anche piene di melodia e di musicalità, e con una onnipresente tensione evocativa da urlo; molto buona anche la parte solistica, strumentalmente impeccabile, ed ottima pure la voce di J.D. Kimball, sporca, aggressiva e potente ma anche, in qualche modo, elegante, che aiutano il pezzo ad assurgere al ruolo di capolavoro assoluto. L’intro parlato della seguente The Axeman è qualcosa che si stampa subito nella testa dell’ascoltatore, tanto è oscuro e anni ’80; quindi, dopo un potente scream del cantante parte un arcigno mid tempo maideniano, dal mood tenebroso e quasi malato, specie nel malvagissimo chorus, ma senza mai abbandonare il gigantesco flavour epico che possiede. Così descritto, con queste poche parole, il pezzo sembra quasi scontato, ma invece, pur nella sua semplicità, esso si rivela il secondo masterpiece, nonché uno dei picchi più alti, dell’intero lotto. Dopo un breve preludio vorticante, arriva una traccia velocissima ed incalzante, che più evocativa non si può, condita anche da una buona dose di pathos, che lo impreziosisce ancor di più: Last Rites. Il testo è poi una piccola perla, essendo basato sugli ultimi pensieri di un condannato a morte (un po’ sulla falsariga delle liriche di Hallowed be Thy Name degli Iron Maiden, dei quali l’influenza è veramente palpabile ovunque, qui). Il risultato è veramente da urlo, ed abbiamo così un altro episodio decisamente memorabile. A concludere il quartetto delle meraviglie iniziale arriva probabilmente il picco assoluto dell’intero album: Dragon’s Breath può contare su un rifferama circolare e potente, un feeling tanto epico che è persino difficile da descrivere con le sole parole ed un ritornello da cantare a squarciagola con il pugno al cielo (meglio se con dentro anche una spada). Degna di nota anche la prestazione della sezione ritmica: Jody Henry al basso è più di un semplice accompagnatore, mentre Steve Wittig è solidissimo nel suo drumming, ed anche molto bravo nel gestire i cambi di tempo. L’unico difetto della canzone in questione è la corta durata, ma ci si può passare tranquillamente sopra, vista la qualità qui contenuta. Dopo un avvio del genere, si cambia registro con Be My Wench, un brano leggermente inferiore a quanto appena ascoltato, il quale perde quasi del tutto l’atmosfera epica caratteristica ed è più semplicemente un classico pezzo speed metal, dal testo sessista altrettanto tipico degli anni ‘80, ottimo ma nulla più.
Torture Me, la prima delle bonus-track, inserita come sesta nell’elenco, è anche il primo brano mai inciso dall’ensemble losangelina, che appare nel quinto episodio della storica compilation Metal Massacre. La sua estraneità al resto dell’album è facilmente percepibile: poca epicità ed un sound diverso, molto sporco e quasi amatoriale. Eppure, anche essendo un pezzo decisamente sotto alla media dell’album, non inficia quest’ultimo (anche perché si tratta sempre di una traccia bonus). Si ritorna a fare sul serio con la title-track: dopo un assolo di effetti di chitarra, comincia uno dei brani cardine del disco, nonché una canzone emblematica dell’epic metal, Battle Cry. Barbarico e romantico allo stesso tempo, con un feeling battagliero come pochi, il brano sviluppa la sua durata tra i riff cavalcanti, Wittig che riesce quasi a rievocare i boati ed i suoni di un campo di battaglia, e un Kimball mai così pieno di pathos epico, che lo rendono una folgorante gemma, insieme ai primi quattro pezzi di certo il picco assoluto del disco. L’episodio successivo, scritto da Powell quando militava ancora coi Savage Grace dal titolo Die by the Blade, è l’ennesima cavalcata, inframezzata questa volta da fraseggi melodici, che l’arricchiscono rendendola più peculiare, ma non per questo meno evocativa. Per il resto la traccia risulta molto lineare, ma anche di ottima fattura, degna di apparire in un album simile. Dopo un bel preludio di basso, arriva Prince of Darkness, canzone brevissima e speed-oriented, in cui la chitarra è più atmosferica che potente, ma che nonostante ciò si rivela molto valida, complice il mood oscuro, sottolineato anche dal testo, che riesce ad essere convincente nonostante il suo satanismo quasi becero. Con Bring out the Beast torniamo all’epic metal più propriamente detto, dato che essa può contare su un riff quasi “da motociclista”, ma che riesce anche ad essere belligerante, complice l’immensa carica di epicità che Kimball riesce a dare in particolare nel finale del brano, ove la sua voce sporca eppure molto fascinosa risulta coinvolgentissima. Merita la citazione anche il veloce assolo, ottimo qui come in tutto il disco. Un delicato arpeggio iniziale introduce quindi la conclusiva Into the Arena, la quale si rifà,  molto più degli altri, alla corrente epic più lenta e maestosa (mentre nel resto del disco, come già scritto, si punta molto più sulla velocità), per un finale impotente, pieno di potenza e di barbarico fascino evocativo (sensazione anche aumentata dal bel testo sul destino dei gladiatori), che la rendono l’ennesimo brano stupefacente. Il disco originale termina qui, ma c’è ancora tempo per una versione live di Battle Cry registrata nel 1986, che a dispetto di suoni assolutamente non all’altezza, è comunque un bel esempio della carica e della potenza che il quartetto californiano riusciva a produrre dal vivo.
Seppur abbia al suo interno un paio di episodi non proprio esaltanti, questo Battle Cry si rivela un capolavoro epocale per entrambi i sottogeneri che rappresenta. Anche se non raggiunge la perfezione, è comunque un album assolutamente da avere per tutti i cultori dell’heavy metal anni ’80, che siano amanti del versante più tradizionale del genere, di quello più sguaiato dello speed o di quello più solenne dell’epic; perciò, se siete tra di essi e non lo avete, il mio consiglio è di andare a prenderlo, e pure di corsa!
Voto: 97/100
Mattia
Tracklist:
  1. Death Rider – 03:28
  2. The Axeman – 04:27
  3. Last Rites – 03:41
  4. Dragon’s Breath – 03:01
  5. Be My Wench – 04:03
  6. Torture Me – 03:27
  7. Die by the Blade – 03:10
  8. Prince of Darkness – 02:46
  9. Bring Out the Beast – 04:10
  10. In the Arena – 04:05
  11. Battle Cry (live) – 04:02
Durata totale: 44:06
Lineup:
  • J.D. Kimball – voce
  • Kenny Powell – chitarre
  • Jody Henry – basso
  • Steve Wittig – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: epic/speed metal

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