Saturnine – Saturnine (2012)

Nonostante il mondo metal sia totalmente aperto, e chiunque voglia farne parte possa accedervi senza il benché minimo impedimento, la presenza femminile ivi non è così ampia, e ciò probabilmente per come il nostro genere preferito sia ancora visto come molto duro, e di conseguenza molto “maschile” (anche se non è affatto vero, chiunque può amarlo). Seppur le donne musiciste siano sempre più numerose nei gruppi, specialmente in quelli nati più di recente, è anche vero che le all female band sono ancora una vera rarità; ma per fortuna anche da quel punto di vista si cominciano a vedere progressi. Un recente caso in questo senso è rappresentato dalle Saturnine, ensemble formato da cinque giovani ragazze: nata due anni fa con il preciso intento di avere in formazione solo musiciste di sesso femminile, allo scopo di mantenere una certa armonia interna anche al prezzo di dover trovare membri molto lontani (le componenti si dividono infatti tra Modena, Bologna ed addirittura Viterbo), la band si impegna in una buona attività live (sfociata, poche settimane fa, addirittura in un minitour inglese), creandosi così un discreto seguito; poi, nel febbraio di quest’anno, il gruppo da alla luce il suo primo parto discografico, questo demo omonimo. In esso, nonostante ciò che superficialmente ci si può aspettare da un act tutto al femminile, ossia qualcosa di melodico, la band si produce in un ossessivo ed inaccessibile sludge doom metal con influenze stoner doom ed una fortissima componente black metal, la quale si esplica in molte atmosfere e nel cantato.

Dopo un lento ed ossessivo Intro metal, che preannuncia già la sostanza dell’album, parte la opener Abyss, la quale consta di un riff fangoso su un tempo molto lento, come da buona tradizione sludge; ma vi sono anche, come già detto, molte suggestioni black, tra cui la voce di Laura, quasi una versione femminile del primo Nocturno Culto, dotata quindi di uno scream non molto tecnico ma adattissimo al sound generale del gruppo. Il suono creato da Adam Van Maledict (musicista di oscure formazioni quali Black Temple Below e Deep-Pression) è molto lo-fi, forse volutamente: ma se le parti lente sopperiscono alla mancanza di potenza (la quale comunque si intuisce esserci, al di là di tutto) compensandola con un oscuro fascino (specie negli assoli, che suonano particolari e fantastici), in quelle più veloci il suono si fa un po’ confusionario. Ad ogni modo, a dispetto di ciò, la canzone è più che buono come opener. Un riff lentissimo, mastodontico, con influenze stoner-sludge che ricordavano vagamente addirittura i Down, è la colonna portante della successiva Death Reaper, episodio strisciante ed opprimente alla massima potenza, il cui punto di forza assoluto è l’atmosfera tetra che riesce a sviluppare. Nonostante qualche passaggio non proprio riuscitissimo, il brano presenta comunque molti ottimi spunti, lasciandosi perciò comunque ascoltare con piacere. Dopo un inizio soffuso, dominato dagli effetti e dalle chitarre acustiche, parte quindi Orgy of Blood, la quale ha un riff pesante, lugubre e dal mood a tratti malato, accentuato dal cantato mai così ferale e black, ma a tratti anche malinconico (la parte conclusiva con l’assolo è un esempio da questo punto di vista, rivelandosi anche una porzione veramente da urlo), pur senza mai abbandonare un certo qual gusto per le atmosfere blasfeme. Il pezzo prosegue sempre ossessivo, ma variando la formula (seppur di poco) riesce a non annoiare pur risultando, nei suoi quasi otto minuti, il brano più lungo qui dentro; ed in virtù di ciò, si rivela essere l’episodio migliore dell’intero lotto, praticamente un capolavoro. Stench of Decay, che segue, comincia ancora in maniera soffusa per poi confluire in un’altra parte dal tempo basso, ma poi il brano cambia e diventa più veloce ed aggressivo, con maggiori influenze black, senza però mai lasciar da parte le sonorità doom, che anzi dominano in ogni momento. Accelerazioni e rallentamenti si susseguono, rendendola la traccia più mutevole del demo, che seppur come già detto sia penalizzata dalla produzione nelle parti veloci, è comunque ancora una volta un buon episodio. Brava anche la batterista Angelica a gestire tutti i passaggi, il che non è facile a velocità così lente, nonostante ciò che un profano possa credere (parola di un altro batterista). Arriviamo così all’ultima vera canzone della serie, la cover di Call From the Grave dei Bathory, la quale risulta veramente molto ben riuscita, ricalcando l’originale senza esserne una sterile copia, e riuscendo pure a rievocarne la particolare atmosfera: sicuramente una rivisitazione molto ben riuscita. Il disco si conclude quindi con l’Outro, che riprende l’introduzione e la varia leggermente: niente di che, ma va comunque va benissimo come conclusione.
Dopo oltre mezz’ora, il demo finisce, ed è il tempo delle valutazioni. Seppur non sia esente da difetti (su tutti la varietà compositiva, certo aumentabile di molto), comunque risolvibili col tempo (dal disco, sembra esservi un possibile ampissimo margine di crescita), il demo è comunque un buon prodotto, con idee valide ben concretizzate e suonate. Le musiciste in questione forse non saranno il gruppo più originale o trascendente al mondo, ma hanno buone capacità ed hanno imboccato una propria via personale: di questo passo, potranno raggiungere livelli anche ottimi, e diventare un nome noto seppur nel ristretto mondo del doom/black. Avanti così, Saturnine!

Voto: 75/100

Mattia

Tracklist:

  1. Intro – 02:01
  2. Abyss – 05:29
  3. Death Reaper – 04:15
  4. Orgy of Blood – 07:44
  5. Stench of Decay – 05:44
  6. Call from the Grave – 05:04
  7. Outro – 01:18
Durata totale: 31:35
Lineup:
  • Laura – voce
  • Giulia – chitarra
  • Silvia – chitarra
  • Je – basso
  • Angelica – batteria
Genere: doom/black metal
Sottogenere: sludge metal

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