Deep Purple – Made in Japan (1972)

Seppure iDeep Purple siano considerati, nel poco approfondimento che caratterizza il bassissimo livello culturale della maggior parte delle persone, un gruppo rock quasi mainstream, in realtà ad un orecchio un minimo competente risultano come uno dei gruppi hard rock più vicini al metal degli anni ’70 (nei quali, è bene ricordarlo, il termine “heavy metal” designava proprio questo genere di rock), in particolare nei dischi compresi tra Deep Purple In Rock a Burn. In quell’epoca, le case discografica premevano per rendere ogni prodotto più vendibile, di più facile ascolto insomma, ed ciò è successo molto probabilmente ai suddetti album, che suonano sì energici ma anche, forse, un po’ frenati: sul palco, però, la band non poteva che essere genuinamente se stessa, e così la sua musica assumeva una potenza ed un’aggressività mai provata, prima di allora. Ad ogni modo, dopo l’acclamatissimo Machine Head del 1972, la band aveva intrapreso un tour in Giappone, paese noto per l’immenso calore dei fan verso il rock: e tra il 15 e il 17 di agosto di quell’anno, venne registrato il primo album dal vivo del nuovo periodo della band, Made in Japan. Il risultato fu qualcosa di incredibile, nel periodo la band era veramente in formissima da ogni punto di vista, e il risultato è un disco che, seppur con qualche imperfezione comunque assolutamente non fastidiosa e quasi impercettibile (il disco è stato pure definito “il più onesto della storia”, vista la totale assenza di sovraincisioni, perciò qualche imprecisione è anche normale), è praticamente perfetta. In nome di questa perfezione, preferisco concentrarmi solo sul disco vero e proprio: tralascerò quindi il disco bonus della versione rimasterizzata in mio possesso, che pur ottimo è altro rispetto al corpo magno di quest’album.

Già la opener Highway Star permette di capire all’ascoltatore cosa abbiamo di fronte: hard rock potentissimo, enormemente pesante (almeno per i canoni del genere e dell’epoca) e pieno di una carica immensa, come fino ad allora non si era mai sentita, il giusto preludio all’inizio dell’heavy metal vero e proprio. Per quanto riguarda la qualità, qui non c’è alcun punto debole, e innumerevoli punti di forza, tra i quali spiccano Ritchie Blackmore e Jon Lord, con i loro bellissimi assoli; risultato: primo masterpiece assoluto di una lunga serie. Di seguito ad un episodio spaccaossa come questo, arriva in contrapposizione la più classica ballad del gruppo Child in Time, che è se possibile anche più emozionante della sua versione comparsa due anni prima su Deep Purple In Rock, complice uno Ian Gillan splendido, capace di toccare la stratosfera con i suoi acuti potentissimi ma anche colmi di pathos, certo non una semplice dimostrazione di forza. Bravissimi anche tutti gli altri, che son perfetti sia nelle parti più veloci e rock che in quelle più melodiche e soffuse. Una curiosità: il mito vuole che il suono che si sente dopo i nove minuti e mezzo sia lo sparo di un suicida; anche se basta il buonsenso per capire com’essa sia solo una leggenda metropolitana, e che il rumore sia causato da un eco dell’organo di Lord, comunque è anche vero che il livello di estasi raggiunto da questa canzone è tanto immenso che addirittura uno potrebbe pensare di non vivere mai più nulla di così bello. Il brano successiva è sicuramente la più celebre dei Deep Purple, e la versione ivi presenti è peraltro maggiormente famosa (di sicuro molto più di quella su disco). Oltre a questo, su Smoke on the Water c’è veramente ben poco altro da dire: col suo riff così potente e la sua atmosfera rilassata ma anche potentissima, merita davvero la propria fama, anche essendo qui arricchita da tutta una serie di assoli improvvisati in maniera eccelsa. Seppur The Mule, che segue, abbia anche parti suonate da tutti i musicisti, l’attenzione si concentra in essa sul solo Ian Paice, e sul suo immane talento. Egli è difatti un batterista tecnicamente perfetto al cento percento, senza alcun punto debole, dotato di una fantasia compositiva immensa e di un groove incredibile, che gli consente di impressionare anche con partiture semplicissime. Per le mie opinioni, Paice è forse il batterista migliore mai esistito nel mondo rock, anche meglio di colui sempre citato in questo ruolo, il pur eccezionalissimo John Bonham. Il suo assolo non poteva quindi che essere veramente strabiliante, nonché un esempio per ogni batterista rock  e metal (sempre ammesso che ascoltare così tanta bravura non faccia appendere le bacchette al chiodo vista l’impossibilità di raggiungere tali livelli).
Con Strange Kind of Woman si torna all’hard rock propriamente detto: abbiamo perciò una nuova hit del periodo migliore degli anni settanta dei Deep Purple, ancora una volta suonato in maniera molto più carica di potenza e di sentimento rispetto a quella in studio, ed anche con un palpabile senso di divertimento sul palco da parte dei musicisti, si sente come ci stiano mettendo tutta la passione possibile; il risultato è così un nuovo pezzo già di per se fantastico ma reso veramente da urlo. Non si può assolutamente, poi, mancare di nominare ed elogiare il fantastico duello musicale tra le corde vocali di Gillan e la sei corde di Blackmore, qualcosa di cui restare veramente a bocca aperta per le capacità assolute di entrambi nel proprio ambito. Il turno di mettersi in mostra arriva poi per Jon Lord, che al suo hammond riesce a far fare quel che vuole, passando per atmosfere spaziali, momenti più cattivi in cui il suono si avvicina incredibilmente a quello di una chitarra ed altri momenti più classici, il tutto con estrema abilità. Quindi, dopo una breve frazione soffusa arriva il turno della Lazy vera e propria, che è ciò a cui ci hanno abituato i Deep Purple: hard rock molto bluesy , ma anche duro e pesantissimo, che ancora una volta rasenta per energia e potenza il metal propriamente detto. Si mette qua in mostra anche il non ancora citato Roger Glover, il quale pur essendo il membro musicalmente meno estroverso e di spicco del combo, è comunque un altro grandissimo musicista, dotato di senso ritmico e di talento come pochi, una vera colonna portante che sostiene con capacità tutta la costruzione melodica della band. Bella anche la parte centrale, più d’atmosfera, con Blackmore e Lord ad alternarsi nell’assolo, come spesso nelle canzoni del gruppo. La seguente Space Truckin’, episodio conclusivo, è poi ciò che risalta di più nell’intero platter, qualitativamente ma anche quantitativamente. Il cadenzato brano conclusivo di Machine Head, peraltro suonata divinamente, non è che un breve preludio per questa trasposizione, che poi continua imperterrita in una lunghissima jam, essa si il vero spettacolo. I cambi di ritmo e di musica, le melodie che il gruppo riesce a tirare fuori all’unisono, gli assoli tutti riusciti a meraviglia e tutti validissimi, e il mood spaziale veramente meraviglioso che si crea, il tutto suonato in perfetta sincronia, senza sbagliare una sola nota, creano qualcosa di meraviglioso, un affresco musicale tanto raro quanto da sogno. Dopo quasi venti minuti vorticosi,  in cui è facilissimo perdersi in un senso di estasi musicale, la canzone finisce, e mentre il pubblico giapponese tributa la giusta standing ovation roboante alla band, la sensazione sublime provata sin dalla prima nota di questo live album rimane imperterrita.
La descrizione perfetta del disco è la lettura retorica della domanda di Ian Gillan tra la terza e la quarta traccia: “Can we have everything louder than everything else?”. Made in Japan dei Deep Purple è senza il minimo dubbio il disco dal vivo più bello mai uscito nella storia non solo dell’hard e del metal, ma più in generale dell’intero rock, inutile negarlo. Se vi definite amanti del rock, ma anche solo del metal classico, questo disco non vi può assolutamente mancare.
Voto: 100/100
Il quattro dicembre 1972 usciva quest’album immortale; questa recensione, a praticamente quarant’anni da quel giorno, vuole essere un piccolo tributo ad esso.
Mattia
Tracklist:
  1. Highway Star – 06:42
  2. Child in Time – 12:18
  3. Smoke on the Water – 07:37
  4. The Mule – 09:28
  5. Strange Kind of Woman – 09:52
  6. Lazy – 10:27
  7. Space Truckin’ – 19:53
Durata totale: 01:16:17
Lineup:
  • Ian Gillan – voce
  • Ritchie Blackmore – chitarra
  • Jon Lord – organo
  • Roger Glover – basso
  • Ian Paice – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: hard rock classico

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