Death Angel – The Art of Dying (2004)

La Bay Area, a San Francisco, è uno dei luoghi più emblematici nel mondo metal: ivi è infatti nato indiscutibilmente il sound thrash, tant’è che ad oggi il termine “bay area thrash metal” spesso viene utilizzato per indicare l’intera scena classica americana e gruppi formatisi anche molto lontano dalla città californiana. Insieme a tre tra i più grandi nomi del genere, vale a dire Metallica, Exodus e Testament, Frisco ha dato alla luce anche a tutta una serie di comprimari, i quali se non ebbero mai il grandissimo successo dei gruppi appena citati, scrissero in ogni caso una pagina importante della storia di questa corrente musicale. Nel mare magno di quella scena, uno dei gruppi di seconda fascia più importanti furono senza dubbio i Death Angel, act formato inizialmente da cinque cugini di origine filippina, fautori di tre importantissimi dischi tra il 1987 e il 1990, in cui il gruppo si impegnava in un thrash potente ma anche elegante e piuttosto tecnico, pur mantenendo molta più aderenza alla forma classica rispetto a concittadini quali Blind Illusion e Mordred. Negli anni novanta, però, il ciclone alternative/grunge annientò la scena, e l’ensemble fu tra i primissimi a venirne travolto: giusto nel 1991, perso il cantante Mark Osegueda, la band cambiò il proprio monicker in The Organization, ammorbidendo di molto il sound. Dei Death Angel non si sentì così più parlare fino ai 2001, quando venne annunciata la reunion dei membri originali (ad eccezione del chitarrista Gus Pepa, sostituito dal samoano Ted Aguilar). L’unico obiettivo di ciò era partecipare al progetto di beneficenza “Thrash of The Titans” dell’agosto di quell’anno per finanziare le cure per i tumori di Chuck Shuldiner e Chuck Billy, ma visti i riscontri di pubblico estremamente positivi, in seguitò a quel concerto venne deciso di continuare e di render definitiva la riunione. Tre anni dopo, ed a quattordici anni dall’ultimo Act III, usciva così The Art of Dying, il tanto atteso comeback discografico del gruppo.
Dopo un intro acustico, che ricorda quasi quelli dei migliori anni dei Metallica,  un brano thrash dal sound in qualche modo modernista ma che non risulta affatto freddo come alcuni prodotti usciti negli ultimi anni, rievocando al contrario molto bene lo spirito degli eighties, col suo mix letale di scanzonatezza e aggressività; per il resto, Thrown to the Wolf è un bel pezzo, mai noioso nonostante i ben sette minuti e mezzo di durata, che ha i suoi punti di forza, oltre che nel mood, nelle trame strumentali, specie per quanto riguarda l’assolo. 5 Steps of Freedom, subito poi, è un perfetto esempio del genere proposto nel presente disco: il thrash della band vede allora l’ingresso di forti contaminazioni da parte di quell’heavy metal un po’ malinconico e particolare a cui molti gruppi thrash si erano convertiti nei nineties; apprezzando quella corrente, al contrario della maggioranza dei metal fan, personalmente trovo questo brano molto ben riuscito, ai confini dell’eccellenza. La seguente Thicker Than Blood è una speed song che ricorda a tratti i Motorhead e a tratti il primissimo thrash, il cui difetto è però di essere suonata in maniera poco incisiva, con sonorità quasi hard rock, le quali se nel mid tempo centrale risultano azzeccate, nelle parti più speed stridono un po’ con il resto; ad ogni modo, traccia è discreta, ma non di più. The Devil Incarnate, che segue, si rivela una canzone molto peculiare, con un riff stranissimo, intimista e pressoché diffuso, che riesce a creare un atmosfera difficile a descriversi, quasi malata e decisamente oscura, ma anche accogliente in qualche modo, col tutto ad amplificarsi ancor di più nel ritornello. Il brano prosegue quindi lento ed emozionante per alcuni minuti; poi, quando tutto sembra finito parte una parte più rapida e decisamente thrash-oriented, la quale arricchisce ancor di più la song in questione, capolavoro assoluto del platter nonostante la sua disomogeneità con ciò che la circonda, nonché un masterpiece degno di competere, se non per suoni per bontà, con i pezzi migliori degli eighties della band in questione. Arriva quindi Famine, canzone spostata verso l’heavy moderno, con un’atmosfera oscura divisa tra parti di basso crepuscolari e porzioni più pesanti. A parte il (peraltro brevissimo) rapido finale, però, il brano ha poco di notabile, ed è di certo l’episodio filler del disco.
Prophecy, pur non riuscendo ad andare olre un certo livello di bontà, è però più piacevole di ciò che l’ha preceduta, perdendo leggermente nelle strofe ma rifacendosi nel bel refrain e negli ottimi intrecci musicali. Arriva poi No, nuovamente una traccia insolita, in cui convivono un’attitudine prettamente metallica e riff di chiara influenza punk; il risultato è un brano dal feeling divertentissimo e liberatorio, quasi festaiolo, che contribuisce a renderla tra le migliori canzoni qui, in virtù anche di un songwriting competente e fresco. La successiva Spirit è un pezzo che definirei praticamente thrash, anche se a conti fatti è pieno di melodicità e di un’atmosfera malinconica e profonda notevolmente intensa e toccante, palpabilmente suonata col cuore (ed anche molto adatta al testo, molto intimista e apparentemente dedicato ad una persona amata scomparsa), che la traducono ancor in uno degli episodi più validi dell’intero lotto. Bella pure la parte centrale, ancor più lenta e carica di pathos e con un assolo decisamente da incorniciare. In contrasto con essa, Land of Blood, che segue, si rivela un altro brano dall’atmosfera quasi festosa, presentando pur tuttavia stavolta un accenno quasi nostalgico (caratteristica che ricorda, insieme persino ad alcune melodie, addirittura il power metal moderno, checché ne dicano i puristi), decisamente apprezzabile; per il resto, la canzone è ancora una volta di livello più che discreto e si lascia ascoltare con piacere. Il punto di forza della successiva Never Me è il rifferama iniziale, potentissimo e con vaghe reminiscenze addirittura groove metal, poi il brano si evolve in una maniera piuttosto bizzarra, con parti dalle chitarre praticamente psichedeliche che accompagnano la dominante sezione ritmica, ad alternarsi ad altre molto incisive e potenti, in occasione del bridge e del ritornello, il che la rende una traccia di ottima caratura. Il gran finale consta di una semi-ballad, ancor di ottima qualità, Word to the Wise, la quale non sarà della caratura di Veil of Deception ma sa comunque il fatto suo, essendo molto ricercata sia nelle parti acustiche che in quelle distorte, le quali riescono a conferirle una gran potenza ed un carico immenso di sentimento; bello anche il testo, molto speranzoso e spronante alla realizzazione di un mondo migliore, che contribuisce a concludere il disco in maniera più che buona.
Il prodotto in questione non è certo un masterpiece, a causa di molti suoi momenti anche buoni ma non di più; tuttavia, in virtù di una manciata di canzoni eccelse, il disco è comunque assolutamente degno di essere ascoltato e posseduto. Ovvio, se volete un’intera collezione di soli capolavori assoluti, allora c’è molto di meglio di quest’album in circolazione: ma se apprezzate anche le uscite solo oneste, esso vi saprà certo regalare ore ed ore di divertimento!
Voto: 82/100
Mattia
Tracklist:
  1. Intro/Thrown to the Wolves – 07:26
  2. 5 Steps of Freedom – 04:45
  3. Thicker Than Blood – 03:43
  4. The Devil Incarnate – 06:05
  5. Famine – 04:30
  6. Prophecy – 05:09
  7. No – 03:23
  8. Spirit – 06:23
  9. Land of Blood – 03:37
  10. Never Me – 05:16
  11. Word to the Wise – 04:56
Durata totale: 55:13
Lineup:
  • Mark Osegueda – voce
  • Ted Aguilar – chitarra
  • Rob Cavestany – chitarra
  • Dennis Pepa – basso
  • Andy Galeon – batteria
Genere: heavy/thrash metal

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