Darkthrone – Transilvanian Hunger (1994)

Come si sa, l’ondata del black metal norvegese della prima metà degli novanta fu veramente devastante e travolgente, nel paese scandinavo praticamente non vi era altro che quel sound dannatamente oscuro e tenebroso, che tanto affascinava i metal fan, specie quelli d’età più giovane (la scena, infatti, era composta per la maggior parte di adolescenti). Mentre nella vicina Svezia, con act ad ogni modo importantissimi del genere, conviveva quindi una grande e rinomata scena death metal, in Norvegia le band di questa corrente musicale spesso lo abbandonavano volontariamente in favore appunto del metallo nero, guardando per giunta con spregio a quello stile musicale. Il caso più eclatante in questo senso è dato dai Darkthrone: fautori addirittura di un full lenght death nel 1991, Soulside Journey, che in buona parte riproponeva gli stilemi del primo sound swedish, si convertirono improvvisamente al black più ferale; e, accantonando le registrazioni per il loro secondo disco (che vedranno la luce, col titolo Goatlord solo nel 1996), registrarono A Blaze in The Northern Sky, il quale, seppur presenti ancora sparute influenze death, insieme a Diabolical Fullmoon Mysticisme a Burzum rappresenta uno dei primissimi full-lenght del norwegian black metal, nonché un pilastro dell’intero genere. Due anni e un disco dopo, quindi, usciva il disco oggetto della recensione, Transilvanian Hunger, nel quale Nocturno Culto e Fenriz, ormai rimasti senza altri musicisti (in una formazione che si manterrà inalterata fino ai nostri giorni), manifestavano quanto ormai fossero inseriti totalmente immersi nell’ambiente black non solo musicalmente ma anche nella sua cultura, con tutti i suoi estremismi : celebre è infatti la scritta Norsk Arisk Black Metal (Black Metal Ariano Norvegese) impressa sul retro delle prime versioni dell’album (poi sostituita dal più accettabile True Norwegian Black Metal), seppur con fare provocatorio più che sinceramente razzista; altro elemento su questa linea furono i testi delle ultime quattro canzoni dell’album, scritti da Varg Vikernes, che in quel momento si trovava già in carcere per omicidio, e la cui inclusione può esser vista quindi come un tentativo di apparire ancor più “politicamente scorretti”. Anche nella musica stessa, però, erano presenti elementi di particolarità: tolto ogni fronzolo e ogni trama strumentale complessa presenta nei dischi precedenti, ed assunta una produzione ancor peggiore, nemmeno degna di un demo, il disco si rivela semplicissimo e rozzo (il che, come si vedrà, è anche ciò che mi fa apprezzare quest’album meno di quanto poteva essere altrimenti).
Si comincia con uno tra i riff black metal più famosi in assoluto, quello di Transilvanian Hunger, il quale prosegue imperterrito alternandosi con gli altri di rado e presenta un gran carico di oscurità impenetrabile, ciò che di più è caratteristico ed apprezzabile nel genere. Per il resto, lo stile è quello che anche il resto del disco presenterà: blast beat praticamente fisso e con pochissimi mutamenti, quasi come in loop, con gli altri strumenti impegnati in riff circolari, senza molte variazioni, ma con un bel carico di atmosfere notturne ed oscure, che rendono il pezzo in ogni caso interessante. Il discorso del brano precedente non si sposta di una virgola con la breve Over Fjell Og Gjennom Torner (oltre le montagne e attraverso i rovi), che ha dalla sua un riff tempestoso, classicamente “a zanzara”, e si rivela piuttosto buono nonostante la brevissima durata. Per quanto si possa parlare di “brano tra i migliori” in un disco tanto uguale a se stesso nei contenuti che le canzoni sono difficili da distinguere le une dalle altre, la seguente Skald Av Satans Sol (scaldi (intesi come i menestrelli nordici) del sole di Satana) merita quest’etichetta, poiché appunto riesce a spiccare sul resto, essendo dotata di un riff particolare (ed anche buono, per giunta), e di una struttura più mutevole che altrove, con momenti addirittura evocativi. In Slottet I Det Fjerne (il castello in lontananza), l’oscurità e anche alcuni dei riff, semplici e totalmente darkthroniani ma comunque più incisivi degli altri,  migliorano molto l’insieme del pezzo, per un’altra traccia ancora piuttosto buona, non al livello dell’eccellenza però in virtù di alcuni momenti stanchi e che cominciano a sapere ormai troppo di già sentito.  
Graven Tåkeheimens Saler (le tombe nelle sale nebbiose) si rivela un altro brano che si differenzia dal resto, avendo addirittura cambi di ritmo e una certa variabilità, che la rendono, insieme all’onnipresente atmosfera notturna, e qui anche parecchio cupa, al limite della tristezza, un ottimo pezzo. La successivaI En Hall Med Flesk Og Mjød (in una sala con carne ed idromele) consta di un riff apprezzabilissimo, veramente ferale e taglientissimo com’è; e qui, come nella precedente, anche la struttura è ben congegnata, creando una traccia dotata di dinamicità oltre che di atmosfera, il che le consente di essere tra i migliori episodi del disco, nonostante la solita ripetitività. Il secondo ed ultimo brano in inglese, As Flittermice as Satan’s Spys, è anche il peggiore dell’intero lotto: è troppa la sensazione di già sentito qui, e il riff stavolta, pur non essendo inascoltabile non è minimamente paragonabile ai più efficaci del black, e non riesce a non venire, dopo un po’, a noia (anche per colpa della struttura troppo lineare, e soprattutto dell’eccessiva lunghezza, quasi sei minuti); una canzone, quindi, sicuramente non orribile, ma non più che sufficiente. Un’atmosfera cupa e disperata, affine eppur leggermente diversa da quelle tipiche del disco, che rievoca in mente un paesaggio nordico di notte, con un vento gelido a soffiare su un deserto di ghiaccio, rendono la conclusiva En Ås I Dype Skogen (un Aesir nel profondo bosco) uno delle migliori tracce qui insieme a I En Hall Med Flesk Og Mjod e Skalds Av Satans Sol, nonché un gran bel pezzo del black metal più raw,che chiude quest’album in una maniera comunque azzeccata.
Nonostante sia un disco apprezzabile, devo dire che Transilvanian Hunger non può fregiarsi del titolo di capolavoro, in virtù della ripetitività troppo grande che possiede; e se l’oscurità così possente che trasuda da queste tracce risolleva, e di moltissimo, le sorti dell’album (che è comunque ai limiti dell’ottimo, mentre senza di esse sarebbe stato solo pura noia), comunque per me anch’essa poteva essere congegnata meglio, dando all’album una produzione non dico buona ma almeno efficace e da brividi come in altri dischi del genere che, pur lineari, almeno personalmente, trovo tra i più grandi masterpiece della storia del black (vedi Filosofem di Burzum per esempio, ma anche il precedente Under a Funeral Moon). Insomma, questo è un album molto particolare: se siete amanti sfegatati del genere, forse troverete il disco più che di gradimento, altrimenti potrebbe anche annoiarvi; ma soprattutto, qui dipende da una questione di gusti più che in ogni altro caso, io credo. 
Voto: 82/100
Mattia
Tracklist:
  1. Transilvanian Hunger – 06:10
  2. Over Fjell Og Gjennom Torner – 02:29
  3. Skald Av Satans Sol – 04:29
  4. Slottet I Det Fjerne – 04:45
  5. Graven Tåkeheimens Saler – 04:59
  6. I En Hall Med Flesk Og Mjød – 05:13
  7. As Flittermice as Satans Spys – 05:56
  8. En Ås I Dype Skogen – 05:03
Durata totale: 39:04
Lineup:
  • Nocturno Culto – voce
  • Fenriz – tutti gli strumenti
Genere: black metal

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