Gunfire – Thunder of War (2004)

C’è poco da discutere, i Gunfire sono una vera e propria leggenda: l’act anconetano è infatti stato il primo in assoluto a suonare heavy metal classico nella nostra regione, ed hanno vissuto i magici eighties, l’epoca in assoluto migliore per il nostro genere e che molti metallari più giovani (me compreso) rimpiangono di non aver avuto la possibilità di vivere. Comunque sia, il gruppo in questione si forma nel 1981, e tre anni dopo pubblica quello che rimarrà a lungo il proprio unico prodotto ufficiale, un EP omonimo nel formato “quattro tracce” tipico di quel periodo. Nonostante il valore indiscusso di quel parto discografico, i sogni si infransero, come spesso succedeva in quegli anni a troppe band pur ottime, e così due anni dopo l’ensemble si sciolse, facendo scendere sul nome Gunfire l’oblio. Nel 2001, tuttavia tre dei quattro musicisti dell’EP decisero di tornare insieme rispolverando il vecchio monicker; e dopo un demo che attirò l’attenzione dell’etichetta tedesca Battle Cry Records, nel 2004, a vent’anni dalla prima incisione ufficiale, l’ensemble pubblicò il tanto atteso proprio primo full-lenght, Thunder of War. Il risultato è un ottimo album, suonato con passione e con la carica di chi vive di traditional metal da una vita, anche se, bisogna dirlo, esso presenta un difetto, a mio avviso: la produzione del suono, difatti, pur non certo raffazzonata, a volte risulta troppo contenuta e poco esplosiva, e sembra quasi indecisa tra sonorità moderne e vintage sound: se ciò in fin dei conti non è poi così grave, non rendendo certo il disco orribile (anzi, in alcuni momenti funziona anche molto bene), è però qualcosa che almeno un poco lo penalizza.
Una breve introduzione di batteria e poi si parte con la opener The King’s Amulet, un ottimo brano di heavy classico all’italiana, con in più una componente speed non indifferente, caratteristica che da sempre ha caratterizzato il suono dell’act anconetano. A mettersi in mostra sin da subito qui sono i chitarristi Fabio “Lord Blackcat” Allegretto e Luca Calò, protagonisti di ottimi riff (bello anche l’assolo), ma anche il compattissimo drummer Marco Bianchella, dotato di un ottimo groove. Dopo un corto preludio di chitarre dal titolo A Vision in Starlight, arriva quindi il turno di Deceiver, cavallo di battaglia della band grazie alla sua dinamicità e al refrain, semplice ma che si stampa molto facilmente in testa; per il resto il brano è potente al punto giusto ma anche melodico, complici dei fraseggi al limite del power che tra l’altro lo rendono anche più interessante; altro punto di forza, oltre al solo, è poi la prestazione di Roberto “Drake” Borrelli, che pur non essendo il classico screamer da traditional heavy metal si lascia comunque apprezzare parecchio, visto la sua voce molto espressiva. E’ adesso la volta di due canzoni in serie presenti anche nell’EP: la prima, Gunfire, è stata nel tempo modificata e risulta perciò abbastanza diversa rispetto all’originale, rivelandosi un mid-tempo molto più contenuto rispetto all’esplosiva song speed del passato, alla cui carica sopperisce con il sentimento: pur preferendo sicuramente la versione originale (come si vedrà poi), secondo me questa non è certo brutta, avendo comunque dei momenti più che ottimi (su tutti, il bel ritornello). Thunder of War, seconda e ultima delle tracce riregistrate nonché title-track, si rivela invece, in contrasto con ciò che l’ha preceduta, molto fedele all’originale (anche se forse è più veloce, seppur non di molto), ma il risultato non cambia: rivisitazione da urlo per un anthem heavy metal classico di vecchio stampo e di grande qualità, che è un piacere immenso ascoltare e fila via liscio e veloce. La successiva The Fight for the Truth è al contrario un episodio piuttosto lento e quasi oscuro, dominato per lunghi tratti dal crepuscolare basso di Maurizio “Lyon” Lione; pur rivelandosi l’anello debole dell’intero disco, a mio avviso, per colpa di melodie spesso poco incisive, il brano risulta lo stesso sufficiente, presentando lo stesso alcune buone idee che certo ne risollevano le sorti.
L’idea di accostare due pezzi lenti e melodici non è usuale, ed a ragione: si rischia spesso di arrivare a stancare, con il secondo. Tuttavia, i Gunfire a questo punto compiono questa scelta, e la trovata, a dire il vero, non è affatto sbagliata, perché I Shall Return, una semi ballata molto melodica, sicuramente non è una song noiosa, tutto il contrario, risultando infatti piena di pathos e di belle e sentite armonie, complice anche un Drake dal cantato particolarmente intenso, che ci consegna un brano sicuramente tra quelli topici dell’album. Con Sailing Through the Gates of the World si ritorna all’ heavy metal propriamente detto, insieme a tutti i crismi del genere, quali un ritornello che non ci si toglie più dalla testa, un rifferama incisivo ed energico e la tensione quasi epica che ne contraddistingue l’atmosfera, ma che qui non diventano mai cliché né risultano già abusati, rendendola anzi decisamente tra i brani migliori del platter, oltre che vintage in una maniera meravigliosa per chi come me è appassionato di queste sonorità. Com’essa, anche la seguente Livin’ in Sin pare uscita dritta dagli anni ’80, e le trame strumentali di chiara ispirazione di quel periodo bastano per renderla valida; bella è tuttavia anche la parte centrale, con un assolo di organo hammond che ci porta col pensiero pure una decade più indietro, e bella anche la lunga coda finale, in qualche modo oscura e molto heavy. Arriva poi Heavens of Mars, una traccia non velocissima ma ugualmente dinamica, dal buon riffage dal retrogusto quasi heavy tedesco (impressione confermata anche dal ritornello anthemico) e con un assolo ancora una volta molto bello; nel complesso, un brano che, seppur forse leggermente sotto la media del resto, è in ogni caso un piacere ascoltare. In dirittura d’arrivo, giunge Twilight for the Gods, un lungo episodio finale che si segnala subito per la forte evocatività del suo incedere quasi epico, specie nel potente ritornello, di quelli da cantare a squarciagola coi pugni levati verso il cielo; è poi fantastica la parte centrale, intensissima, e meraviglioso si rivela anche ciò che segue, una frazione soffusa ed oscura che poi cresce sempre più in energia, fino all’apoteosi totale, con quel feeling di libertà e di potenza che solo l’heavy classico può dare. Dopo i suoi quasi otto minuti di grande godimento, questo pezzo infine si conclude, dando un finale col botto a questo album.
Se il disco ufficiale termina qui, successivamente come contenuto bonus è presente l’intero EP Gunfire dell’84, il quale presenta tutte le caratteristiche del metal anni ’80 italiano: suoni poco accurati (anche se il disco in questione suona comunque meglio di tante produzioni coeve) ma comunque moltissima passione giovanile, che qui è palpabile e genera un prodotto validissimo e fresco anche a quasi trent’anni di distanza. Si comincia con Hard Steel, un pezzo speed metal classico da urlo, forte di riff memorabili e soprattutto di un ritornello potentissimo, di quelli che più anthemici non si può, quasi aggressivo ma che esprime soprattutto la libertà e l’amore per la vita che è la vera grande bellezza dell’heavy metal tradizionale.  Arriva poi Thunder of War: come già detto, essa è simile alla versione contenuta nella registrazione del 2004, anche se risulta più compatta e meno “on-speed”(ma sinceramente non saprei quale scegliere come bontà, tra le due). Di Gunfire, invece, mi piace certo di più la versione ottantiana, la quale secondo me è un pezzo clamoroso, veloce e con un riff quasi malvagio, che genera un atmosfera oscura, pressoché un preludio addirittura al connubio tra riff quadrati e atmosfere blasfeme che faranno la fortuna di Grave Digger e dei primi Running Wild, tra l’altro, gruppi usciti entrambi col primo full lenght pochi mesi dopo (il che mi fa domandare il motivo per cui, due anni dopo, il gruppo abbia dovuto sciogliersi, invece di conseguire un meritato successo come le band citate, avendo nel carnet una canzone da puro godimento metallico come questa). La conclusiva Wings of Death è infine un mid tempo oscuro ma ancora una volta ottimo, complici i begli assoli ed il riffage circolare, il quale genera un’atmosfera piuttosto cupa, quasi orrorifica, che ben si sposa con le vocals pressoché angosciose di Drake (che, tra l’altro, in questa vecchia registrazione ha una voce meno tecnica e più somigliante, per certi versi, a quella di Biff Byford dei Saxon). Nel complesso, finale azzeccatissimo, sia per l’EP che per l’intero album.
Purtroppo, per colpa della già sottolineata produzione, il disco riesce arriva a poca distanza dal livello “capolavoro”, senza riuscire toccarlo: peccato, visto che a parte essa le idee sono presenti e la passione pure, e non in scarsa quantità. Nonostante ciò, però, il disco risulta comunque validissimo e molto bello, e perciò certamente non da trascurare: se anzi vi piace l’heavy metal tradizionale, in particolare quello italiano, questo è un prodotto che assolutamente non potete non avere. It’s only classic heavy metal… but I like it!
Voto:  87/100

Mattia

Tracklist:
  1. The King’s Amulet – 04:48
  2. A Vision in Starlight – 01:02
  3. Deceiver – 05:12
  4. Gunfire – 04:35
  5. Thunder of War – 03:40
  6. The Fight for the Truth – 05:07
  7. I Shall Return – 06:11
  8. Sailing Through the Gates of the World – 04:35
  9. Livin’ in Sin – 05:56
  10. Heavens of Mars – 03:46
  11. Twilight for the Gods – 07:45
  12. Hard Steel (EP version) – 05:14
  13. Thunder of War (EP version) – 03:40
  14. Gunfire (EP version) – 03:54
  15. Wings o Death (EP version) – 05:19
Durata totale: 01:10:44
Lineup:
  • Roberto “Drake” Borrelli – voce
  • Luca Calò – chitarre (tracce 1-11)
  • Fabio “Lord Blackcat” Allegretto – chitarre
  • Maury Lyon – basso
  • Marco Bianchella – batteria (tracce 1-11)
  • Roberto Fanelli – batteria (tracce 12-15)
Genere: heavy metal
Sottogenere: heavy metal classico, speed metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento