Zombie Scars – Revenant (2012)

Originalità ed innovatività, seppur siano spesso viste come la medesima qualità, in realtà sono due concetti tra loro separati, in maniera sottile ma importante: un gruppo innovativo, difatti, anche muovendosi all’interno di un determinato stile, vi porta qualcosa di decisamente nuovo, mentre uno originale, pur non creando alcuno sconvolgimento, riesce lo stesso ad affermarsi suonando il proprio genere in maniera almeno personale. Come è ovvio, di band appartenenti alla prima categoria non ne sono esistite poi molte, ma della altre è pieno il mondo; eppure, negli ultimi tempi, vi è anche chi preferisce seguire le orme di altri che cercare un proprio sentiero particolare, e ne risulta così una serie di act tutti simili tra loro, per quanto alcuni tra essi siano lo stesso validi. Eppure, di gruppi originali ancora se ne trovano: è il caso degli Zombie Scars, gruppo di Cortona (in provincia di Arezzo) che pur senza stravolgere il genere a cui appartiene in maniera radicale, e nonostante la propria giovinezza (è nata giusto nel 2011 ed ha all’attivo un solo demo prima del presente esordio, Revenant), ha trovato lo stesso una propria via personale. Lo stile della band, che si autodescrive come thrash, è in realtà più sul groove metal, ovvio debitore di Pantera e Machine Head e con tutte le caratteristiche del genere, ma che presenta moltissimi spunti melodici e parti che pur essendo veloci risultano più cariche che aggressive (non a caso la band cita anche i Motörhead tra le proprie principali influenze), nel complesso, una rilettura abbastanza personale di un genere che suona normalmente abbastanza diverso dalla loro proposta. Il risultato è un album appunto che non innova nulla, ma lo stesso piuttosto originale, che probabilmente scontenterà alcuni (essendo forse troppo poco duro per gli amanti duri e puri del groove e troppo pesante per i patiti del melodic metal), ma che probabilmente non farà storcere il naso a fan meno schizzinosi e più open minded.
Si comincia con l’assalto frontale di Blessed Are the Devils, che illustra a pieno la duplice anima della band: da una parte i possenti riff groove, supportarti da ritmiche a tratti rapidissime, e dall’altra la vena melodica, che si esplica in molti fraseggi, alcuni dei quali con un retrogusto addirittura heavy metal classico, ma soprattutto nel bel ritornello, scanzonato e molto catchy. Degne di nota le prestazioni del cantante David Riganelli, praticamente identico a Tom Araya nelle parti più gridate ma che dimostra ben più versatilità del frontman degli Slayer variando molto la propria proposta, e del validissimo batterista Marco Milloni, molto preciso, groovy e compatto, che rendono questa opener più che buona. Un potente e cupo riff, molto coinvolgente, introduce Shiversper poi ripetersi spesso lungo tutto l’arco di questa song dall’incedere roccioso e possente, ma che lascia anche spazio in qualche modo all’atmosfera; per il resto, abbiamo un brano dalla struttura semplice ma allo stesso modo assolutamente godibile. Impossibile non citare il chitarrista Francesco Riganelli, bravo nei soli ma soprattutto eccezionale in tutto il disco come macchina da riff, un vero schiacciasassi (complimento che si estende anche al bassista Daniele Petri, decisamente competente nel sostenerlo). La title-track Revenant, che arriva subito dopo, è un mid tempo che potrebbe essere l’ideale bandiera della band, dividendosi infatti tra parti quadrate e molto pesanti, in cui si innestano anche frazioni più rabbiose e veloci, ed il breakdown del ritornello, molto melodico e a tratti persino rallentato, in cui la band riesce a trasmettere un pathos assolutamente inusuale nel genere nonché decisamente convincente, essendo certo lontano da quelli (per me abbastanza artefatti) tipici del metalcore. Nel complesso, un pezzo capolavoro, probabilmente il migliore del disco. Dopo un intro crepuscolare, che fa quasi presagire una ballad, arriva invece Backyard Graveyard, rapida e potentissima, che si mantiene così per quasi tutta la propria durata. Punto di forza è il riffage, e seppur in quest’album ve ne siano di migliori, grazie a ciò esso non risulta affatto un episodio filler, ma anzi più che buono. La successiva Bleeding Black si rivela un’altra traccia piuttosto veloce, dal riffage molto energico ed efficace, un equilibrio perfetto tra aggressività e musicalità; validi anche i meno rapidi ritornelli, più composti e melodici, e degna di menzione è pure la lenta parte centrale, che contribuisce ad un altro pezzo ottimo.
E’ adesso il turno del lento, e 1987 sarebbe buona ma abbastanza scontata, se non fosse per le chitarre qui presenti, distorte ed effettate invece che pulite come è normale per le ballad, il che è qualcosa di abbastanza insolito, e rende la semi ballad in questione in ogni caso interessante, oltre a scacciar via ogni sensazione di già sentito. Si torna al metal con High Tide, pezzo a due facce che si divide tra parti crepuscolari e molto oscure, le quali non è sbagliato definire addirittura quasi doom, sostenute alla perfezione dalla voce di Riganelli, a tratti quasi orrorifica, e momenti invece dei più aggressivi, con tratti addirittura slayeriani, dalla sezione ritmica esasperata in velocità; nel complesso, grandissimo brano, probabilmente il top del disco insieme alla title-track. La seguente On the Day of the Deads è un episodio quadrato e non eccessivamente rapido, in cui si punta più sull’impatto che sulla velocità fine a se stessa, ed il risultato è una song meno cupa, potente ma in qualche modo quasi scanzonata, nonché ancora una volta di buona fattura. In The Riddle, che arriva poi, abbiamo nuovamente un connubio riuscito tra groove metal e melodia, la quale qui si esplica nel bell’intro, quasi rock, e nei bridge, disimpegnato e quasi allegro, mentre il resto è molto più groove-oriented e più cupo, per quanto non arrivi certo a vette estreme di oscurità o di malvagità (il che probabilmente sarebbe stato in un disco come questo assolutamente fuori luogo). Bella anche la parte finale, costruita su una riuscitissima associazione di riff possenti e veloci assoli. Spirits, title-track del demo del 2011, è riproposta anche qui, rivelandosi un brano dai riff in alcuni casi anche energici ed incisivi, ma che presenta sempre un certo fondo di intensità sentimentale, il quale riesce a palesarsi ancor più nei refrain, in un connubio di emotività per nulla stucchevole, e potenza puramente metal, che la fanno essere un masterpiece assoluto, sicuramente tra il meglio che il platter abbia da offrire. Siamo in dirittura d’arrivo: la band decide di chiudere i giochi con Dead Eyes, traccia che ha dalla sua un riffage ottimo, un buon assolo ed un ritornello che entra subito in testa. Seppur forse alla fine dei conti risulti l’elemento meno incisivo della tracklist, tuttavia questa canzone è in ogni caso piacevole, nonché degna come conclusione di un album del genere.
Qui abbiamo, insomma, un disco che riesce ad arrivare addirittura al livello di capolavoro, grazie alla propria qualità ma anche al proprio suonare mai banale o finto ma sempre energico e pieno di passione vera. Probabilmente il quartetto potrà fare anche di meglio, in futuro, ma per adesso va benissimo così: mi sento perciò di far loro i miei auguri, consigliando nel frattempo a tutti quelli che amano il groove e più in generale la parte più moderna del metal, di cercare ed acquistare quest’album: non ve ne pentirete!
Voto: 92/100
Mattia
Tracklist:
  1. Blessed Are the Devils – 03:53
  2. Shivers – 04:28
  3. Revenant – 04:02
  4. Backyard Graveyard – 03:57
  5. Bleeding Black – 04:21
  6. 1987 – 05:27
  7. High Tide – 03:06
  8. On the Day of the Deads – 03:12
  9. The Riddle – 03:40
  10. Spirits – 04:09
  11. Dead Eyes – 03:40
Durata totale: 43:55
Lineup:
  • David Riganelli – voce
  • Francesco Riganelli – chitarre
  • Daniele Petri – basso
  • Marco Milloni – batteria
Genere: groove metal
Sottogenere: melodic groove metal

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