Infernal Poetry – Nervous System Failure (2009)

Nelle mie recensioni, parlando dei gruppi della nostra regione, ho spesso fatto riferimento agli Infernal Poetry quale uno dei gruppi più importanti qui presenti, certo a ragione: la notorietà del gruppo anconetano non ha eguali nelle Marche (con la possibile unica eccezione dei The Dogma), e questa fama è per giunta sicuramente meritata. La band ha infatti saputo nel tempo crearsi una propria forte personalità, grazie ad un sound che non esiterei a definire innovativo, essendo certo technical death metal ma diversissimo da quello di numi tutelari del genere, visto che non punta tanto alla costruzione di strutture musicali o alla tecnica pura, quanto all’apparire più” fuori di testa” possibile (l’etichetta creata dalla band per descriversi, “schizo metal”, pare oltremodo azzeccata a tal proposito); qualcosa di inusitato ed estremamente originale, insomma. Ad ogni modo, dopo due dischi ben acclamati (Not Light but Rather Visible Darknessdel 2002 e Behold the Unpure del 2005), che avevano fruttato all’ensemble anche la partecipazione nel 2008 al Gods of Metal, nel 2009 era uscito Nervous System Failure, terza fatica discografica che li confermava come una delle realtà in assoluto più interessanti nell’intera scena metal italiana. Il lavoro in questione risulta infatti, oltre che validissimo, come vedremo tra poco, anche piuttosto peculiare, essendo tanto vario e pieno di particolari musicali che ad ogni ascolto si può scoprire qualcosa di nuovo, pure dopo averlo assorbito quasi totalmente. Ciò lo rende, inoltre, anche interpretabile in moltissime maniere diverse: quella che ne do io, è che sia un disco sì molto aggressivo e potente come il death deve essere, ma, in qualche strano modo, anche decisamente divertente da ascoltare. Prima di cominciare, una parola per l’artwork apribile, una bellissima quanto malata opera piena di particolari, veramente perfetta per un album di questo tipo.

“Attenzione. Questo non è un album metal ordinario. Se volete ascoltare un album metal ordinario, per favore inserite un album metal ordinario nel lettore e premete play. Altrimenti, aspettate giusto pochi secondi e rilassatevi… se ci riuscite”. E’ ciò che dice User Advisory, preludio solo parlato fedele al proprio titolo: sono appunto le avvertenze per l’ascoltatore, che introducono il platter in una maniera inusuale ma efficace. Post-split Anathemas, il primo brano vero e proprio, è un mid tempo cadenzato ma decisamente furibondo, nonché dal mood di già totalmente folle, che riesce già da subito a far immedesimare l’ascoltatore nella mente contorta che l’ha partorito, tra piccoli assoli di chitarra, fraseggi di basso e campionamenti che spuntano qua e là, rivelandosi una opener più che buona; bello anche il testo, che parla di una separazione in maniera rabbiosa, il che porta al discorso delle liriche: differenti da quelle tipici del death, risultano spesso molto aggressive, ma in qualche modo anche ironiche. La successiva Forbidden Apples si rivela essere più veloce e totalmente squilibrata, sensazione però sicuramente non casuale ma studiata in maniera chirurgica, inserendo accelerazioni in blast beat che vengono fuori come dal nulla, parti che più bislacche non si potrebbe e tanto altro ancora; oltre alla pazzia però c’è anche tanta pesantezza metallica, una dinamicità che la rende comunque intrattenente al massimo ed una struttura mutevole ma che non sembra esserlo tanto è ben congegnata, risultando compatta e coerente. Arriva poi Brain Pop-ups, canzone veramente ardua a descriversi, tanto è intenso e possente il feeling di malattia mentale che riesce a creare; tuttavia, si può comunque dire è che, complice un ritornello potentissimo, che nonostante tutto si canta (o meglio si urla) che è un piacere, una sezione centrale ottima, ma soprattutto una struttura dinamicissima e che si evolve in continuazione, peraltro senza presentare un solo momento morto, questa è tra le tracce che spiccano di più per qualità. E’ il turno ora di They Dance in Circles, episodio immensamente energico ed aggressivo, che ha dalla sua un riff principale circolare, il quale riesce ad evocare proprio l’idea del deleterio girotondo evocato dal testo, ed in aggiunta tutta una serie di fraseggi vincenti, alternati ai soliti momenti singolari ed ai soliti campionamenti, che la rendono un altro dei capolavori assoluti del disco. Dopo un uno-due da K.O. come quello appena descritto, arriva The Heater, the Wall, the Hitter, una breve traccia strumentale in cui convive un’anima ambient, momenti noise, e melodie di chitarra molto particolare ma un gran bel interludio. Si ritorna al death metal quindi con The Next is Mine, la quale nonostante un ospite di lusso come Trevor dei Sadist, si dimostra probabilmente la canzone meno valida dell’intero album, essendo peraltro quella più vicina alla normalità del comune death metal; tuttavia, grazie ad un buon lavoro chitarristico ed alla sezione centrale che è in pratica una specie di tango elettrico, il pezzo è comunque ottimo, di certo per nulla un episodio filler.
Back to Monkey si rivela probabilmente il capolavoro assoluto dell’album, risaltando anche in una tracklist di tal caratura. Che dire: un cantato da parte di Paolo Ojetti a tratti urlatissimo e violento come pochi, una struttura oltremodo variabile, la quale riesce ad emozionare ad ogni singolo passaggio, un feeling inenarrabile (ed anche un testo ironico sul voler tornare indietro nell’evoluzione biologica);  l’unica mancanza, qui, è la sensazione di già sentito, ma sicuramente non è un difetto! Episodio perfetto, insomma, che per me dovrebbe stare nell’olimpo dei migliori pezzi technical death metal di sempre. La Macchina del Trapasso, che arriva poi, è un interludio corto ed estremamente angosciante, in cui si sente solo un rantolo come d’ansia che poi si spegne, accompagnato dalla chitarra (che imita il suono della macchina dell’elettrocardiogramma, prima attivo e poi piatto) e dalla batteria (il battito del cuore, che accelera quasi fosse in preda al panico per poi cessare del tutto). E’ il turno ora di Pathological Acts at 37 Degrees, nuovo mid tempo piuttosto particolare, che ha dalla sua frazioni a tratti striscianti che però esplodono in occasione dei ritornelli, ed un’atmosfera ossessiva da brividi, che unito comunque ad un rifferama fresco e decisamente incisivo, danno vita all’ennesimo pezzo ottimo. La velocità si alza di molto per Drive-gig Drive-gig, l’ideale singolo (anche se non è mai uscito in versione 7’’, di esso è comunque stato girato un videoclip) nonché manifesto del sound del platter. Qui è validissima la costruzione, comunque sia, che tra parti schizzate ed il più lento finale riesce a risultare possente e convincentissimo; bello anche il testo, che racconta la realtà di una band costretta a correre tra una location di concerto all’altra (fantastico, a tal proposito, il finto sound-check al centro della song!). La seguente Wizard Touch Pt. 3, terza strumentale del disco, riecheggia dei brani dallo stesso titolo contenuti nel full lenght d’esordio; nei fatti è un brano d’assoli di chitarra tanto semplice quanto piacevole, essendo in qualche modo anche quasi rilassante, almeno nei confronti del resto del disco. Se in altri generi è la norma, il lungo episodio finale nel death metal è una vera e propria rarità rarità, ma gli Infernal Poetry rischiano anche questo con la title-track, peraltro non certo in maniera convenzionale: non è infatti questo un pezzo originale, bensì un collage di parti dai brani della tracklist precedente (più un intermezzo fusion, che ancora una volta ci fa capire la peculiarità della band), ma mescolati in una maniera talmente ben studiata che alla fine il pezzo riesce a risultare lo stesso molto efficace e a non annoiare affatto. Dopo poco più di tre minuti e mezzo il brano si spegne, ma arriva poi una lunga coda fatta solo di voci e di effetti quasi cacofonici, che lascia il posto dopo un po’ all’unica voce computerizzata che ne ripete ossessivamente il titolo, a ribadire il concetto del “fallimento del sistema nervoso” ormai causato dal disco; nel suo complesso, una conclusione adattissima per uno dei dischi probabilmente più folli mai prodotti nella storia.
Il disco è finito, ma un dubbio permane: gli Infernal Poetry sono davvero da ricoverare in un manicomio, oppure sono semplicemente musicisti che puntano solo a divertirsi e a divertire noi ascoltatori? Se a questa domanda non trovo risposta (seppur io sia decisamente propenso per seconda opzione), ciò invece indubbio però è che questo disco è una vera bomba, un capolavoro assoluto del death metal tecnico (ed anche della malattia mentale!) che dovrebbe entrare negli annali, e che ogni fan del genere dovrebbe possedere. I miei più sentiti complimenti, quindi, al gruppo anconetano, nella speranza che il loro nuovo disco, Paraphiliac, sia qualitativamente assimilabile a questo!
Voto: 97/100

Mattia

Tracklist:

  1. User Advisory – 00:16
  2. Post-split Anathemas – 02:28
  3. Forbidden Apples – 02:10
  4. Brain Pop-ups – 04:25
  5. They Dance in Circles – 04:14
  6. The Heater, the Wall, the Hitter – 02:14
  7. The Next is Mine – 02:57
  8. Back to Monkey – 03:35
  9. La Macchina del Trapasso – 01:41
  10. Pathological Acts at 37 Degrees – 03:46
  11. Drive-gig Drive-gig – 03:22
  12. Wizard Touch pt. 3 – 02:18
  13. Nervous System Failure – 06:24
Durata totale: 39:50

Lineup:
  • Paolo Ojetti – voce
  • Daniele Galassi – chitarra
  • Christian Morbidoni – chitarra
  • Alessandro Infusini – basso
  • Alessandro Vagnoni – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: technical death metal/deathcore

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