Focus Indulgens – Hic Sunt Leones (2011)

Come si sa, il doom italiano è uno stile parecchio particolare: la sua commistione con il rock progressivo ed il grande fascino per il mondo dell’occulto lo hanno reso infatti differente dalla stragrande maggioranza delle incarnazioni del genere proveniente dall’estero. Molto spesso, tuttavia, la contaminazione progressive si ferma alle tastiere e ad alcune atmosfere di tale genere, senza uscire fuori dall’oscurità e alla potenza della via comune del genere (ma questa non è certo una critica, anzi io amo molto anche questo genere); solo in alcuni casi il prog viene equiparato come importanza al doom, ed è questo il caso dei toscani Focus Indulgens, gruppo in questione. La loro storia (o almeno ciò che leggenda narra) è piuttosto particolare: addirittura agli inizi degli anni ’90, due musicisti si unirono a formare un gruppo, dal nome appunto “Focus Indulgens”, che incise il demo The Pestilence of 1348 (1993);  poi però dell’ensemble si persero le tracce, finché a metà del duemila i figli di quei due musicisti, il batterista Edoardo Natalini ed il bassista (ed originariamente chitarrista) Carlo Castellani, decisero di rispolverare il vecchio monicker dei genitori, rifondando da zero il progetto. Tra il 2006 ed il 2009 la band pubblicò così tre demo, i quali valsero loro l’attenzione della piccola etichetta specializzata Doomymood Records: così, nel 2010, uscì l’esordio The Past, e l’anno successivo fu il turno del disco in oggetto, Hic Sunt Leones, in cui la band dimostra la chiara volontà di evolversi. Infatti, il doom più ortodosso (ma che già lasciava presagire per molti versi lo sviluppo successivo) del primo album qui viene accostato a forti influenze principalmente anni settanta, pur certo senza venir accantonato: il risultato è uno stile particolare, la cui base è più hard rock (ed in particolare heavy progressive, ossia hard rock progressivo) che doom, seppur come già detto la componente metallica non sia  assente, ed a tratti riemerga forte e chiara. Anche la produzione è funzionale a  ciò: è approssimativa e molto vintage, in maniera sicuramente voluta, e visto che il disco è quello che è, non risulta affatto sbagliata, ma anzi sicuramente fascinosa, oltre che molto adatta;. Il risultato è un disco particolare, ma che comunque come si vedrà non manca dal punto di vista dell’attrattiva, anzi.
La titletrack ed opener Hic Sunt Leones è un lunghissimo (quasi quattro minuti) intro che presenta il lavoro al meglio, essendo inizialmente soffuso, con il solo organo, ma poi crescendo pian piano d’intensità, esponendo anche passaggi che già hanno ben più di un retrogusto di atmosfere progressive, anticipando di fatto la norma nel disco. Il primo brano vero e proprio, dal titolo Il Re e la Quercia, conferma la premessa, potendo contare su un riffage oscillante tra l’hard rock più lisergico degli anni ’70 e frazioni doom anche di potenza più che discreta, cui subentrano pure, a tratti, sezioni quasi totalmente prog rock (con tanto di tastiere che rievocano i suoni tipici del genere); anche l’atmosfera risente di questo stile, aiutando a generare una opener indubbiamente molto buona. Degni di nota, inoltre, il bell’assolo del chitarrista Federico Rocchi ed il testo, che qui e pure nelle altre canzoni tende ad essere di ardua comprensione, come del resto da tradizione italica (e, a proposito, l’uso della nostra lingua rende bene, oltre ad essere lodevole come idea). La successiva Figlia di Cagna comincia come un lento intro pesante e molto doomy per poi trasformarsi un pezzo più hard rock-oriented e rapido (seppur non si perda mai una certa componente oscura), il cui punto di forza è, oltre al riff, validissimo e pieno di groove (così risultando anche grazie al lavoro bassistico di Castellani, davvero ottimo qui), una struttura mai banale e sempre interessante, che passa dall’energia di certe situazioni per momenti più soffusi, ed a volte pure molto intimisti, di alcune altre, fino al bellissimo ritornello che unisce queste due caratteristiche e si rivela intensissimo dal punto di vista emotivo nonché più che ottimo musicalmente; il risultato complessivo è un capolavoro assoluto, nonché l’episodio migliore del disco (insieme alla suite finale). L’inizio di Calendimaggio, che arriva poi, è veloce e pieno di energia rock, ma poi il brano cambia totalmente, attraversando parti più oscure, dominate da chitarre darkeggianti e soffuse, che ogni tanto esplodono in momenti più carichi e potenti, senza però perdere il proprio mood pressoché lugubre. Ciò confluisce, attraverso un intermezzo puramente progressivo, quindi nella parte centrale, che invece è più fedele al breve intro, essendo molto hard-oriented ed addirittura quasi scanzonata a tratti, benché la mutevolezza non venga risparmiata nemmeno qui e vi siano frazioni pure più severe; quindi, la prima parte torna, ma solo per poi lasciare di nuovo spazio alla seconda, che con la citazione del finale di Black Sabbath mette fine ad un altro dei pezzi da novanta dell’album.
Un crepuscolare basso introduce Un Profeta dal Cosmo, che poi prosegue con una parte di hard rock molto bluesy, anch’essa totalmente passeggera: presto però si cambia di nuovo, e giunge prima una sezione heavy progressive, con il flauto che conferisce al tutto anche un retrogusto folk, e poi con una frazione eterea, per nulla heavy ma comunque molto valida ed adatta al contesto; buone anche le parti dei ritornelli, più elettriche, come anche la veloce parte centrale e lo splendido finale dalle sonorità fantascientifiche, ma soprattutto ottima l’intera struttura e l’atmosfera evocata, gestite entrambe con competenza, il cui risultato è l’ennesima traccia più che buona, seppur inferiore, a mio avviso, al resto in virtù di qualche sparutissimo momento morto. Era Autunno, che segue, inizialmente è un pezzo soffuso e con elementi addirittura orientaleggianti, trasmettente calma e con un gusto quasi di divertissement, vista la distensione del suo mood; ma quando poi esplode, si rivela una canzone espressiva e dall’atmosfera intensa, a tratti quasi spirituale. Bella anche la frazione centrale di chitarra acustica, che divide il brano in due parti dalla stessa struttura, per un episodio ancora una volta validissimo. E’ ora il turno di Vinsanto, lunga suite finale dalla durata di ben un quarto d’ora divisa in quattro parti. La prima, Un Mare d’Incenso Copriva le Croci, dopo un preludio progressivo si rivela tra le canzoni più doomy dell’intero disco, essendo lento e mastodontico, ed andando ad avere reminescenze addirittura epic doom in alcuni momenti, riuscendo per giunta a convincere con la propria evocatività; nei ritornelli però l’hard settantiano torna fuori, e ogni tanto appare anche qualche altro fraseggio più strano, seppur non fuori luogo. Quindi, sopraggiunge la seconda frazione, Povero Piccolo Pellegrino, che dopo un intro costituito da un giro di basso, è un fantastico pezzo di hard blues con tanto di armonica a bocca, il quale si alterna con momenti doomy ed altri con retrogusto addirittura rock ‘n’ roll,  rimanendo però sempre su coordinate puramente vintage, il che lo rendono una delle cose migliori in assolute nel platter. La terza porzione, Neve, dopo un interludio-tributo ancora ai Black Sabbath, è una ballata lenta e che può sembrare serena ad un ascoltatore distratto, ma invece nasconde una notevole carica nostalgica, la quale la rende valida quanto ciò che l’ha preceduta; in dirittura d’arrivo infine trova posto E Quindi Uscimmo a Rivedere le Stelle, che si rivela la parte più di fusione, mescolando metal, hard rock, progressive, psichedelica e a tratti musica ispanica in una strumentale ottima, concludente il brano, ed il platter con lui, in maniera eccellente.
Alla fine dei giochi, il connubio tra progressive rock e doom metal si rivela ben riuscito, e così il disco, più che ottimo in virtù della sua peculiare complessità ma anche di un buon songwriting, piacevole anche nei momenti meno originali. Comunque sia, se siete fan dei Sabbath, ed avete amato sia Master of Realityche Sabbath Bloody Sabbath, questo disco farà per voi, e non vi potrà deludere; e, che da parte mia, auguro ai Focus Indulgens di poter scrivere pagine ancor più bella della nostra musica preferita, in futuro. Rock (‘n’ Doom) on!
Voto: 94/100 
Mattia
Tracklist:
  1. Hic Sunt Leones – 03:52
  2. Il Re e la Quercia – 05:13
  3. Figlio di Cagna – 09:16
  4. Calendimaggio – 06:24
  5. Un Profeta dal Cosmo – 08:29
  6. Era Autunno – 06:44
  7. Vinsanto – 15:00
Durata totale: 54:58
Lineup:
  • Carlo Castellani – voce, basso, flauti, organo, pianoforte
  • Edoardo Natalini – voce, batteria
  • Federico Rocchi – chitarre, armonica a bocca
Genere: hard rock/doom metal
Sottogenere: heavy progressive

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