Vision Divine – 9 Degrees West of the Moon (2009)

2007: i Vision Divine pubblicano The 25th Hour, prodotto che fu ben acclamato, confermando il gruppo toscano come un assoluto nome di punta nella branca del power italiano più vicina al progressive. Nonostante tale riconoscimento, tuttavia, l’unità interna della formazione stava cominciando a disgregarsi: l’anno successivo, difatti, la band guidata da Olaf Thörsen vide il clamoroso abbandono di Michele Luppi, cantante che ne aveva caratterizzato il periodo più importante e di successo. Al suo posto vi fu il ritorno di Fabio Lione, che era già stato il singer nella prima incarnazione della band, e ci si trovò a quel punto di fronte ad un paradosso: se inizialmente, al primo cambio di lineup, i fan si chiedevano se il nuovo e per giunta semisconosciuto singer potesse essere all’altezza del vecchio, quanto Luppi dimostrò in seguito fece domandare se Lione potesse non sfigurare rispetto al predecessore-successore. Comunque sia, dopo un cambio di label (la Scarlet Records, che aveva prodotto i tre album con Luppi, lasciò il passo alla Frontiers Records), l’act toscano si rimise al lavoro per incidere un nuovo album: il frutto di quella fatica fu 9 Degrees West of the Moon, con cui la band fugò alcuni dubbi, come l’integrazione di Lione (che rimedia all’inferiorità nell’estensione rispetto al suo predecessore con la sua timbrica maestosa e risulta quasi sempre azzeccato), ma generandone altri: nonostante l’ottimo riscontro di critica, infatti, una buona fetta di pubblico non gradì l’album, giudicato un po’ spento e senza quella scintilla che aveva caratterizzato la band in passato; e devo ammettere, sinceramente, che io faccio decisamente parte di tale schieramento.

Dopo un intro spaziale, inizia la opener vera e propria, Letter to My Child Never Born, brano non velocissimo e puntante, più che sull’impatto, sul lato emotivo del mood generale, con una prima parte di power molto melodico cui fa seguito una frazione centrale molto rarefatta e melodicissima, la quale ad un certo punto arriva addirittura a spegnersi, lasciando spazio ad una sezione dominata da un sottofondo di suoni e sussurri quasi inudibile, prima che il primo tema riprenda e concluda, per un lungo (quasi nove minuti, che però si sentono poco) ma tutto sommato non disprezzabile episodio d’apertura. Violet Loneliness, che segue, è un altro pezzo piuttosto lento e che riesce a risultare intenso dal punto di vista del feeling, complici una struttura lineare ma ben fatta, delle tastiere molto efficaci ed un ritornello catchy, cantato da Lione con trasporto e delicatezza; nel complesso, una traccia molto buona, ai limiti dell’ottimo. Con Fading Shadow la velocità aumenta, e si unisce ad un riffage potenzialmente incisivo, che lascia spesso il passo a momenti più soffusi e progressivi di qualità analoga; nonostante tutto ciò (e a dispetto pure di una buonissima parte solistica), però, l’episodio non riesce a convincere più di tanto, forse a causa di alcune melodie molto poco incisive e troppo scontate, specie dal punto di vista vocale, rivelandosi discreto e nulla più. Dopo un intro heavy, Angels in Disguise è quindi la prima power ballad del platter: nei fatti, essa non sarà il massimo dell’originalità ma risulta comunque coinvolgente, in virtù delle sue ottime atmosfere e di orchestrazioni valide, unite ad un songwriting comunque competente; degno di nota anche il bel testo, insieme speranzoso e vagamente nostalgico, che risulta in linea col resto della canzone. La successiva The Killing Speed of Time, da come la vedo io, è di gran lunga la traccia peggiore del disco a causa di una forte inconsistenza, unendo parti diverse tra loro ad ogni apparenza senza un filo logico, quasi per dimostrare quanto si è progressivi, e risultando perciò inconcludente, tra parti potenti e urlate ed altre più melodiche accostate senza un apparente senso; abbiamo quindi una song impeccabile dal punto di vista tecnico, ma che nonostante ciò si rivela ugualmente l’elemento filler della tracklist.
L’album torna a tirare su la testa con The Streets of Laudomia, caratterizzata da un flavour quasi happy metal e che seppur molto poco originale nelle melodie e nella struttura si lascia lo stesso ascoltare con piacere, essendo suonata con passione e potendo contare pure su di una discreta potenza; la parte centrale poi, ancora una volta ottima, impreziosisce la canzone ancor di più, ed essa alla fine riesce a rivelarsi in questo modo piuttosto valida, per quanto certo non arrivi all’eccellenza. La risalita si completa quindi con Fly, traccia dal retrogusto scandinavo sia dal punto di vista delle melodie che da quello dell’atmosfera generale, sembrando magari quasi scanzonata ad un ascoltatore disattento ma nascondendo una forte vena malinconica dentro di sé, che da il meglio poi unito al lato progressivo tipico della band, raggiungendo nel complesso un livello più che buono. La seguente Out in Open Space risulta poi il migliore brano del platter in assoluto, potendo contare su un rifferama finalmente davvero incisivo e potente, in cui si inseriscono parti molto melodiche ma per nulla stucchevoli, in un affresco di vari elementi ben mescolati tra loro in maniera convincente e che ispira carica; sicuramente degni di menzione sono anche i ritornelli, molto energici grazie ai potenti ed anche decisamente espressivi cori, e bella anche l’introspettiva sezione centrale seguita da un assolo più che ottimo, per l’unico pezzo dell’intero lotto a potersi fregiare, anche meritatamente, dell’etichetta di capolavoro. L’onere di chiudere il disco va a 9 Degrees West of the Moon: la titletrack è una ballata senza alcuna traccia di chitarre elettriche per gran parte della sua durata, dominata invece dai suoni delle tastiere, che può apparire un po’ insensata magari ma che acquista un motivo d’essere leggendo le toccanti liriche, dedicate probabilmente da Thörsen, suo autore, alla scomparsa del padre. Nel finale il brano poi esplode ed entrano le chitarre distorte, ma non è che una breve frazione, prima che il suono del carillon dominante torni e concluda l’album con un’altra canzone buona, ma che come il resto dell’album non riesce comunque a scacciare via la sensazione di parziale mancanza di ispirazione dell’ensemble.
Seppur l’album “ufficiale” finisca qui, sono presenti anche due bonus track. La prima è la cover di A Touch of Evil dei Judas Priest, tutto sommato ben riuscita, con le tastiere più presenti che nell’originale e un Lione che pur non avendo molto in comune con Rob Halford riesce comunque a rievocarne la teatralità, usando un cantato più simile a quello dei Rhapsody of Fire che dei Vision Divine; alla fine, buona cover tutto sommato. A concludere definitivamente il disco ci pensa quindi una versione demo di Fading Shadow, molto simile a quella registrata precedentemente se non fosse per la produzione: traccia forse inutile, quindi, ma che come bonus ci può stare.
Tirando le somme, abbiamo qui un album tutto sommato buono, ma che presenta alcune pecche: la maggiore è l’assenza di uno spunto vincente (Out in Open Space esclusa), e più in generale di una diffusa mancanza di idee veramente efficaci, che hanno prodotto un album, per carità, assolutamente non insufficiente, ma che non riesce a sollevarsi dalla qualità media delle uscite power degli ultimi anni. Certo, se non siete schizzinosi, 9 Degrees West of the Moon potrà darvi ascolti comunque piacevoli; ma se dai Vision Divine invece pretendete a tutti i costi il capolavoro, sicuramente la vostra attenzione dovrà spostarsi sugli album precedenti e lasciar perdere il presente disco.
Voto: 75/100
Mattia
Tracklist:
  1. Letter to My Child Never Born – 08:56
  2. Violet Loneliness – 04:42
  3. Fading Shadow – 05:20
  4. Angels in Disguise – 05:16
  5. The Killing Speed of Time – 04:50
  6. The Streets of Laudomia – 05:50
  7. Fly – 04:53
  8. Out in Open Space – 05:08
  9. 9 Degrees West of the Moon – 03:56
  10. A Touch of Evil (bonus track) – 05:48
  11. Fading Shadow (demo version – bonus track) – 05:17
Durata totale: 59:56

Lineup:
  • Fabio Lione – voce
  • Federico Puleri – chitarra
  • Olaf Thörsen – chitarra
  • Alessio Lucatti – tastiere e pianoforte
  • Cristiano Bertocchi – basso
  • Alessandro Bissa – batteria
Genere: power/progressive metal
Sottogenere: melodic power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Vision Divine

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