Furor Gallico – Furor Gallico (2010)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEFuror Gallico (2010) è l’esordio dell’omonima band lombarda.
GENEREDi base folk/pagan metal di origine celtica, arricchito da una base estrema che pesca a tratti dal black, a tratti dal black melodico.
PUNTI DI FORZAAtmosfere epiche e maestose, una grande varietà compositiva, una registrazione calda e verace, una grande maturità, tantissime canzoni e spunti degni di nota.
PUNTI DEBOLI– 
CANZONI MIGLIORIVenti di Imbolc (ascolta), Ancient Rites (ascolta), Cathubodva (ascolta), The Gods Have Returned (ascolta), La Caccia Morta (ascolta)
CONCLUSIONIFuror Gallico è un esordio meraviglioso, praticamente perfetto, da acquistare a scatola chiusa per tutti i fan di folk e pagan metal!
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VOTO FINALE
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Tra la fine degli anni ’90 e la metà del duemila, in molte parti del mondo ma in special modo nel nord Europa, iniziarono a formarsi molte band, diverse tra loro per genere ma accomunate da uno scopo comune: fondere il metal con la musica della tradizione folcloristica dei rispettivi paesi di provenienza. Eppure, a questo fenomeno l’Italia rimase abbastanza refrattaria, con gli Elvenking (i quali peraltro, pur piacendo a molti, me compreso, sono snobbati da buona parte dei fan del folk metal in virtù della loro forte ascendenza power) come unico gruppo a raggiungere una certa notorietà ed un underground anche non troppo ristretto ma che, quando è accaduto, ha avuto successo solo in seguito: ciò è probabilmente dovuto all’assenza, nel nostro paese, di una tradizione folk veramente popolare, con questo tipo di musica che ancor oggi resta parecchio confinata solo agli amanti del genere. Negli ultimi anni, tuttavia, sembra che la tendenza si stia invertendo: il folk metal comincia ad attecchire anche qui da noi, grazie al meritato successo di band come i Folkstone; e, oltre a loro, uno dei gruppi di punta di questa nuova ondata sono certamente i Furor Gallico (di cui, se ricordate, già ho parlato nel report live di diversi mesi fa). Seppur molto giovane, e formatosi solo nel 2007, il complesso si è però sin da subito messo in mostra con l’esordio omonimo, uscito nel 2010 e ristampato l’anno successivo dalla Massacre Records, (etichetta piuttosto importante, avendo nel carnet nomi più che storici dell’heavy metal come Mercyful Fate ed Exciter), il quale seppur da alcune parti piuttosto criticato (l’accusa più insensata che abbia letto è stata quella di “leghismo”, cosa che non traspare affatto da nessuno dei testi, il cui attaccamento la propria terra di appartenenza credo sia normale per chiunque, e non ha la minima connotazione politica), si rivelò lo stesso piuttosto di successo presso il pubblico, e pure a ragione, come vedremo. In esso, la band unisce in maniera piuttosto personale una base di metal estremo che pesca sia dal black che dal death melodico ed una forte componente di musica celtica, condendo il tutto con possenti atmosfere epiche degne dei Moonsorrow più maestosi, le quali insieme alle liriche lo rendono etichettabile anche come pagan metal; ciliegina sulla torta sono le spruzzate qua e là di metal tradizionale, che si integrano perfettamente col resto rendendo il tutto ancora più originale. Una parola anche per la produzione: seppur il disco sia stato autoprodotto, il sound generale risulta piuttosto pulito, ma in qualche anche lontano dell’artificialità delle grandi produzioni, il che lo rende però verace e per nulla freddo, come invece succede purtroppo a tanti dischi odierni.

Si comincia con un intro di solo folk celtico senza traccia di metal, ma che ambienta già bene l’ascoltatore nelle atmosfere di quest’album, risultando adattissimo come inizio. Chi dopo esso si aspettava un attacco metallico frontale potrà venir spiazzato da Venti di Imbolc, che pur essendo in effetti decisamente pesante per gran parte della sua durata, è pure lenta e a tratti piena di melodie antiche, suonate specialmente dalla bravissima violinista Laura (ma anche dagli altrettanto validi Becky e Meroigaisus, rispettivamente all’arpa celtica e al bouzouki), le quali si fondono alla perfezione con gli elementi più heavy in un raro quanto riuscito connubio di potenza e melodia, un vero piacere da ascoltare. Degni di nota anche tutti gli stacchi presenti, sia quelli in cui gli strumenti elettrici a volte spariscono del tutto, sia quelli più estremi di retrogusto black, e non si può non menzionare anche il cantante Pagan, bravissimo nell’alternare scream e growl (entrambi stili che padroneggia perfettamente, specialmente il primo) a delle vocals pulite, risultanti per giunta anche espressive: apprezzabilissima pure la scelta di cantare in Italiano, che seppur non sia qui presente ovunque in seguito, risulta indiscutibilmente azzeccata qui come nelle altre canzoni in cui ha luogo. La seguente Ancient Rites è un brano più rapido, in cui i folli e meravigliosi giri di violino dominano, integrandosi perfettamente con la potente base di chitarre ritmiche, a tratti più orientate al classico, in alcuni momenti però ai limiti dell’estremo; da urlo è anche l’atmosfera, che denota urgenza ma a tratti anche una solennità ai limiti dell’evocativo. Il risultato è un pezzo che vola via tutto di un sospiro, risultando il secondo capolavoro di una serie che si concluderà solo con la fine dell’album. Introdotta da suoni di combattimenti, inizia poi uno dei pezzi più epici e possenti dell’intero lotto, Cathubodva, nella quale gli strumenti celtici si concentrano più nel creare atmosfere battagliere che nei fraseggi del folk meno austero, mentre le chitarre sono orientate verso un epic black metal decisamente efficace. Bellissima anche la frazione centrale, melodicissima e dominata in particolare dall’arpa, come una pausa di dolcezza prima di invocare di nuovo la dea della guerra (uno degli appellativi della quale era appunto Cathubodva nella mitologia celtica), e di tornare a marciare (con l’entrata in scena anche della cornamusa) verso l’imminente battaglia: nel complesso, un masterpiece da puro godimento metallico. Con The Gods Have Returned abbiamo atmosfere più distese ma egualmente epiche, ed a tratti anche con una notevole carica di disperazione eroica, nel complesso addirittura commoventi grazie alla loro grandissima intensità; belli anche i ritornelli, senza traccia di folk e totalmente black nella loro malvagità, ma che nonostante ciò risultano molto ben integrati col resto. Il risultato è una canzone da brividi, che spicca anche in un album con tale qualità media, e che per i miei gusti dovrebbe addirittura entrare in una ideale “hall of fame” dei pezzi folk metal più belli di tutti i tempi. E’ adesso il turno di un interludio di sola musica celtica, Golden Spiral, che riesce ad essere in ogni caso più che piacevole, potendo contare su una gran bella atmosfera eterea, e non sfigura nemmeno un minimo nel contesto di questo platter. In totale contrapposizione alla calma di quest’ultima, arrivano poi la rapidità e l’urgenza della brevissima Curmisagios, la quale a differenza dell’atmosfera spesso seriosa del resto del disco si rivela una traccia decisamente festosa e ballabilssima, una sorta di versione dei Korpiklaani in cui la humppa viene sostituita dal folk celtico (e col dialetto lombardo a prendere il posto del finlandese!); nonostante la sua diversità rispetto al resto, però, non risulta fuori tema o ancor peggio un episodio filler, tutto il contrario, aumentando ancor di più la qualità complessiva del prodotto.

Si torna all’epicità con Miracolous Child, il cui tema iniziale è eccezionale, e rende magnificamente sia in versione folk acustica che in quella metallica; la canzone si evolve quindi dimostrando una certa mutevolezza di fondo (la quale rende interessante non solo esso, ma gran parte del platter), senza però che venga mai meno la sua non indifferente tensione evocativa. Bella anche la sezione centrale, con un assolo che pur essendo quasi da heavy metal classico non sfigura nel contesto seguito subito da una parte di intensa tristezza, quasi un disperato pianto di guerra, prima che la parte iniziale riprenda più energica che mai e concluda l’ennesimo pezzo di qualità eccelsa. La successiva Medhelan è una song che rimane quasi sempre su velocità medie e risulta in qualche più melodica della norma del disco, ma che nonostante ciò in qualità non perde assolutamente, potendo contare su sezioni decisamente epiche e potenti intervallate da momenti più tranquilli e folkish, che a livello di feeling trasmette nella migliore maniera possibile l’intenso e pure decisamente ammirevole amore di questi ragazzi per la loro terra, fatto sottolineato anche dal bel testo in italiano sulla storia del principe gallico Belloveso, leggendario fondatore della città di Milano (dal cui antico nome prende tra l’altro titolo la traccia). Dopo un altro intermezzo senza traccia di strumenti moderni, più rapido del precedente e dominato da un bell’assolo di flauto, una ballata antica dal titolo Bright Eyes che risulta ad ogni modo ottima, arriva La Caccia Morta, brano molto particolare nonché apprezzabile: inizialmente ancora dominato dal flauto, il suo iniziale flavour medievale lascia il posto ad una frazione ancora più dolce e melodica; poi però la song esplode in un vortice inarrestabile di folk metal che accelera dal lento e pachidermico tempo iniziale sino ad arrivare a velocità che rasentano l’estremo, procedendo per parti di energico black/death metal epico a tratti solitarie, ma più spesso accompagnate dai giri sempre più rapidi di flauto e di violino, fino a spegnersi nell’energicissimo finale; nel complesso, l’ennesimo episodio di più che assoluto valore del disco. La successiva Banshee si mantiene sempre sul mid tempo ma non risulta certo troppo statica,variando anzi la propria proposta in maniera sempre interessante e coerente con se stessa; ottima poi la parte finale che pur essendo simile a quella iniziale vede l’arricchimento del bel suono delle cornamuse. Ad ogni modo, nonostante tutto ciò l’episodio in questione è probabilmente il meno bello dell’intero disco: ma con ciò non voglio assolutamente dire che esso sia di scarsa qualità, piuttosto semplicemente che è solo un capolavoro minore, ma pur sempre capolavoro. Siamo ormai alle ultime battute: la conclusiva The Glorious Dawn risulta una lunga traccia lenta ed imponente, e riesce ad avere in ogni momento della sua prima parte un’epicità immensa, sia nei momenti guerreschi che in quelli più melodici e tristi, nei quali comunque non scompare mai la possanza battagliera che caratterizza il disco; la frazione centrale è invece più bizzarra, poiché dopo una parte esclusivamente celtica ve ne è una quasi del tutto classic heavy metal, con tanto di assolo e puramente anni ’80 (e cantato dall’ospite Stefano Silvestrini degli Aeternal Seprium, la cui voce ricorda quella di Kai Hansen); ma è solo una frazione (che peraltro non rovina certo la canzone né risulta fuori luogo, anzi), perché poi si ritorna a qualcosa di più nella norma del genere della band, e dopo poco è il turno dell’ossessivo ed evocativissimo finale, veramente da brividi, in cui i guerrieri cantano la loro fine prossima nella battaglia che darà loro la gloria. Conclusione fantastica, insomma, per un album lungo quasi un’ora ma senza nemmeno un momento morto, e che risulta perciò egualmente fantastico.

Maestoso, epico, potente, intensissimo: questi solo alcuni degli aggettivi per descrivere questo full lenght, un capolavoro di qualità tanto alta che sembra quasi impossibile sia stato concepito da un gruppo così giovane. Eppure è così, e per questo io non ho alcuna remora a conferire ad esso un voto altissimo, pari quasi alla perfezione, per me assolutamente meritato (e poi in fin dei conti l’anno d’uscita alla fine ha poca differenza, un capolavoro è tale che sia uscito negli anni ’80 o il mese scorso). Tirando le somme della recensione, con un esordio del genere i Furor Gallico si propongono già come una grande realtà del panorama folk, italiano e non: se con il secondo album attualmente in fase di realizzazione, quello fatidico per il successo di ogni band, sapranno confermarsi a livelli così alti, dovranno essere enormemente sfortunati per non riuscire a diventare con merito uno dei gruppi italiani più famosi ed importanti. Se però il questo mio auspicio (ed augurio) ha almeno un margine d’incertezza, una cosa è invece sicura: se siete amanti del folk metal, molto probabilmente amerete quest’album alla follia, compratelo quindi a scatola chiusa se non l’avete, e scommetto che non ne potrete che essere soddisfatti.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Intro02:00
2Venti di Imbolc04:23
3Ancient Rites03:24
4Cathubodva06:29
5The Gods Have Returned04:13
6Golden Spiral02:35
7Curmisagios01:57
8Miracolous Child06:18
9Medhelan06:32
10Bright Eyes02:18
11La Caccia Morta04:49
12Banshee05:06
13The Glorious Dawn08:01
Durata totale: 58:05
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Paganvoce
Oldhanchitarra
Stechitarra
Beckyarpa celtica
Merogaisusbouzouki, flauti e cornamuse
Lauraviolino
Macbasso
Simobatteria
OSPITI
Stefano Silvestrinivoce addizionale (traccia 13)
Giovanni Baronchellighironda (traccia 2)
ETICHETTA/E:Massacre Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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