Dio – Sacred Heart (1985)

1984: seppur non riesca a raggiungere il livello dell’illustre predecessore (cosa peraltro quasi impossibile), l’appena uscito The Last in Line, secondo album della carriera solista di Ronnie James Dio, si rivela lo stesso più che ottimo, confermando il singer italo-americano come uno degli artisti di punta delll’heavy metal classico, il quale proprio in quegli anni viveva la sua esplosione e maturazione maggiore in termini di band ma anche di successo, specie negli Stati Uniti. Sembrava che tutto filasse liscio, e che la strada di lì in poi potesse essere in discesa, eppure qualcosa nel gruppo si stava incrinando: in particolare, si stava formando una frattura tra il cantante ed il chitarrista Vivian Campbell, che infatti non molto dopo la fine delle registrazioni per il terzo full-lenght abbandonò il gruppo (con la sua carriera che ebbe in seguito una svolta melodica, portandolo a suonare con Whitesnake e poi Def Leppard, nei quali è tutt’ora). Le tensioni influirono anche, ovviamente, sulla qualità di scrittura del nuovo album: Sacred Heart infatti, rispetto ai predecessori, ha anche un suono migliore a livello di produzione, ma nonostante ciò le idee sono meno brillanti, e non pungono come nei due capolavori passati, come vedremo tra poco. Un altro segnale del declino parziale del gruppo può essere la copertina, decisamente bella ma nella quale scompare il demone soprannominato Murray (che appariva nelle prime due copertine e farà il suo ritorno poi sul successivo Dream Evil), sostituito da un drago il quale farà poi farà parte della spettacolare scenografia nel tour di supporto all’album.

Dopo il rumore di un pubblico acclamante, che si presenta più volte nel corso del pezzo, quasi come se esso fosse stato registrato dal vivo (cosa confermata anche dal sound meno accurato che nel resto del disco, seppur il brano sia stato probabilmente inciso live in studio) parte King of Rock and Roll, una canzone di heavy metal classico piuttosto veloce e potente, in cui Ronnie si produce in un cantato più urlato del solito; si mette in mostra anche Vinny Appice alla batteria, che conferisce un’ottima dose di groove e carica, per una opener sicuramente non eccelsa ma comunque più che discreta. La title track, che arriva subito dopo, è di tutt’altro spessore, essendo uno dei quei pezzi di heavy metal potente ma al tempo stesso anche profondo ed intenso cui il cantante statunitense ci ha già abituato prima nei due dischi ottantiani con i Sabbath e poi da solista. In particolare, Sacred Heart ha dalla sua una gran bella atmosfera grazie anche alle tastiere di Claude Schnell, un incedere coinvolgente ed una forza emotiva molto grande (aiutata in questo pure dal bellissimo e sognante testo), per quanto comunque non manchi certo di pesantezza metallica; nel complesso, dunque, un capolavoro che per giunta non fa pesare in alcun modo i suoi sei minuti e mezzo di durata, nonché il miglior episodio dell’intero platter. Con Another Lie si cambia completamente registro, anche se la qualità rimane di livello parecchio alto: abbiamo infatti un ottimo brano di heavy metal classico, che ha dalla sua un buon riffage come pure un’ottima dinamicità, e non annoia mai grazie anche ad un Ronnie che varia abbastanza la propria proposta: abbiamo perciò un episodio strutturalmente abbastanza semplice ma anche validissimo, degno dei giorni migliori dei Dio. La seguente Rock ‘n’ Roll Children è poi una canzone più lenta e riflessiva, in cui si torna alle atmosfere profonde della title-track: il risultato è ancora una volta una song che riesce benissimo nel coinvolgere l’ascoltatore, risultando incisiva e molto potente sia nel feeling che dal punto di vista sonoro; degno di nota anche il bell’assolo di Campbell, che impreziosisce il tutto ancor di più.
Se la prima parte del disco (il lato A del vinile originale) era piuttosto valida, lo stesso però purtroppo non si può però dire della seconda, che dal punto di vista qualitativo scende parecchio rispetto alla precedente. Ad ogni modo, il suo inizio è affidato ad Hungry For Heaven, la quale si rivela una traccia molto melodica e catchy, con dalla sua buoni fraseggi e buone idee e che risulta comunque onesta, anche se in qualche modo è già percepibile l’inconsistenza che affliggerà in misura maggiore anche altre canzoni in seguito. Il disco torna quindi a rialzare momentaneamente la testa con la lenta e cadenzata Like a Beat of a Heart, che nel ritmo ricorda vagamente Heaven and Hell, seppur l’atmosfera generale sia completamente diversa, essendo questa non una traccia impegnata e profonda bensì un classico pezzo di heavy tradizionale, energico ma anche con spunti in qualche modo divertenti. Degna di nota anche la bella parte centrale, per un brano che forse non reggerà il confronto coi migliori brani del gruppo, ma risultante lo stesso più che buono; purtroppo, però, esso si rivela l’ultimo episodio lodevole dell’album. Il rifferama di Just Another Day, che segue, è abbastanza piacevole, ma forse un po’ troppo banale, come è anche la struttura, abbastanza prevedibile: tutto ciò ha come risultato un episodio non certo inascoltabile, grazie ad ogni modo alla solita buona prova di Ronnie, ma che comunque oltre un livello solo discreto non riesce ad andare. L’inizio della successiva Fallen Angels lascia ben sperare, ma poi il brano tende ad incartarsi su se stesso, essendo  troppo ripetitivo e senza grandi spunti di nota, con in più un ritornello ben poco efficace ed un assolo centrale abbastanza fuori luogo con la sua gran velocità, essendo il pezzo un mid-tempo piuttosto lento e nemmeno così dinamico: insomma, praticamente una filler. Nella conclusiva Shoot Shoot, riff di nuovo efficaci ed ottimi assoli segnano un parziale ritorno a buoni livelli, anche se un refrain ancora non proprio incisivo (anzi!) ed una costruzione a tratti di nuovo poco originale la frenano, non facendole superare il livello discreto: nel complesso, quindi, song che potrebbe ben rappresentare l’album che chiude, vista la sua natura bifronte.
In conclusione, nonostante quanto detto fin’ora Sacred Heart è comunque più che sufficiente e piacevole da ascoltare, in virtù di una manciata di buone canzoni, che però non riescono a portare l’album ad un livello alto, per non parlare di quello dei primi due dischi, da esso totalmente inarrivabile. Per questo, pur sicuramente non scoraggiando l’ascolto di quest’album (ma anzi consigliandovelo, se non siete cultori del masterpiece a tutti i costi), direi che se si vogliono gli album migliori del Dio solista, sarebbe meglio porre l’attenzione sui due precedenti, e trascurare quest’ultimo senza farsi troppi problemi.
Voto: 73/100
Mattia
Tracklist:
  1. King of Rock and Roll – 03:41
  2. Sacred Heart – 06:26
  3. Another Lie – 03:48
  4. Rock ‘n’ Roll Children – 04:31
  5. Hungry for Heaven – 04:09
  6. Like the Beat of a Heart – 04:19
  7. Just Another Day – 03:20
  8. Fallen Angels – 03:58
  9. Shoot Shoot – 04:17
Durata totale: 38:29
Lineup:
  • Ronnie James Dio – voce
  • Vivian Campbell – chitarre
  • Claude Schnell – tastiere
  • Jimmy Bain – basso
  • Vinny Appice – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: heavy metal classico

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