Swashbuckle – Back to the Noose (2009)

Per chi ha fretta: 
Nonostante la grande presenza di cliché, Back to the Noose (2009), secondo album degli americani Swashbuckle, è un lavoro dannatamente divertente. Il suo crossover thrash metal venato di death non inventa nulla, il che del resto non è l’interesse principale del gruppo: il suo scopo è invece risultare demenziale al massimo, cosa che gli riesce benissimo. Contribuiscono all’effetto anche un immaginario piratesco usato con sarcasmo e interludi caraibici che remano nella stessa direzione (oltre a una registrazione che valorizza bene il suono degli statunitensi). Sono questi dettagli a creare una scaletta tutta da godere, tra cui spiccano pezzi come Scurvy Back, Cruise Ship Terror e il duo All Seemed Fine Until/It Came From the Deep, i migliori di una scaletta splendida e senza quasi punti morti. Per questo, alla fine Back to the Noose si rivela un piccolo capolavoro di metal demenziale, forse poco adatto da chi cerca serietà dal genere ma eccelso per chi invece ha bisogno solo di un po’ di sano divertimento!

La recensione completa: 
Può un disco pieno di cliché essere grande? Di norma no, ma alcune eccezioni vi possono sicuramente essere, come quando si mira ad un certo obiettivo; se questo poi è scatenare ilarità e divertimento, allora la possibilità c’è, eccome, a patto di essere bravi a sufficienza. Il gruppo in questione, gli Swashbuckle, lo sono, per me, riuscendo a divertire sul serio nonostante la loro proposta sia molto stereotipata, a livello di riff e fraseggi. Nati dalle ceneri dell’act metalcore Ash & Elm, i nostri approdano con il nuovo gruppo ad un sound meno alternativo, ispirato per la maggior parte al crossover thrash più ignorante e irriverente, con però anche forti iniezioni di death metal primigenio; la vera rivoluzione sono però i testi, con la band che si crea una nuova identità ispirata al mondo dei pirati, ma senza l’approccio di altri gruppi “pirate metal” come i Running Wild, utilizzando al contrario i cliché del caso con un sarcasmo apparentemente terra-terra ma in realtà parecchio accurato ed intelligente, e risultando per questo più che demenziali. Dopo l’esordio Crewed by the Damned del 2007, buono ma penalizzato da un sound decisamente non all’altezza, il 2009 vede le registrazioni del suo seguito, inciso questa volta con l’aiuto della Nuclear Blast Records (mentre il primo era stato autoprodotto): il risultato è Back to the Noose, un prodotto che conferma le premesse del predecessore e può contare in più su di una produzione veramente incisiva e potente, che forse potrà scontentare i tradizionalisti ma che per la sua “bombasticità” in un disco di questa natura è decisamente più che adatta. 

Il tipico intro strumentale, dal titolo Hoist the Mainsail, appare piuttosto strano, potendo sembrare quasi solenne ed addirittura evocativo, sensazione che però non durerà poi così a lungo, proseguendo solo in una breve coda nella traccia subito seguente. Essa, dal titolo Scurvy Back  è un pezzo thrash metal veloce, molto aggressivo e sicuramente potenzialmente efficientissimo nello scatenare il pogo più energico, grazie anche ai potenti cori: e nel testo, si scopre che la battaglia epica dei nostri è niente di meno che quella di diffondere di nuovo lo scorbuto tra la gente! Nel complesso, opener azzeccata e divertentissima, tra i migliori brani dell’intero lotto. Senza un momento di respiro, arriva Back to the Noose, titletrack ben più spostata sul death, che punta tutto sull’impatto e sulla velocità, massacrando (nell’accezione positiva del termine) i timpani dell’ascoltatore,e  travolgendo ogni resistenza incontrata sul suo cammino. Bello anche lo stacco mosh centrale, per un brano che non sarà chissà quale capolavoro, ma riesce comunque a esaltare l’ascoltatore. Con la successiva Cloudy With a Chance of Piracy troviamo la vera particolarità che eleva l’ensemble al di sopra di tanti altri del genere metal demenziale, rendendolo unico: è infatti il primo breve interludio di musica caraibica di una lunga serie, ben fatto per giunta, che si separa distintamente dalla pesantezza del resto ed ha un effetto assolutamente esilarante, specie essendo attaccata a We Sunk Your Battleship, una traccia rapidissima e spostata fortemente verso il crossover, dalla durata di meno di un minuto, in cui dominano le ritmiche serratissime e pesantissime, e che nonostante la sua aggressività di fondo è spassosissima, fatto sottolineato anche dal demente testo ispirato al gioco “battaglia navale”… che dire, un’accoppiata che riesce a causare ilarità ottimamente! Rounds of Rum, che segue, potrebbe essere descritta benissimo come la versione più thrash e potente del classico brano folk metal festaiolo da taverna: e, nel fare ciò è molto ben fatta, riuscendo pure in questo ad essere divertente e molto valida; poi, giunge Carnivalé Boat Ride, altro pezzo senza traccia di metal che potrebbe provenire tranquillamente dai caraibi, tanto è credibile, e risulta persino molto bello, oltre ad avere comunque il solito effetto di spiritosità. Senza soluzione di continuità, è quindi il turno di Rime of the Haggard Mariner, altro interludio stavolta totalmente recitato, in cui si racconta la vita a bordo di una nave da crociera di lusso, con tutta la sua calma e la sua tranquillità… almeno finché all’orizzonte non compare la Jolly Roger! Mentre la nave viene saccheggiata, il thrash/death metal torna a farsi strada con Cruise Ship Terror, canzone ancora una volta rapidissima e dalla struttura molto semplice, nonché presentando  quell’attitudine punk che non manca mai e riesce a rendere il disco sia più aggressivo che più spassoso. Bello anche l’assolo di Bumblefoot (attuale chitarrista dei Guns N’ Roses ma anche produttore dell’album), per un brano ancora una volta senza alcuno spunto di originalità ma lo stesso più che piacevole grazie alla sua grande vena comica (ben sottolineata anche nell’esilarante videoclip).
No Prey No Pay è una canzone inizialmente totalmente death metal con influenze addirittura deathgrind, se si eccettuano i potenti cori: poi però il ritmo rallenta fino ad arrivare ad un breakdown possente e da folle mosh, per una song ancora una volta per nulla originale ma divertentissima. Di seguito, più che un interludio, stavolta abbiamo proprio un pezzo intero di musica caraibica, essendo La Leyenda di lunghezza paragonabile a ciò che ha attorno; oltre a questo, essa si rivela come negli altri casi particolare ma che si lascia molto ben ascoltare. La seguente Splash-N-Thrash risulta quindi una nuova song thrash/death potente e tutta giocata sulla velocità, che però non riesce a risultare incisivo come altrove nelle strofe, seppur la frazione centrale centrale più lento ed oscuro riporti su la canzone, la quale probabilmente si rivela alla fine sì il pezzo peggiore dell’album, ma comunque non così pessimo, alla fine. The Grog Box, che arriva subito dopo, è un altro pezzo molto energico ed in cui le influenze punk-oriented vi trovano posto alla perfezione, aiutando l’atmosfera cupa generale: degno di nota anche la parte finale, tutta in growl e che risulta più che comica, per un brano ancora una volta più che divertente; di nuovo un contrasto, quindi, con The Tradewinds, un intermezzo caraibico disteso e dal mood quasi allegro, che, seppur vi sarete stufati di leggerlo, risulta come gli altri di buona fattura. Dopo Attack!!!, una cortissima traccia totalmente death/thrash/grind, che probabilmente avrà poco significato, ma che se serve scatenarsi è più che adatto, e che perciò non risulta per niente poco azzeccato, e dopo un inizio di basso decisamente punk-oriented, arriva Peg-Leg Stomp, brano a metà tra il death ed il crossover thrash metal, che ancora una volta non ha pretese in quanto a musicalità o melodia ma che per infiammare il pubblico è più che adatta, esattamente come il pezzo precedente;  per quanto riguarda Whirlpit, poi, il nome più o meno dice tutto sulle sue intenzioni, per un episodio che nuovamente non raggiunge il minuto e serve soltanto per scatenare il pogo nel pit (anche se in questo caso in versione “marinaresca”!) durante i concerti. Dopo un nuovo intro parlato, dal titolo  All Seemed Fine Until…, inizia It Came From the Deep la song più lunga (addirittura quattro minuti e mezzo!) ed anche più complessa dell’intero album, passando per diverse parti, alcune dall’appeal addirittura serio pur senza mai perdere la forte potenza thrash, altre, come quella in continuo rallentamento e piena di suoni finale, dalle sembianze totalmente demenziali, ma tutte ben mescolate, per uno degli episodi più validi del disco. Dopo tale vortice thrash/death, il turno di concludere è di Shipwrecked, outro di chitarra accompagnata dal suono del vento, che risulta tranquillo e sembrerebbe un finale stranissimo, se non fosse che… non lo è! Infatti improvvisamente si presenta è una traccia nascosta, dal titolo Sharkbait, che nel suo minuto di durata non fa altro che ribadire quanto già fatto del gruppo, essendo un pezzo thrash fortemente influenzato dall’hardcore di quelli aggressivi ma anche divertentissimi, e mette la parola fine più divertente possibile sull’album in questione.
Back to the Noose non è certo un disco per tutti, nonostante quel che può sembrare da quanto appena scritto: questo perché, alla fine, chi desidera ascoltare musica solo originale, come chi desidera musica con una certa ricchezza melodica o musicale, non potrà che amare ben poco questo disco, essendoci solo canzoni per nulla complesse e senza il benché minimo spunto di originalità. Tuttavia, se riuscite ad andare oltre questi limiti, apprezzando un’opera per quello che è e non per quello che voi vorreste essa sia, e se vi piace anche, ogni tanto, lasciar da parte la seppur amabilissima serietà della maggior parte del metal per farvi qualche risata con la branca demenziale del genere, troverete qui un album eccelso, che vi farà passare 42 minuti di gran bel divertimento. A voi la scelta!
Voto: 90/100
Mattia
Tracklist:
  1. Hoist the Mainsail – 01:06
  2. Scurvy Back – 03:20
  3. Back to the Noose – 02:32
  4. Cloudy With a Chance of Piracy – 01:19
  5. We Sunk Your Battleship – 00:54
  6. Rounds of Rum – 02:35
  7. Carnivalé Boat Ride – 01:57
  8. Rime of the Haggard Mariner – 02:00
  9. Cruise Ship Terror – 02:48
  10. No Prey No Pay – 02:25
  11. La Leyenda – 02:05
  12. Splash-N-Thrash – 02:28
  13. The Grog Box – 01:29
  14. The Tradewinds – 02:00
  15. Attack!!! – 00:43
  16. Peg-Leg Stomp – 02:37
  17. Whirlpit – 00:42
  18. All Seemed Fine Until… – 00:55
  19. It Came From the Deep – 04:39
  20. Shipwrecked – 02:19
  21. Sharkbait (traccia nascosta) – 01:03
Durata totale: 41:56
Lineup:
  • Admiral Nobeard – voce e basso
  • Commodore Redrum – chitarra
  • Captain Crashride – batteria
Genere: thrash/death metal
Sottogenere: crossover thrash metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Swashbuckle

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