Symphony X – The Divine Wings of Tragedy (1997)

I Symphony Xsono un gruppo di importanza estrema, inutile negarlo. Spesso definiti power/prog, genere che invece io affibbierei più a nomi come Labyrinth ed Angra, secondo me essi sono più semplicemente un gruppo progressive metal, che pesca nelle proprie influenze da vari generi (tra cui certamente il power, ma vi sono anche thrash, groove ed heavy metal americano moderno) senza però collegarsi completamente con nessuno di  essi, rimanendo anzi, a mio avviso, sempre su coordinate interne al loro unico stile proprio; e, in virtù di ciò, si meritano in pieno anche il titolo di uno dei migliori ensemble progressive metal mai esistiti. Forti di una discografia di livello assoluto e senza grandi cali, la band di origine italoamericana (i tre membri fondatori tutt’ora nella band, in virtù dei loro cognomi hanno probabilmente tutti avi provenienti dal nostro paese) può infatti vantare una grande ascendenza sugli sviluppi successivi del genere, seppur sia venuta alla luce leggermente dopo altri numi tutelari di questo stile come Fates Warning e Dream Theater. Comunque sia, nel biennio ‘94-’95, il gruppo si era fatto conoscere con due ottimi lavori quali l’esordio omonimo e The Damnation Game, ottenendone un buon successo presso gli appassionati del nuovo genere in ascesa. Tra i fan, le aspettative erano perciò alte: ad esse, la band rispose però alla grande pubblicando The Divine Wings of Tragedy, album che si rivelava ancor migliore dei predecessori, dimostrando una qualità incredibile che non solo accontentò tali aspettative ma fece guadagnare al gruppo la fama e la consacrazione internazionale in maniera assolutamente meritata, come vedremo tra poco. Prima di iniziare, una parola sul sound: non è chirurgico come nelle produzioni moderne, ma si rivela comunque molto pulito ed accurato oltre che compatto, e quindi estremamente efficace, esaltando il sound genere che di conseguenza risulta infatti senza alcun freno nel conferire emozioni.
L’inizio è molto potente e rapido con Of Sins and Shadows, che ha dalla sua un riff quasi panteriano, seppure certo più elegante e meno volto alla pura potenza di quelli tipici dell’act di Arlington (fatto sottolineato anche dalle onnipresenti tastiere): quindi, il pezzo avanza seguendo un’evoluzione coerente con se stessa, passando per frazioni influenzate da power e da symphonic metal senza presentare mai una sola parte noiosa. Si mettono sin da subito in mostra il cantante Russell Allen, che per potenza vocale e soprattutto un’incredibile coefficiente tecnico può essere paragonato senza sacrilegi a Ronnie James Dio, ma anche Michael Romeo alle sei corde, che impreziosisce il pezzo sia con potentissimi riff che con veloci assoli, in duello con l’altrettanto grandioso Michael Pinnella, per una opener che nel complesso si rivela subito una piccola gemma. Dopo un fantastico intro del basso di Thomas Miller, parte Sea of Lies, un episodio ancora una volta inizialmente “on speed”, ma che poi prende una via ben più progressiva, grazie soprattutto al batterista Jason Rullo, assoluto protagonista nello sciorinare controtempi, beat dispari e cambi di ritmo in maniera assolutamente spettacolare; tuttavia, tutto ciò viene fatto mantenendo pure una struttura non troppo contorta, il che unito ad una nuova frazione di duelli chitarra/tastiera e ad un’atmosfera progressiva da brividi, rendono questo episodio tra i migliori in assoluto qui dentro. La seguente Out of the Ashes comincia in maniera neoclassica (più in generale, il neoclassicismo in quest’album la fa da padrona), per poi proseguire in maniera ancora una volta progressiva ma senza farlo pesare, potendo apparire addirittura lineare, ma rivelandosi, ad un ascolto attento composta di un bel po’ di parti, per giunta sempre interessanti; il pezzo ha poi dalla sua un’attenzione della melodia non comune ed una composizione sempre ben fatta, oltre ad un riffage di fattura pregevole, ad una sezione solistica ancora una volta senza alcuna pecca e soprattutto ad una bellissima atmosfera nostalgica e vagamente triste, che rende il brano ancora una volta più che ottimo. Dopo questi tre episodi piuttosto brevi (nessuno di essi supera i cinque minuti), è il turno della ben più lunga The Accolade, una traccia costituita da vari momenti: il primo, quasi un’intro, è melodico e non ha praticamente traccia di chitarre distorte, ma si rivela comunque molto adatto per introdurre il mood fantasy che poi pervaderà totalmente tutta la song. Quindi, inizia una parte più potente, dominata dai riff ma anche dalle keyboards, che nel loro lavoro di sottofondo generano qualcosa di unico e fantastico, per quanto riguarda il feeling: di qualità gigantesca è anche la prestazione di Allen, che qui da il meglio di se per quanto riguarda l’espressività e riesce ad integrarsi in maniera perfetta all’interno della musica, dimostrando un talento fuori dal comune anche nella scrittura delle melodie vocali. Le strofe ed i meravigliosi ritornelli melodici procedono lenti, inframezzati da parti strumentali più strane e progressive, piene di assoli e di parti ad alto coefficiente tecnico ma mai fini a se stesse, bensì sempre abili nell’arricchire la canzone aumentandone il valore; quindi, arriva uno stacco centrale soffuso e dall’atmosfera eterea, con la voce accompagnata dal solo suono dell’organo prima, ed una parte di rock progressivo assolutamente celestiale poi, prima che la struttura riprenda e concluda uno dei brani più belli, se non il più bello, dell’intero disco, senza la minima imperfezione e più che degno del suo titolo, essendo assolutamente degno di ogni lode possibile (“accolade” in inglese significa appunto “lode” ). Dopo un nuovo intro tipicamente prog metal, in cui si mette in mostra il prepotente bassismo di Miller, arriva Pharaoh, traccia apparentemente semplice, ma che in se nasconde tantissimi elementi di interesse, come ad esempio i cambi di tempo, dei quali a tratti quasi non ci si accorge ma tuttavia ben presenti ad arricchire la sostanza della song; non si rinuncia però nemmeno alla potenza, specie in occasione dei grandiosi ritornelli o della veloce parte che segue quella più soffusa centrale, in cui vi è un connubio riuscitissimo tra melodie anche ricercate e pesantezza puramente metallica, per una nuovo traccia validissima dell’album, capace di sfigurare solo nei confronti della meraviglia che l’ha preceduto ma che di per sé è un masterpiece vero e proprio.
La parte iniziale di The Eyes of Medusa è veramente da brividi, con il suo riuscitissimo contrasto tra la potenza aggressiva delle chitarre e le melodie delicate delle tastiere; il pezzo prosegue poi evolvendosi sulla stessa falsariga di base, come in una variazione sullo stesso tema. Ottima anche la parte centrale, per la canzone probabilmente meno bella del disco, ma che comunque risulta lo stesso di qualità molto alta. Dopo una nuova introduzione da urlo, potente e neoclassica (il cui discorso prosegue nel resto della traccia), incomincia un vortice di emozioni che prende a girar su se stesso con intensità sempre crescente, grazie ad un’interpretazione molto teatrale di Allen, ad un rifferama di assoluto valore, che sa quando incidere con pesantezza e quando invece prodursi in fraseggi più melodici, ed ai bellissimi ritornelli, strani ma che risultano ugualmente validi; bellissima pure la parte centrale, con gli eccellenti lunghi assoli di chitarra e tastiera che riescono ad emozionare davvero e non danno mai la sensazione  di essere fini a se stessi, ciliegina sulla torta su un altro dei brani migliori dell’intero disco: tutto questo è The Witching Hour. Di seguito, arriva la titletrack The Divine Wings of Tragedy, una suite in più movimenti che per lunghezza (oltre venti minuti) e complessità, può risultare ostica da assorbire nei primi ascolti, ma col tempo si rivela davvero un gioiello di fulgida bellezza. Si comincia con la prima parte, At the Four Corners of the Earth, la quale presenta un etereo coro, che occupa in solitaria i primi minuti della suite; dopodiché entrano in gioco le possenti chitarre a seguire la lenta marcia marziale imposta dalla batteria, segno che stiamo per entrare nel vivo della seconda frazione, In the Room of Thrones, nella quale Romeo e Pinnella ci mostrano la loro immensa tecnica con una parte da urlo, che riesce ad emozionare davvero. La terza frazione (A Gathering of Angels) arriva di seguito e si rivela piuttosto melodica, con pochi interventi della chitarra elettrica e la maggior parte della sua durata in cui il pulito la fa da padrone, riuscendo veramente a toccare qualcosa di profondo nell’anima dell’ascoltatore, con un’intensità da dare i brividi. L’unico difetto è forse quello di durare troppo poco, ma in compenso essa lascia spazio ad una sezione più metallica e movimentata, The Wrath Divine, che emoziona alla stessa maniera, e riesce pure a trasmettere una discreta tensione evocativa, risultando quindi valida quanto quella precedente. Un interludio inizialmente più soffuso e dominato dai synth, poi animato invece da pesanti ritmiche e da nuovi solo, quindi parte la quadrata e veloce The Prophet’s Cry, inizialmente a livelli di aggressività degna dello speed metal più battagliero, ma che in seguito rivela nel suo sottofondo anche un notevole dose di malinconia intensa e disperata; dopo una coda strumentale, è il momento di Bringer of the Apocalypse, parte iper-tecnica e totalmente strumentale, con forti influenze fusion e jazz a tratti, che si rivela stranissima ma non sembra per niente fuori luogo, dando anzi l’impressione di essere nel posto giusto nel momento giusto, riuscendo anche ad emozionare moltissimo, con il suo variare da momenti più intimisti ed a volte soffusissimi, senza traccia di metal, a frazioni che non è esagerato definire addirittura epiche, e da momenti molto nostalgici ad altri quasi scanzonati, per qualche minuto di pura estasi tecnica. Un breve momento orchestrale, ed arriva quindi il turno della conclusiva Paradise Regained, la quale riprende i temi ascoltati in precedenza nelle prime tre frazioni, in particolare dalla terza, e con la sua incredibile intensità sentimentale, trascendente e quasi da lacrime di commozione, mette la parola fine ad una delle suite progressive metal più belle mai registrate (se non la più bella in assoluto). Il disco poteva terminare anche con la title-track, ma il disco prosegue con una nuova traccia, e la scelta alla fine non si rivela sbagliata, perché Candlelight Fantasia è una semi-ballad per gran parte tranquilla musicalmente, ma ancora una volta potentissima nella malinconia che riesce ad esprimere, aiutata in ciò anche dai lead lenti di retrogusto blues di Romeo e dalla voce da brividi di Allen; bella anche la parte centrale, che pur contrastando il resto del pezzo essendo più spostata verso il progressive metal propriamente detto, non sfigura accostato alle parti più soffuse, le quali poi tornano per concludere un disco perfetto in maniera altrettanto perfetta.
Secondo me, basterebbe la presenza di The Accolade e la title-track per dare a questo album il massimo dei voti, tanto esse sono meravigliose; anche il resto, tuttavia è comunque, se non di pari livello, sicuramente all’altezza della situazione, e l’album risulta ancor più meritevole del voto pieno. Riepilogando, perciò, abbiamo qui uno dei più grandi capolavori del progressive metal di tutti i tempi, tecnicissimo eppure ben lontano da quei tanti gruppi che, specie al giorno d’oggi, investono solo sulla sterile tecnica strumentale , senza riuscire ad avere nemmeno un millesimo della bellezza e delle emozioni che i Symphony X sono riusciti ad inserire nella poco più di un’ora di durata di quest’album. The Divine Wings of Tragedy è un album che ogni amante del metal progressive deve avere: se non lo possedete, quindi, correte a comprarlo a qualsiasi costo, e vedrete che vi si ripagherà migliaia di volte. A legend forever!
Voto:100/100
Mattia
Tracklist:
  1. Of Sins and Shadows – 04:58
  2. Sea of Lies – 04:19
  3. Out of the Ashes – 03:40
  4. The Accolade – 09:51
  5. Pharaoh – 05:29
  6. The Eyes of Medusa – 05:26
  7. The Witching Hour – 04:15
  8. The Divine Wings of Tragedy – 20:43
  9. Candlelight Fantasia – 06:45

Durata totale: 01:05:26
Lineup:
  • Russell Allen – voce
  • Michael Romeo – chitarre
  • Michael Pinnella – tastiere
  • Thomas Miller – basso
  • Jason Rullo – batteria

Genere: progressive metal
Sottogenere: neoclassical metal

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