Legend – Fröm the Fjörds (1979)

Qual è il primo disco epic metal della storia? Arduo da dire, c’è chi sarebbe per Frost and Fire dei Cirith Ungol del 1981, chi per Battle Hymns dei Manowar dell’anno succcessivo, ed altri i quali, essendo solo le prime due del primo e le ultime tre del secondo davvero epic, darebbero l’oro a Crystal Logic dei Manilla Road o agli stessi Manowar di Into Glory Ride (entrambi datati 1983). Eppure, forse il primo album di questo sottogenere di nicchia ed affascinante non è nessuno dei suddetti, bensì l’unico parto discografico di un oscuro power trio di New Haven, nel Connecticut, i Legend, che li anticipa tutti. Il prodotto, dal titolo Fröm the Fjörds, è stato infatti pubblicato prima ancora dell’inizio degli anni ’80, nel 1979; e, se in esso il sound è ancora molto legato all’hard rock, specie di versante Rainbow (ciò basterà a molti puristi a storcere il naso nel vederlo etichettato come epic), e molto melodico, la forte tendenza di alcune canzoni verso l’epicità è innegabile, e non posso che affermare che buona parte dei brani presenti qui siano effettivamente epic metal. Questo act è per questo un assoluto precursore dei propri tempi; nonostante ciò, tuttavia, in virtù della scarsa attenzione degli Stati Uniti per l’heavy metal prima del boom di metà anni ottanta, il suo nome è praticamente sconosciuto, per non parlare del vinile originale, estremamente raro (essendo stato prodotto in sole 500 copie) ed a quanto ne so mai ristampato ufficialmente in nessun formato; la presente recensione è infatti stata fatta con una copia bootleg dell’originale in CD, e si sente, con la produzione sporca e sibilante, da vecchio vinile (tuttavia, probabilmente anche il master originale non era pulitissimo), ma a parte tutto estremamente fascinosa, tanto vintage da dare i brividi, se amate questo genere di sonorità. Una parola pure per l’artwork: anche per esso vale l’identico ragionamento del sound, essendo amatoriale ma molto fascinoso, ed a me personalmente piace parecchio.

Dopo una breve rullata, inizia la opener vera e propria, The Destroyer, inizialmente lenta e melodica, ma dalla quale già si può sentire una certa tensione evocativa di sottofondo; in seguito invece la velocità aumenta, anche se non a livelli estremi e lasciando comunque ampio spazio sia alle melodie che al feeling. La struttura si dimostra compatta ma variabile, assoli, parti ritmiche e momenti più soffusi si alternano, ed il bellissimo fraseggio iniziale torna spesso a far capolino; ma soprattutto, degna di nota è la potentissima atmosfera evocativa, ciliegina sulla torta di una opener davvero coi fiocchi, praticamente perfetta. La successiva The Wizard’s Vengeance risulta un breve pezzo più vicino all’hard rock anni ’70, seppur conti anche su di una potenza media più orientata al metal rispetto a quest’ultimo; grazie a ciò, risulta forse meno incisivo dal punto di vista delle atmosfere rispetto al precedente, ma comunque lo stesso decisamente godibile, avendo dalla sua in ogni caso un fascino tutto old school ed un rifferama ottimo e coinvolgente. The Golden Bell, che arriva poi, è il prototipo della formula “epic metal ballad”, che avrebbe in futuro fatto la fortuna di canzoni come la manowariana Bridge of Death: infatti, inizialmente presenta una prima frazione lenta ed acustica, la quale in seguito comincia ad aumentare sempre più la propria intensità, in un crescendo assolutamente incalzante. Alle parti di potente feeling battagliero si contrappone parzialmente la sezione strumentale centrale, più spostata verso un hard rock di sapore Deep Purple/Uriah Heep, che però non rovina ma anzi arricchisce ancora di più il brano, il quale alla ripresa del cantato infatti si rivela ancor più possente per quanto riguarda l’epicità; nel complesso, dunque, episodio capolavoro, senza un momento di noia nei suoi oltre sette minuti, e perciò sicuramente tra i migliori del disco. Arriva poi il momento di The Confrontation, prima traccia strumentale dell’album, in cui dominano gli intrecci strumentali e le trame della chitarra di Kevin Nugent (anche alla voce negli altri pezzi) e del basso di Fred Melillo, per un pezzo magari senza particolari significati ma che risulta lo stesso dannatamente divertente, di certo un elemento molto valido all’interno della tracklist.  
Con R.A.R.Z. si abbandonano sia i toni seriosi che le liriche fantasy, per una song che nel testo come nel sound abbraccia di più l’hard rock, in particolare quello più veloce e senza fronzoli di fine anni ’70 precursore di certa NWOBHM. In virtù di ciò, questo brano è il meno bello dell’album, ciò nonostante non risulta affatto un episodio scadente, riuscendo anzi ad intrattenere comunque piuttosto bene. La successiva Against the Gods, inizialmente sembra restare sulla falsariga della precedente, ma poi appaiono fraseggi più energici e parti con una tensione epica non irrilevante, che rendono la canzone a due facce, ed in ultima analisi particolare. La sezione finale, poi, riesce a impreziosire di più il tutto grazie ad ottimi assoli, lenti ma adatti a rendere l’atmosfera ancor migliore, e con essa l’intera traccia, che ancora una volta si muove ad livelli eccellenti. The Iron Horse, che segue, si rivela una strumentale veramente da urlo, nella quale per rimanere fedeli al titolo la chitarra di Nugent imita a tratti i suoni dei vecchi treni a vapore, mentre sotto di lui il batterista Raymond E. Frigon  riproduce il rumore del mezzo sulle rotaie. La parte centrale è poi niente più che un assolo di quest’ultimo: come in tutto il disco, il batterista si dimostra qui potente e pieno di groove, magari non precisissimo come i moderni metal drummer ma comunque con un tocco bellissimo ed uno stile a metà tra Cozy Powell e Bill Ward (due dei miei batteristi preferiti), il che ha come risultato un solo totalente spettacolare, con ben poco da invidiare a pezzi ben più noti quali Moby Dick e The Mule. Il platter si chiude perciò con la quasi title-track, From the Fjords, inizialmente molto cupa ed evocativa, seppur presenti anche un retrogusto leggermente hard rock; se questa è una parte molto buona, è tuttavia la frazione centrale che da veramente i brividi, presentandosi inizialmente molto soffusa ed a tratti quasi psichedelica, ma crescendo poi sempre di più, in un turbinio di emozioni e di oscurità così trascinante ed avvolgente da arrivare al più puro godimento metallico. Un interludio speed metal, che risulta bizzarro ma non fuori contesto, e poi si riparte con una parte simile a quella iniziale ma ancor più epica, confluente in una coda di potenza e mood battagliero a concludere l’album in bellezza.
In un mondo veramente giusto, questo disco sarebbe stato prodotto meglio, potendo scatenare ancor di più tutta la potenza di cui dispone, un po’ frenata nei fatti dal sound, in molti punti; ma soprattutto, sarebbe stato promosso molto meglio, diventando il primo caposaldo dell’epic metal di tutti i tempi. Purtroppo così non è stato, i Legend si sono sciolti pochi anni dopo, con la tragica scomparsa di Kevin Nugent per un’emorragia allo stomaco (avvenuta nel 1983, proprio quando l’epic cominciava a decollare), e Fröm the Fjörds rimane una perla oscura e solitaria, di cui solo pochissimi eletti possono fruire. Eppure, se riuscite a trovarne una copia da qualche parte, magari anche solo bootleg, il mio consiglio è di prenderla assolutamente: se siete fan dell’heavy metal primigenio (non necessariamente nella sua accezione epica), potrete davvero amare quest’album, e metterlo in bella mostra sullo scaffale della vostra collezione.
Voto: 92/100
Mattia
Tracklist: 
  1. The Destroyer – 05:06
  2. The Wizard’s Vengeance – 03:39
  3. The Golden Bell – 07:14
  4. The Confrontation – 03:31
  5. R.A.R.Z. – 05:13
  6. Against the Gods – 03:47
  7. The Iron Horse – 06:32
  8. From the Fjords – 08:14
Durata totale: 43:16
Lineup:
  • Kevin Nugent – voce e chitarre
  • Fred Melillo – basso
  • Raymond E. Frigon – batteria e percussioni
Genere: heavy metal/hard rock
Sottogenere: epic metal

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