Dark Tranquillity – Fiction (2007)


Parlare dei Dark Tranquillity è parlare davvero della storia del death metal melodico, essendo l’act guidato da Mikael Stanne, insieme ai concittadini At the Gates ed In Flames, l’assoluto fondatore del genere (ed in particolare della sua primissima incarnazione, il cosiddetto “Gothenburg sound”) nei primi anni ’90. Tuttavia, invece di capitalizzare il successo che tale corrente del death iniziava a conseguire alla fine del secondo millennio, gli svedesi decisero di evolvere il proprio stile verso un’altra direzione, producendo un paio di album anomali come Projector e Haven, che pur spaccando i fan furono di norma bene accolti; dopodiché, venne fatto un passo indietro, e la band tornò su un melodeath più tradizionale, per quanto mai scontato né banale, grazie alle persistenti tracce delle sperimentazioni elettroniche degli album precedenti. Anche i primi due album del nuovo corso ebbero un buon successo, e all’alba della seconda metà dello scorso decennio il gruppo non aveva più nulla da dimostrare, potendo anzi vivere di rendita sul proprio nome: eppure, ciò non avvenne, la forma dei musicisti era davvero ottima, e nel 2007 venne pubblicato un nuovo full lenght, Fiction, il quale non faceva altro che confermare tale fatto, con dieci tracce di altissimo valore in cui tutti i punti di forza del più tipico melodeath svedese si univano ad una parte elettronica mai così presente ed incisiva, il tutto valorizzato ai massimi livelli da una produzione veramente adatta ed efficacissima, che alzava ancor di più la qualità media. Prima di iniziare, è bene anche parlare dell’unico difetto di questo prodotto, seppur sia una caratteristica che ai fini del voto non conti nulla: l’artwork (ad opera del chitarrista Niklas Sundin) è spoglio e piuttosto brutto, rivelandosi probabilmente l’unica caratteristica fuori dal coro della release in questione.
Si comincia con un intro di basso apparentemente vicino, addirittura, al nu metal, ma che non dura granché né, soprattutto, risulta sgradevole più di tanto; quindi, comincia Nothing to No One, un veloce pezzo al 100% Gothenburg sound nelle buone strofe, mentre i ritornelli sono più lenti ed orientati verso il nuovo corso, con momenti meno aggressivi e dominati dall’elettronica. Il tutto è corredato da un songwriting sin da subito attentissimo, che riesce a mantenere eccellentemente l’equilibrio tra potenza e melodia, contribuendo a rendere questa opener il primo passaggio di assoluta qualità dell’album. The Lesser Faith, che segue, prende il via con una parte molto lenta ma apprezzabilissima, specie negli ottimi fraseggi, a cui poi si alternano momenti più veloci e carichi, anche se il senso melodico domina ovunque, con i synth spesso in primo piano ad aiutarla ancor di più. Ottima anche la parte centrale, soffusa e che sopperisce alla sua mancanza totale di elementi metallici con l’oscurità imperante della propria atmosfera, rivelandosi perciò decisamente godibilissima, ciliegina sulla torta di un altro brano di fattura buonissima. Dopo un fantastico intro elettronico, comincia quindi Terminus (Where Death is Most Alive), una traccia piuttosto lineare ma lo stesso ben più che godibile, unendo alla perfezione alla perfezione death melodico e tentazioni elettroniche, malvagità e melodia, e presentando soprattutto un songwriting competente, che sa ben dosare quando rallentare e quando invece partire per le fughe vorticose tipiche del genere e qui di qualità eccelsa; nel complesso, perciò, ancora un elemento della tracklist di valore piuttosto elevato. Arriva poi il turno di Blind at Heart, in principio davvero estrema sia per quanto riguarda la velocità che dal punto di vista dell’aggressività (per quanto non si abbandonino mai del tutto le melodie tipicamente swedish); si viene così a creare una tensione possentissima, la quale però si scioglie poi tutta in una volta all’arrivo dei ritornelli, molto più ariosi nel mood e quasi liberatori grazie alla loro fortissima carica emotiva. Grandiosa anche la frazione centrale, in gran parte con influenze elettroniche ed in parte anche alternative le quali però sembrano essere perfettamente in linea con la canzone e non la rovinando, rendendola anzi persino migliore. La successiva Icipher inizialmente consta di un “lento” riff quadrato e moderno, pesantissimo e veramente da brividi, che torna più volte nel corso della traccia, alternandosi a momenti più intimisti, in cui la chitarra distorta è comunque presente ma convive anche con le tastiere, le quali col suono del pianoforte danno un grandissimo aiuto nella creazione della particolare atmosfera, oscura ma in qualche modo anche calda e quasi accogliente, in questo caso. Ottima pure, ancora una volta, la parte centrale, melodiosa ma anche intensissima sia dal punto di vista del feeling che musicalmente (a parte una sezione industrial soffusa centrale, strana ma non dissimile dal resto nel mood), per l’ennesimo brano immenso di una serie che ancora è certo ben lungi dal terminare.
Dopo un intro pieno di chitarre acustiche e di feedback elettronici, parte Inside the Particle Storm, episodio molto particolare, dall’incedere lento e quasi evocativo, con l’elettronica pervadente che la ammanta di un possente feeling fantascientifico. La parte principale si alterna con momenti in cui il ritmo aumenta leggermente, pur mantenendo invariata la falsariga melodica, ed altri invece senza altro che i synth e qualche suono di chitarra acustica, sezioni eteree che aumentano ancor di più la possente sensazione alienata ed alienante del pezzo; degna di nota, tra esse, è quella centrale, non un semplice interludio ma una vera e propria canzone nella canzone di pura atmosfera, che rende il tutto ancor più capolavoro di quanto non sarebbe stato altrimenti. Si torna a qualcosa di più classicamente melodeath con Empty Me, che ha dalla sua un gran bel riffage, potentissimo e vorticoso come scuola svedese comanda, specie nelle energicissime strofe; come invece già altrove qui, i ritornelli sono più lenti ed atmosferici, e nel caso di specie incidono meno, abbassando la qualità complessiva della song, che tuttavia grazie al già citato rifferama e ad una parte centrale da urlo, è comunque una traccia più che buona, in ogni caso degna di trovare posto in una scaletta del genere. La seguente Misery’s Crown ha un riff particolare (peraltro sempre di caratura alta) che si stampa subito in testa, come pure il cantato pulito e gothic-oriented che spunta a tratti; il resto lo fa la struttura, piuttosto classica semplice ma che comunque non annoia e risulta anzi ben fatta, ed i refrain, inaspettatamente catchy seppure del tutto in growl. Considerato tutto ciò, questo brano, oltre ad essere per l’ennesima volta di fattura più che ottima, sarebbe anche l’ideale singolo dell’album; la band, tuttavia, non ama “vincere facile”, ed infatti ad uscire in tale formato è stata la successiva Focus Shift, pezzo ben più ostico ad un primo ascolto, presentando anche una struttura mai banale e sempre in movimento, nonché potente ed aggressivo come da buona tradizione Gothenburg. Nonostante ciò, tuttavia, dopo averla assorbita questa canzone si rivela per quello che è realmente, incidendo magnificamente grazie a trame strumentali da urlo e ad un’atmosfera ben curata, rivelandosi per questo uno dei brani migliori in assoluto qui dentro, degno persino di stare nel carnet dei migliori pezzi mai composti dal gruppo. La fine è ormai vicina, e The Mundane and the Magic è una closer track molto particolare, spiazzante addirittura. Essa inizia infatti con un arpeggio di chitarra lento, cui solo dopo un po’ subentrano le chitarre distorte; il brano tuttavia prosegue sul mid tempo, senza mai la volontà di aggredire o di andare su velocità estreme, ma anzi con un preciso intento melodico, il quale si esplica in seguito pure nelle stupende sezioni in cui Stanne duetta in pulito con Nell Sigland (all’epoca singer dei Theatre of Tragedy), e che iniettano forti dosi di gothic nel tutto, rendendolo più etereo e davvero magico, per una finale veramente da brividi che pone il sigillo su un album altrettanto meraviglioso.
Insomma, alla fine dei giochi Fiction si spinge oltre ogni possibile auscpicio, rivelandosi un full lenght fantastico, davvero di poco sotto ai dischi più blasonati della band svedese, per qualità; e se pure, per importanza storica, con tali album certo esso non può rivaleggiare, questo non è certo un buon motivo per sottovalutarlo. Una cosa è sicura: se amate il suono di Gothenburg e non vi disgustano velleità più moderne, quest’album non può mancarvi. Compratelo, perciò… e godetevelo!
Voto: 97/100
Mattia
Tracklist:
  1. Nothiing to No One – 04:10
  2. The Lesser Faith
  3. Terminus (Where Death Is Most Alive) – 04:24
  4. Blind at Heart – 04:21
  5. Icipher – 04:39
  6. Inside the Particle Storm – 05:29
  7. Empty Me – 04:59
  8. Misery’s Crown – 04:14
  9. Focus Shift – 03:36
  10. The Mundane and the Magic – 05:17
Durata totale: 45:46
Lineup:
  • Mikael Stanne – voce
  • Martin Henriksson – chitarra
  • Niklas Sundin – chitarra
  • Martin Brändström – elettronica
  • Michale Nicklasson – basso
  • Anders Jivarp – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: melodic death metal, Gothenburg sound

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3 risposte

  1. Questo commento è stato eliminato dall\’autore.

  2. quest'album è bellissimo, piaceva tanto anche a me quando uscì! :)Misery's Crown è la mia preferita! Anzi, ora quasi quasi vado a riascoltarmelo 😉Nadia from The Life In A Year

  3. Mattia Loroni ha detto:

    Beh, mi fa piacere che non sono l'unico a pensare che quest'album sia così bello 🙂 .

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