Blind Guardian – At the Edge of Time (2010)

Dopo A Night at the Opera, disco che nel tempo è divenuto amatissimo dai fan, i Blind Guardian decisero di cambiare leggermente rotta, e nel 2006 pubblicarono A Twist in the Myth, disco più progressivo e strano rispetto al suo predecessore. L’album non fu tuttavia molto bene accolto: la maggior parte dei fan infatti non gradì il suo sound scarno e più leggero del solito, come anche alcune canzoni con poche idee, ed a tutt’ora il disco è considerato da moltissimi come il peggiore mai prodotto dai Bardi di Krefeld. Altri quattro anni, e la band si ripresentò con il suo nono full-lenght in studio, At the Edge of Time, in cui l’esperienza del suo leggermente scialbo predecessore venne accantonata ed il songwriting, seppur leggermente manieristico, tornò ad incidere come in passato. Ciò fu possibile anche perché, nella maggior parte delle canzoni, il gruppo mise da parte le influenze più soft e progressive che avevano contraddistinto il precedente disco e andò a ripescare addirittura le sonorità pesantemente speed power dei primi quattro dischi unendole alle melodie di Imaginations from the Other Side, in un miscuglio apprezzabilissimo dagli amanti della loro musica; ad aprire e a chiudere il tutto invece, furono poste due lunghe suite che riprendono in parte le sonorità sinfoniche di A Night at the Opera, ma utilizzando questa volta un’orchestra vera (la FILMharmonic Orchestra di Praga diretta da Adam Klemens, per la precisione) al posto delle sole tastiere. Prima di cominciare, una parola anche per l’artwork: quello interno del booklet è veramente fantastico e molto ben lavorato, tant’è che l’immagine finita in copertina, seppur anch’essa molto buona, è probabilmente l’opera meno bella che il bravo artista Felipe Machado Franco ha creato per quest’album.

Il lungo intro della opener Sacred Words è totalmente gestito dai cori e dall’orchestra, piuttosto incisivi nonostante tutto, mentre gli elementi metallici escono fuori solo in seguito, per quanto le orchestrazioni continuino a rimanere in primo piano lungo tutta la traccia, integrandosi per giunta in maniera egregia con la parte metallica. A parte ciò, il brano è piuttosto lento, ma comunque presenta tutti gli elementi che hanno reso grande questa band: la potente voce di Hansi Kürsch, i riff tipici del gruppo a creare un perfetto equilibrio tra potenza e melodia, e soprattutto una carica di emozioni immensa e travolgente, come solo loro riescono ad evocare. Come spesso da tradizione Blind Guardian, inoltre, il pezzo è molto vario e piuttosto complesso, passando per parti più soffuse ed altre invece molto energiche, ma risulta anche di assorbimento non troppo difficile, ed alla fine dei suoi oltre nove minuti (che però non si sentono affatto, anzi), rimane una sensazione di possente maestosità, che contribuisce a renderla il primo capolavoro di una lunga serie. Tanelorn (Into the Void) si rivela quindi un episodio piuttosto diverso dal precedente e che illustra le intenzioni già anticipate poc’anzi: accantonata l’orchestra e gran parte delle tastiere, difatti, l’ensemble va a ripescare le proprie origini, quelle fatta di speed power metal potente e travolgente, riuscendoci per giunta egregiamente, ed unendo a ciò fraseggi melodici di ispirazione più recente, ma che si integrano alla perfezione col resto. Il risultato finale è splendidamente riuscito, il rifferama si dimostra infatti compatto ed efficacissimo ed i ritornelli sono magnificamente energici; degno di nota anche l’assolo centrale, nel riconoscibilissimo stile di André Olbrich, ciliegina sulla torta di un altro pezzo da novanta. Dopo un bell’intro, delicato e in cui il pianoforte domina, inizia Road of No Release, una canzone inizialmente piuttosto lenta ma pesantissima, quindi più veloce e melodica, paradossalmente; frazioni lente e veloci si alternano spesso, molto diverse tra loro e mutevoli, ma il tutto viene fatto con competenza estrema, il songwriting è ancora una volta da urlo, così come le trame strumentali e gran parte dei passaggi, ed il risultato è un brano lungo e molto complesso, ma compatto ed estremamente godibile. Degni di esser menzionati, ancora una volta, i refrain, che con la loro carica di disperazione profonda non fanno che arricchire ancor di più il tutto. A differenza di ciò che è appena finito, la successiva Ride into Obsession parte subito rapidissima per non rallentare mai lungo tutta la sua durata, a parte per qualche stacco più oscuro e d’atmosfera. Non si può non citare anche la parte centrale degli assoli, che pare uscire direttamente dagli anni ’80, e fantastici anche i bridge, davvero evocativissimi; una lode la merita qui anche Frederik Ehmke, che per integrazione con gli altri ha fatto passi da gigante rispetto al disco precedente e si sente, essendosi il musicista adattato al sound generale tanto bene da riuscire anche a far valere la sua tecnica, producendosi in ottimi ed azzeccati fraseggi, qua e la. La prima ballata della serie, Curse My Name, è un episodio atipico per la carriera della band, paragonabile solo a Skalds and Shadows per l’atmosfera quasi allegra che contiene: ma rispetto alla ballad di A Twist in the Myth, probabilmente essa è migliore, essendo ispirata dalla musica celtica ed irlandese e potendo contare comunque su ottime partiture, sia da parte strumenti tradizionali che dalle onnipresenti percussioni, qui molto buone. Ottimo anche il testo, ispirato per una volta alla politica (ad un trattato di John Milton, per l’esattezza), a coronare un altro gran pezzo.
Con Valkyries, probabilmente abbiamo il brano peggiore dell’album, ma non c’è da temere: i tempi della scialbissima Lionheart sono lontanissimi visto che il presente episodio ha dalla sua ottime melodie ed una grandiosa atmosfera, e nonostante qualche momento meno efficace risulta un pezzo più che buono, certo non tedioso e ad anni luce di distanza alla qualità filler, oltre ad essere anche ben al di sopra della media del power attuale. Control the Divine, che arriva dopo, si rivela uno degli episodi più emozionanti dell’intero platter, in cui il feeling si divide tra una fortissima epicità e ad un’atmosfera di intensissima disperazione, da brividi, che riesce a coinvolgere con una forza d’urto immensa, specie con gli infelici e meravigliosi refrain corali. Oltre a questo, abbiamo un songwriting sempre e comunque da urlo, partiture strumentali ed assoli congegnati in maniera eccelsa, per un altro brano eccezionale, paragonabile addirittura coi migliori episodi del passato. Se Curse My Name era ottima, la seconda ballata (che arriva poi, senza soluzione di continuità) è però l’apoteosi, non sfigurando per qualità nemmeno davanti a dei classici assoluti come The Bard’s Song (In The Forest) e A Past and Future Secret. Ogni momento di War of the Thrones è infatti meraviglioso, sia per quanto riguarda le strofe con la voce di Hansi accompagnata dal solo pianoforte, sia nelle parti più piene di orchestrazioni, comunque intensissime, in linea poi col meraviglioso testo, che farà venire i brividi a chiunque abbia letto la bellissima saga fantasy “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R.R. Martin. L’unica cosa che manca a questo pezzo, è il difetto: e non essendo questo fatto stesso un difetto, possiamo solo dire di avere un episodio di qualità assoluta. Le liriche rimangono sullo stessa opera, ma si cambia completamente registro con la mazzata potentissima di puro speed power metal che risponde al nome di A Voice in the Dark, praticamente scevra di orchestrazioni e tastiere ma che in compenso può contare su un riffage potentissimo, da pura estasi metallica, al livello di quelli dei primi quattro album; anche il resto è praticamente perfetto, dalle melodie agli assoli, dai ritornelli ai vari piccoli particolari sparsi qua e la, per un episodio che spicca anche in una tracklist qualitativamente così compatta come la presente. Siamo giunti ora alla suite finale, Wheel of Time, nella quale l’orchestra ritorna a dominare, integrandosi ancora una volta in maniera eccelsa con il sound generale ed aumentando prepotentemente la pomposità ed il mood generale; la song si sviluppa quindi in maniera molto complessa e mutevole, con molte parti incastrate tra loro in maniera eccelsa e mai senza criterio, alle quali si alternano i ben due chorus qui presenti, entrambi di una forza enorme e liberatoria, che più intensi non si può. E’ impossibile poi non citare la bellissima parte centrale, che riprende qualche influenza già sentita nell’intro della suite e la sviluppa: abbiamo perciò un intermezzo di sola musica mediorientale, per giunta veramente grandiosa sia di per se che nella coda che ne riprende i ritmi in versione metallica, prima di dare un finale epicissimo e di assoluta potenza, emotiva ma anche musicale, ad una canzone che non arriverà sicuramente al livello di And then there Was Silence(ma quella è la cosa più grandiosa mai prodotta nella storia della musica per i miei gusti, quindi era anche praticamente impossibile) ma è in ogni caso qualcosa di titanico, e conclude in maniera più che adatta un disco altrettanto grandioso.

Insomma, abbiamo qui un capolavoro assoluto, che seppur non sia al livello di un Somewhere Far Beyond o di un Imaginations from the Other Side, è comunque solo di poco sotto a questi dischi immortali. Probabilmente nessuno se lo aspettava, dopo A Twist in the Myth, ma i Blind Guardian sono riusciti a farcela realizzandolo, e di più non si poteva chiedere loro, specie in un periodo come questo in cui il mercato è saturo di gruppi power metal spesso mediocri e poco originali. Onore quindi, ancora una volta ai Bardi, e non possiamo che sperare che il prossimo album (il quale, se seguiranno lo schema dei quattro anni, probabilmente uscirà il prossimo anno) sia ancora meglio!
Voto: 95/100
Mattia
Tracklist:
  1. Sacred Worlds – 09:17
  2. Tanelorn (Into the Void) – 05:58
  3. Road of No Release – 06:30
  4. Ride into Obsession – 04:46
  5. Curse My Name – 05:52
  6. Valkyries – 06:38
  7. Control the Divine – 05:26
  8. War of the Thrones – 04:55
  9. A Voice in the Dark – 05:41
  10. Wheel of Time – 08:55
Durata totale: 01:03:58
Lineup:
  • Hansi Kürsch – voce
  • André Olbrich – chitarra acustica, ritmica e solistica
  • Marcus Siepen – chitarra ritmica
  • Frederik Ehmke – batteria, percussioni, flauto, cornamuse
  • Oliver Holzwarth – basso (guest)
  • Matthias Ulmer – tastiere e piano (guest)
Genere: power metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento