Iron Maiden – Piece of Mind (1983)

E’ inutile che io dica chi siano gli Iron Maiden, o che racconti la loro avventura: la maggioranza di chi ha mai amato il metal conoscerà a menadito ogni singolo particolare della storia dei gruppo capitanato da Steve Harris. Eppure, devo dire, a volte si creano dei malintesi a proposito di questo gruppo, uno dei quali è definire il termine “New Wave Of British Heavy Metal” un’etichetta creata solo per definire la loro proposta; in realtà, però, non è affatto così, la scena NWOBHM era molto ampia e di certo non riducibile ai soli Maiden, i quali per giunta ebbero il maggior successo quando se ne distaccarono. Fino a The Number of the Beastdel 1982, difatti, la band era sicuramente classificabile come tale, possedendo tutte le caratteristiche del genere (uno stile anche molto potente ma sempre catchy, e un mood mai troppo serioso); tuttavia, l’anno successivo uscì Piece of Mind, in cui si registrò un leggero cambio di rotta: anche se il sound rimaneva pressoché lo stesso, le partiture si orientavano prepotentemente verso atmosfere più solenni, a tratti addirittura epiche (assecondando la naturale evoluzione che già nel disco precedente aveva prodotto Hallowed Be Thy Name), ed uscendo perciò dai confini del genere NWOBHM per entrare però nella leggenda, come la band heavy metal (intendendo quest’ultimo come il genere propriamente detto) più famosa di sempre. Prima di cominciare, una parola per la copertina: a me personalmente piace molto, ed è l’inizio dell’evoluzione per la mascotte Eddie, che nelle successive copertine cambierà man mano il proprio aspetto, ma senza snaturarsi, passando per quelle opere d’arte che sicuramente hanno dato il loro contributo, accanto alla musica, a rendere i Maiden tanto celebri.

Dopo una breve rullata di batteria, inizia la opener Where Eagles Dare, che illustra sin da subito, molto bene, la svolta appena accennata; a questo si unisce una struttura sin da subito ottima ed un songwriting da urlo, che incide splendidamente in ogni riff o passaggio, sia nelle ottime strofe, sia soprattutto nella parte strumentale centrale, davvero da estasi metallica, anche perché riesce ad evocare atmosfere battagliere e possenti avvolgenti e grandiose. Il tutto è corredato dalla prestazione di Bruce Dickinson, veramente ottima, nonché giusto sigillo di uno degli episodi a mio giudizio più belli ed insieme sottovalutati dell’intera carriera della band. Revelations, che segue, è un brano più disteso del precedente ma egualmente compatto e molto suggestivo, a livello di mood; esso si rivela, inoltre, quasi progressivo nella struttura, passando da parti di gran potenza e velocità ad altre lente e meno aggressive, ma sempre molto intense dal punto di vista emozionale, il tutto incastrato con ottima competenza a creare un ottima atmosfera, in qualche modo anche eterea, ma certo non in maniera soffusa. Bisogna citare, comunque, la sezione ritmica, sia quella propriamente detta (l’allora neo-arrivato Nicko McBrained ovviamente Harris, col suo basso perfettamente udibile in ogni momento), sia la coppia Dave Murray/Adrian Smith, che produce riff e fraseggi ottimi in ogni momento, altro punto di forza di una traccia ancora ottima. Dopo due mazzate piuttosto potenti come le precedenti, arriva Flight of Icarus, breve canzone molto più melodica del resto e dai ritornelli quasi catchy (che le fecero guadagnare anche la preferenza come primo singolo dell’album), ma che comunque non perde nulla, in solennità come in qualità: abbiamo così, nuovamente, un pezzo capolavoro, con dalla sua ottime melodie, sezioni solistiche eccelse ed un feeling spettacolare, sornione ma in qualche modo anche guerreggiante, che non può che renderla ancora una volta uno spettacolo assoluta. Il processo di “alleggerimento” termina quindi con Die With Your Boots On, episodio a tratti quasi scanzonato e molto più NWOBHM degli altri, per quanto ancora permanga un’atmosfera maestosa, specie negli ottimi ritornelli, che uniti ad un songwriting comunque attento e per nulla scontato lo aiutano di molto, non facendolo per nulla sfigurare accanto agli altri che ha intorno (nonostante essa non sia affatto amata, nemmeno tra i fan dei “pezzi sottovalutati” degli inglesi). Si ritorna a toni più potenti ed evocativi con The Trooper: su di lei, che dire? Credo che chiunque l’abbia sentita almeno una volta nella vita, vista la sua fama, la quale per giunta è assolutamente meritata: tutto in essa è infatti eccelso, dal riffage cavalcante alle vocals di Dickinson, raramente così potenti, dall’assolo alla bellissima atmosfera, quasi epica, per un brano che è forse il più grande emblema del sound maideniano di tutti i tempi.
Dopo un breve interludio, con la voce di McBrain rovesciata e riprodotta al contrario (in realtà un messaggio sarcastico, rivoltato per prendersi gioco di chi accusava la band di satanismo) comincia Still Life, song che inizialmente può apparire addirittura come un lento, ma che poi esplode in qualcosa a metà tra la potenza battagliera del nuovo corso e le melodie del periodo passato (queste ultime specie nel ritornello), avendo dalla propria ad ogni modo un’intensità sentimentale fuori dal comune; ciò è dovuto anche ad un Dickinson qui estremamente espressivo, checché ne dicano quei suoi detrattori affermanti che sia capace soltanto di urlare. Per il resto, comunque, l’incastro delle parti strumentali è ottimo, ed il complesso risulta perciò l’ennesimo episodio di qualità assoluta del lotto. Con Quest for Fire, abbiamo ancora una canzone dall’incedere evocativo e potente, che si rivela, nel suo svilupparsi, piuttosto semplice e lineare, senza tuttavia mai annoiare (anche in virtù della corta durata), essendo invece sempre interessante ed efficace, nonché l’ennesima traccia di questo disco a mio avviso più che ottimo ma inspiegabilmente sottovalutata dai più. La successiva Sun and Steel è personalmente il brano che mi piace meno del lotto, in virtù del suo rifferama, meno incisivo che altrove, e forse leggermente scontato per chi conosce tutti i dischi dei Maiden; nonostante questo, però, essa è lo stesso piuttosto buona, grazie ad un atmosfera solare, forse contrastante col resto del disco, ma che non infastidisce, risultando anzi azzeccata, e ad una parte solistica ancora una volta grandiosa, che di sicuro le fanno conseguire un livello ben sopra alla media delle uscite heavy metal odierne. Dopo un intro d’atmosfera, in cui i soffici assoli si sovrappongono ad una parte di basso, creando un mood di attesa e di mistero, comincia la conclusiva To Tame a Land, inizialmente un mid tempo potentissimo e tanto evocativo che stavolta consegue con pieno merito, checché ne possano dire i puristi, l’etichetta “epic metal”; la traccia quindi avanza apparentemente lineare ma in realtà con moltissime piccole variazioni, specie nelle bellissime parti in lead di chitarra, le quali a tratti accolgono persino fraseggi di gusto mediorientale. Dopo una frazione centrale dominata dal riff di basso, in cui le sei corde tornano solo ogni tanto a fare capolino, parte una veloce e lunga fuga strumentale finale, paragonabile a quella di Hallowed Be Thy Name ma a mio avviso ancor migliore di quella. Assolutamente degno di nota anche il meraviglioso testo, ispirato alla storica opera di fantascienza Dune di Frank Herbert (sembra anche che la canzone si dovesse intitolare, originariamente, proprio Dune, ma pare che l’autore non abbia voluto), ciliegina sulla torta di un lungo capolavoro che si conclude soffuso come era iniziato, terminando un platter di qualità assoluta nel migliore dei modi.
Abbiamo qui, insomma, un album grandioso, praticamente perfetto, e che non raggiunge il massimo dei voti solo perché quest’ultimo è riservato solo al successivo Powerslave (oltre che all’esordio omonimo), persino migliore di questo. Per il resto, la fama e soprattutto la qualità del presente disco parlano di per se; nient’altro da dire oltre a questo, se non che ogni metallaro che si definisca tale lo deve possedere in ogni caso. Up the irons!
30 anni (e qualche giorno) fa,  il 16 maggio del 1983, Piece of Mind veniva pubblicato. Essendo un album storico, con il quale gli Iron Maiden innovarono il proprio stile e conseguirono il successo planetario che dura tutt’ora, questa recensione vuole essere un tributo ed una celebrazione per questo anniversario.
Voto: 99/100
Mattia
Tracklist:
  1. Where Eagles Dare – 06:13
  2. Revelations – 06:48
  3. Flight of Icarus – 03:51
  4. Die with Your Boots On – 05:26
  5. The Trooper – 04:12
  6. Still Life – 04:57
  7. Quest for Fire – 03:42
  8. Sun and Steel – 03:27
  9. To Tame a Land – 07:25
Durata totale: 46:01
Lineup:
  • Bruce Dickinson – voce
  • Dave Murray – chitarra
  • Adrian Smith – chitarra
  • Steve Harris – basso
  • Nicko McBrain – batteria
Genere: heavy metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento