Cynic – Focus (1993)

Nei primissimi anni novanta, tramontati  i generi classici del metal, avvenne una vera e propria esplosione di quelli estremi; tuttavia, mentre il black metal nordico era appena nato, ed iniziava appena a svilupparsi, il death metal in quel periodo era già arrivato all’apice, e si stava già ramificando ed evolvendo, in una maniera che i primi a trasformare la lezione degli Slayer e dei Possessed in qualcosa di ancora più estremo nemmeno potevano immaginarsi. Così, per esempio, in Svezia dopo il death downtuned apparivano i primi gruppi che riportavano il genere in una dimensione più melodica; nel Regno Unito, invece, lo stile veniva ibridato col doom, in una temperie che poi avrebbe portato grosse innovazioni. Anche negli Stati Uniti, prima culla del genere, la situazione si stava muovendo: e così, sulla via tracciata da Deicide e Cannibal Corpse, veniva a generarsi la branca brutal, ancora più violenta di quella primigenia; dall’altra parte, invece, la fusione tra lo stile in questione ed una rinnovata ricerca tecnica arrivò in qualche modo a rendere il genere meno aggressivo, ma pure meno accessibile, creando un’ulteriore corrente del genere, il death metal tecnico. L’anno d’oro per quest’ultimo è certamente il 1993, nel quale uscirono capolavori del calibro di Individual Thought Patterns dei Death ed Elements degli Atheist; tra essi, però, il disco più peculiare è certo l’esordio dei Cynic, Focus. Fondato alla fine degli eighties da Sean Reinert e da Paul Masvidal (anche con l’act di Chuck Schuldiner nel seminale Human del 1991), il gruppo era dedito inizialmente ad un thrash metal nemmeno originalissimo, come testimoniano i primi demo. L’adesione in seguito a sonorità death, ed un contemporaneo sviluppo tecnico assolutamente eccezionale, fecero si però che il disco del 1993 non solo portasse la band nel gotha del suo sottogenere, ma che arrivasse addirittura a superare quest’ultimo, avendo nel proprio sound forti influenze progressive ed addirittura jazz fusion, fino ad allora quasi inedite, almeno in tale misura. Il risultato fu un disco estremamente intricato e tecnico, tanto complesso e denso di particolari da risultare difficilissimo da assorbire, e da descrivere, anche: la recensione che segue perciò è probabilmente meno dettagliata di tante altre, se non altro per motivi di spazio.

Dopo un breve intro, che già anticipa le sonorità e le atmosfere contenute nel disco, comincia Veil of Maya, opener nonché forse il brano più famoso dell’intera carriera del gruppo, una cavalcata estremamente mutevole che passa da momenti leggeri e molto psichedelici, in cui Masvidal canta con la sola voce distorta dal vocoder (una caratteristica molto presente lungo la durata del disco, e che lo caratterizza in maniera fortissima), ad altri momenti più death-oriented, segnati dal growl dell’ospite Tony Teegarden, per quanto sia sempre un death estremamente tecnico e contaminato di jazz. Comunque sia, il vortice di tecnica e di riff è immensamente avvolgente, ed il suo coronamento è nel bellissimo ed intricatissimo assolo: di conseguenza, la traccia risulta fin da subito tra le migliori dell’intero album, un vero e proprio capolavoro del techno death metal progressivo. Dopo un inizio decisamente heavy, Celestial Voyage diventa per un tratto estremamente eterea e spaziale, tenendo fede al proprio nome. Il metal propriamente detto torna poco più avanti, ma si riesce comunque a mantenere lo stesso feeling psichedelico, anche nei momenti più energici; non si possono non citare, poi, anche le trame strumentali, qui davvero fantastiche pressoché in ogni singolo fraseggio. L’unico difetto del brano è probabilmente la durata, davvero troppo esigua (solo poco più di 3 minuti e mezzo), ma per il resto esso è praticamente perfetto. La successiva The Eagle Nature è un pezzo forse meno valido dei primi due, ma che comunque ha dalla sua molti punti di interesse: su tutti, la parte del ritornello (se così si può chiamare, vista la struttura certo non semplice) e le partiture strumentali, che non faranno gridare al miracolo ma sono sempre e comunque molto ben composte ed accurate, e non annoiano mai nemmeno per un secondo. Buonissima anche la breve parte soffusa centrale, ed ottima anche la coda finale, tutta d’atmosfera, entrambe a conferire una marcia in più alla canzone, la quale si rivela in ogni caso decisamente ottima, di una qualità che molti gruppi di metal tecnico attuali, capaci solo di accostare insieme parti diverse in maniera a volte casuale, possono solo sognarsi. Un intro di percussioni, dal sapore tribale, quindi parte Sentiment, un pezzo inizialmente fusion al cento percento, poi a tratti più pesante (ma non troppo, la melodia impera più che altrove ed il growl è presente pochissimo), per quanto vi siano frequenti aperture più soft che contribuiscono a creare un’atmosfera ancora una volta molto aperta e cosmica; a tale feeling si conforma anche la sezione centrale, in cui a tratti gli strumenti sono solo un tappeto di fondo, e solo la batteria dell’eccelso Reinert è lì a sciorinare tecnicismi estremamente precisi. Nel complesso, un capolavoro, tra i migliori episodi qui dentro.
Dopo un lungo intro, ancora una volta molto jazz-oriented, parte I’m But a Wave to…, traccia spostata sul versante death del suono dei Cynic, seppur la tecnica la faccia sempre da assoluta padrona (probabilmente esso è addirittura il pezzo più tecnico qui dentro), e tempi dispari o sincopati abbondino; nonostante ciò, però, la struttura riesce anche a non essere troppo complicata, e così la song, oltre ad essere più che ottima, è tra quelle più facilmente assorbibili dell’intero disco. Degna di nota anche la sezione centrale, di nuovo dal buonissimo mood, che l’impreziosisce ancora di più. Segue Uroboric Forms, la quale inizia, per una volta, con una parte direttamente potente, introducente uno dei brani probabilmente più pesanti del disco, oltre ad essere anche uno dei più complicati, cambiando tempo repetintamente: grazie a ciò, la sezione ritmica si pone sotto i riflettori, essendo estremamente precisa in ogni variazione e producendosi perciò in una prestazione impareggiabile. Comunque sia, una composizione sempre da urlo, che incide magnificamente per tutta la durata del brano, ed un finale pesante e convulso veramente meraviglioso, rendono questo episodio uno dei più grandi del disco, forse anche il più grande, a parte la traccia che viene dopo. Essa, dal titolo Textures, è una strumentale estremamente complessa, in cui la band mostra al meglio il proprio amore sia per la fusion che per il metal, in un connubio tanto particolare quanto riuscito. Parti delicate e jazzy, che occupano la maggior parte del tempo, si incastrano tra loro alla perfezione, creando un meraviglioso feeling caldo molto intenso, e che muta spesso; in esse si mette in luce, oltre a Reinert, anche Shawn Malone, bassista fantastico, e che se per tutto il disco suona eccelsamente, qui va pure oltre, in una prestazione assolutamente da estasi. Ogni tanto appaiono poi parti metalliche, come quella centrale, potentissima e vorticosa, un tunnel di note incredibile ed immensamente avvolgente, le quali danno ancor più valore al tutto, facendolo risultare probabilmente uno dei più grandi pezzi di metal tecnico di tutti i tempi, se non il più grande in assoluto. Siamo ormai in dirittura d’arrivo, e dopo l’intro d’atmosfera, parte How Could I, un nuovo brano death/prog ad altissimo coefficiente tecnico: in particolare, questo consta di un mood in continuo movimento, grazie alle frequenti dissonanze presenti nel riffage, e si articola tra una parte principale piuttosto aggressiva e potente, e sprazzi progressivi, volti più all’espressività che alla pesantezza; inoltre, ancora una volta, sono ottimi tutti i fraseggi qui presenti, sui quali spicca l’immensa parte solistica finale, tecnica ma anche molto emozionante, la quale conclude questi cinque minuti e mezzo come meglio non si poteva, e con loro il disco, nella stessa maniera.
Abbiamo qui, perciò, un disco perfetto dal punto di vista formale e tecnico, e che riesce nonostante questo a non annoiare nemmeno chi, come me, non è un patito dei tecnicismi fini a se stessi, sfiorando anzi la perfezione anche nel campo emozionale. C’è anche da dire, però, che l’album in questione non è, come detto, semplice, al contrario è uno di quelli più difficili da assorbire che esistano: ma se voi avete la giusta pazienza ed il gusto per la corrente più intricata e complessa del metal quale è la branca “tecnichal” del genere, allora Focus è la vostra Bibbia, e non vi può mancare: fatelo vostro assolutamente!
Il 13 giugno 1993 usciva Focus dei Cynic, un album che portava il death metal verso nuovi orizzonti , aprendo la strada per lo sviluppo successivo del death progressivo. La sua importanza, ma anche il suo valore, sono tanto grandi che c’era bisogno di una celebrazione: questa recensione, appunto. 
Voto: 98/100
Mattia
Tracklist:
  1. Veil of Maya – 05:23
  2. Celestial Voyage – 03:40
  3. The Eagle Nature – 03:31
  4. Sentiment – 04:24
  5. I’m But a Wave To… 05:31
  6. Uroboric Forms – 03:32
  7. Textures – 04:42
  8. How Could I – 05:29
Durata totale: 36:12
Lineup:
  • Paul Masvidal – voce pulita e chitarra
  • Jason Gobel – chitarra
  • Sean Malone – basso e Chapman stick
  • Sean Reinert – batteria e tastiere
  • Tony Teegarden – voce growl (guest)
Genere: progressive/death metal
Sottogenere: technical death/jazz metal

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