Derdian – Limbo (2013)

Tra tutti i gruppi che hanno contattato Heavy Metal Heaven in questi mesi, la maggior parte sono band molto giovani, ai loro primi demo; tuttavia, i Derdian fanno eccezione. Il gruppo milanese è infatti un nome piuttosto noto nel panorama power metal italiano, e pur non essendo al livello dei grandissimi nomi, in quanto a fama, può contare lo stesso su un buonissimo numero di fan, sia nel nostro paese che all’estero. Ad ogni modo, dopo la trilogia di dischi appartenenti alla saga New Era, iniziata con l’ eponimo esordio nel 2005 e terminata con The Apocalypse un lustro più tardi, la band attraversò dei cambiamenti: in primis, il cantante storico Joe Caggianelli, presente su tutti i full lenght fino ad allora, abbandonò la band; si ebbe anche la separazione dalla label degli ultimi due album, la statunitense Magna Carta Records, con l’ensemble che si ritrovo così in studio con nuovi pezzi, ma senza frontman e senza supporto. La situazione si sbloccò però a maggio 2012, quando la band trovò il nuovo singer in Ivan Giannini, il quale cominciò subito a registrare le vocals; la mancanza di etichetta venne invece accantonata imboccando la via dell’autoproduzione. Il resto è storia molto recente: qualche mese fa esce Limbo, il primo album della band non legato al concept New Era, bensì con canzoni slegate tra loro, anche se accomunate da tematiche d’attualità. Il genere proposto in esso è leggermente diverso rispetto al passato, in cui lo stile era molto ispirato ai Rhapsody of Fire: pur mantenendo la stessa base symphonic power, esso è divenuto difatti meno votato all’epicità, preferendo evocare le atmosfere tipiche del power moderno, ed in particolar modo quello scandinavo, il tutto con quel pizzico di progressive tipicamente italiano che non fa mai male; buona l’integrazione anche per Giannini, il quale, nonostante non si produca in acuti eclatanti. è bravo e si adatta bene al sound del gruppo.
L’introduzioneCarpe Diem ricalca in qualche modo quelle dei Rhapsody of Fire, essendo dominata per gran parte dai cori; in parte però se ne distacca anche, presentando pure elementi metallici e parti in cui Giannini canta in solitaria. Giunge quindi Dragon Life, un brano piuttosto peculiare, essendo certo radicato nel power metal sinfonico, ed avendo anche puntate evocative, ma presentando qualche influenza, specie nelle atmosfere, anche dalla branca del genere più progressiva. A parte ciò, comunque, questa opener può contare su buone melodie, sia da parte delle tastiere simil-orchestrali dell’ottimo Marco Garau che da parte degli strumenti più tradizionalmente metal, e su un cantato adatto alla situazione (che ogni tanto vira anche sulla nostra lingua), le quali rendono il complesso decisamente ottimo, subito tra i pezzi più belli del disco. Dopo un intro sinfonico, parte Forever in the Dark, song divisa a metà tra le parti di tastiere e chitarre, spesso molto melodiche, e la pesantezza della sezione ritmica, in particolare da parte di Salvatore Giordano alla batteria, che pesta con gran potenza ed ha un ottimo groove. Per il resto, il songwriting non è per nulla male, pur non essendo il massimo dell’originalità, e risulta buona anche la lunga sezione centrale, in gran parte strumentale; grazie a ciò, alla fine la canzone si rivela efficace e per nulla noiosa, anche nonostante la durata non piccola. Dopo due tracce più classicamente power, è il turno di un pezzo su coordinate più melodiche, per quanto l’elettricità sia ben presente ovunque, e non sia certo una ballad; per giunta, il risultato del rallentamento è riuscitissimo, perché Heal My Soul, con il suo fantastico ritornello colmo di pathos, e melodie veramente azzeccate lungo tutta la propria durata, nonché un feeling molto malinconico ed intenso, risulta sicuramente uno dei brani più riusciti nel presente disco, arrivando addirittura al livello di capolavoro. Degno di nota anche l’assolo, anch’esso molto espressivo dal punto di vista sentimentale, e che non fa altro che impreziosire ancor di più il tutto. Con Light of Hate, abbiamo un episodio ancora discretamente melodico, ma che torna su velocità e sonorità più tipiche del power; per il resto, esso consta di un buon ritornello, che evoca atmosfere fantasy, e di una parte centrale ottima, a tratti anche parecchio dura (ogni tanto appare persino il blast beat!). Degna di nota è anche la prestazione di Dario Radaelli, a tratti veramente ottima, per una song nel complesso ancora di fattura non certo malvagia, e che si lascia ben ascoltare, nonostante qualche particolare più scontato e meno efficiente. Terror, che segue, è un brano decisamente più aggressivo del resto, a tratti quasi ai limiti dello speed power metal (ed, a proposito, è da segnalare il bel riff portante, davvero incisivo), nonostante i lead di chitarra e le tastiere non scompaiano mai del tutto, ma anzi accompagnino il pezzo eccellentemente, rendendolo in generale ancor più oscuro (seppur a tratti escono fuori frazioni più tranquille e meno darkeggianti nel mood). Ottima, nuovamente, la sezione solistica, per un’altra canzone molto ben scritta e suonata.
La title-track si rivela l’episodio più progressivo del lotto, constando di una struttura varia e mai ferma, percepibile sin dal preludio, che alterna (ottimi) fraseggi di chitarra a parti di sola atmosfera; quindi, comincia la canzone vera e propria, anch’essa molto mutevole e prog power al cento percento, la quale procede con un vortice di riff, cori ed orchestrazioni, facendosi sempre più possente ed intensa. Degna di nota anche la parte centrale, piuttosto soffusa e che spezza il ritmo, prima che si riprenda col metal vero e proprio, e la suite venga conclusa in maniera ottima, senza presentare praticamente mai momenti morti. Dopo un intro gestito praticamente solo dal pianoforte e dalla chitarra acustica, parte quindi Kingdom of Your Heart, un brano energico ma mai aggressivo, che lascia spesso spazio a parti più leggere, occupate dalle orchestrazioni o dai lead di chitarra; su tutto, domina un buon songwriting, non eccelso ma comunque competente, che rende la canzone in ogni caso interessante, per quanto essa non figuri tra i pezzi migliori qui dentro. La successiva Strange Journey è una song che si muove sempre sul mid-tempo; ciò è un bene, dato che essa, grazie anche ad ottime melodie, a riff non troppo aggressivi ma utili a creare un’impalcatura ritmica adatta al contesto, ad una dinamicità eccellente e ad un atmosfera particolare, difficile da descrivere a parole ma comunque fantastica, risulta l’episodio migliore del lotto insieme a Dragon Life ed a Heal My Soul. Degne di menzione anche le parti solistiche, che con la loro validità costituiscono la ciliegina sulla torta del complesso, portandolo ad un livello ancor più alto. Un preludio che in pratica è un lungo assolo di chitarra, quindi parte la suite vera e propria, Hymn of Liberty, inizialmente una semi-ballad soffusa che però lascia spazio presto a velleità più metalliche, seppur qualche parte più morbida ritorni, di tanto in tanto; la canzone si sviluppa poi, come da copione, in maniera piuttosto complessa, pur senza arrivare ad estremi progressive, a parte nella sezione per gran parte strumentale centrale. Gli otto minuti della sua durata passano rapidi, con pochissimi momenti morti e molti fraseggi validi, ed alla fine la canzone risulta nuovamente ben riuscita. Un’altra introduzione di pianoforte (accompagnato dai suoni della tempesta), e poi arriva la closer track Silent Hope, una seconda lunga traccia, in un accostamento di due suite che però non stride, visto che questa è forse persino migliore della precedente, grazie ad una struttura piena di variazioni ma che riesce ad essere anche estremamente compatta, sia musicalmente che come atmosfere, riuscendo quasi a sembrare una song normale. Ottimo, nuovamente, il dinamismo dimostrato, come molto bella è la frazione centrale, tutta strumentale e quasi psichedelica nel suo svilupparsi, prima che la voce torni, e la conclusione venga preparata da un nuovo ritornello; buono anche quest’ultimo, il quale nonostante sia la parte probabilmente meno valida della canzone si lascia lo stesso cantare con piacere. Dopo una coda classicheggiante liberatoria, il disco infine si spegne, lasciando un ottima sensazione nonostante la sua lunghezza (quasi un’ora e dieci minuti).
Insomma, non abbiamo qui un capolavoro, ma tuttavia un disco assolutamente onesto, e di qualità certamente sopra alla media delle uscite power degli ultimi anni. Ovvio, poi, se cercate l’originalità a tutti i costi, non dovete lasciar perdere solo quest’album, bensì l’intero genere power metal; ma se, invece, vi accontentate anche del disco magari non innovativo, ma con una qualità lo stesso più che buona, Limbo potrà fare sicuramente per voi. Se siete amanti del genere, date perciò una chance ai Derdian!
Voto: 82/100
Mattia
Tracklist:
  1. Carpe Diem – 01:25
  2. Dragon Life – 05:04
  3. Forever in the Dark – 07:15
  4. Heal My Soul – 06:32
  5. Light of Hate – 05:16
  6. Terror – 06:31
  7. Limbo – 08:28
  8. Kingdom of Your Heart – 06:12
  9. Strange Journey – 05:42
  10. Hymn of Liberty – 08:04
  11. Silent Hope – 07:26
Durata totale: 01:07:55

Lineup:
  • Ivan Giannini – voce
  • Dario Radaelli – chitarra solista
  • Enrico Pistioiese – chitarra ritmica
  • Marco Garau – tastiere
  • Luciano Severgnini – basso
  • Salvatore Giordano – batteria
Genere: symphonic power metal

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