Sacrilege [UK, thrash] – Behind the Realms of Madness (1985)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEBehind the Realms of Madness (1985) è il primo album dei thrasher inglesi Sacrilege.
GENEREUna fusione tra forti influssi thrash e il crust punk da cui il gruppo aveva origine.
PUNTI DI FORZAUno stile caratteristico, un buon equilibrio tra le due componenti principali del suono, qualche pezzo di gran valore.
PUNTI DEBOLIUna grande uniformità, una registrazione non all’altezza.
CANZONI MIGLIORIShadows from Mordor (ascolta)
CONCLUSIONINonostante i suoi limiti, Behind the Realms of Madness è un album piuttosto buono, apprezzabile da chi ama il thrash più vicino al punk.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
77
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Nonostante le scene più famose e rinomate, per quanto riguarda il thrash metal degli anni ottanta, siano state quella tedesca e quella americana, anche nel resto del mondo in quel periodo si formavano gruppi che si conformavano agli stilemi del genere: per esempio, in Brasile vi erano Sepultura, Sarcófago e Vulcano, in Svizzera Celtic Frost e Coroner, ed anche il nostro paese contribuì alla causa sfornando almeno tre di gruppi di punta come Schizo, Bulldozer e soprattutto Necrodeath. L’ondata arrivò anche nel Regno Unito, dove però stentò ad affermarsi: nonostante fosse stata la culla della NWOBHM, che aveva dato poi il massimo spunto ai primissimi gruppi americani, la terra di Albione nella seconda metà degli anni ’80 non riuscì mai a produrre gruppi di buona fama. A parte un paio di nomi piuttosto noti (Onslaught e Xentrix), infatti, la scena, seppur presente, non riuscì a sollevarsi dall’underground, probabilmente più a causa di una scarsa attenzione dei discografici che per altro. Al movimento inglese appartenevano anche i Sacrilege, band in effetti piuttosto peculiare, almeno per l’epoca: partiti come gruppo di U.K. crust punk, con la particolarità della voce sì aggressiva, ma pur sempre femminile, di Lynda “Tam” Simpson, col tempo assunsero sempre più influenze metal, ma senza rinnegare totalmente il passato: il risultato fu che il loro full lenght d’esordio (considerato tale, nonostante la sua ridotta durata), Beyond the Realms of Madness, vivesse di un equilibrio tra le due componenti, e fosse per questo un album caratteristico. Ad ogni modo, il disco in questione ha anche dei difetti, come per esempio una grande uniformità, che se a volte è un pregio, in qualche altro momento fa assaporare la sensazione di già sentito; ma è la produzione ad essere il principale problema, essendo davvero brutta ed influendo perciò sull’intero platter, che altrimenti poteva essere ben migliore. Nonostante queste criticità, altre caratteristiche ben riuscite riescono a rendere l’album in ogni caso interessante, come vedremo tra un attimo.

L’attacco frontale del preludio viene confermato dalla opener vera e propria, Lifeline, un gran pezzo thrash pieno di contaminazioni harcore punk ed in special modo dalla sua branca crust, le quali sono udibili nelle chitarre selvagge e potenti e nella voce della Simpson, veramente aggressiva e che non teme confronti con molti cantanti uomini del genere. Per il resto, il brano, pur essendo forse un po’ ripetitivo, si rivela comunque decisamente buono, in nome di un’ottima energia sprigionata e di una durata non troppo lunga, che comunque fa sentire meno questa sua linearità. Dopo un fantastico intro melodico, per giunta molto bello, parte quindi Shadows from Mordor, un’altra traccia ancorata a coordinate crossover thrash, ma che in qualche modo, col retrogusto doom del fantastico rifferama, fa intuire gli sviluppi futuri del sound band. A parte questo, comunque, la canzone può contare anche su un ottimo assolo del chitarrista Damian Thompson e su un perfetto equilibrio tra un’atmosfera piuttosto oscura e l’energia tipicamente punk, unione che lo rende probabilmente il miglior episodio qui dentro. L’album ritorna su coordinate più tradizionalmente thrash (per quanto le chitarre siano sempre ribassate) con At Death’s Door, la quale ha dalla sua un ritmo non troppo veloce ed un riffage continuo e penetrante, adeguatamente sostenuto dalla sezione ritmica. Ottima anche la frazione centrale, piuttosto oscura ed ossessiva, che le da una marcia in più, facendole raggiungere un livello decisamente buono.

A Violation of Something Sacred si rivela un brano molto rapido, e che punta tutto sulla sua energia (la quale è senza freni, anche se spesso il tempo vira addirittura sul 7/4, peraltro senza che si percepisca), seppur forse qualcosa perda in qualità, rispetto ai pezzi precedenti. Niente paura, però: il suo vigore è comunque più che sufficiente per farla risultare comunque più che discreta, assolutamente adatta, poi, se l’obiettivo è il pogo; buono anche l’assolo, non tecnicissimo ma che si adatta molto bene nel contesto. La seguente The Closing Irony risulta poi un pezzo meno aggressivo e veloce, ma che può contare su un’ottima parte solistica, sia per quanto riguarda la frazione iniziale che quella centrale, e su un ottimo impianto di riff, che la rende comunque sempre interessante, nonostante la somiglianza con le song precedenti. Il resto lo fa l’aggressività della Simpson, la quale ancora una volta riesce a dare qualcosa di più, rendendo il brano ancora di buona qualità. Dopo il solito attacco frontale, parte quindi Out of Sight, Out of Mind, forse la canzone più veloce del lotto, ed anche una delle più punk, sia nel veloce D-beat del batterista Andy Baker(il quale si dimostra comunque puntuale, nonostante i suoni imprecisi della batteria), sia nell’ormai abituale voce crust, sia nel riffage, metallico ma in qualche modo anche contaminato. Al centro vi è un breve rallentamento, ma è solo un momento, prima che si torni a pestare duro, con il disco a concludersi nella maniera più aggressiva possibile.

Dopo questi 26 minuti rapidissimi, è tempo di tirare le somme: nonostante i suoi limiti, già elencati, quest’album è piuttosto buono, e si lascia ben ascoltare. Certo, l’evoluzione verso lidi doom metal, già sentita in minimissima parte qui, quando verrà concretizzata produrrà due dischi ben migliori di questo, come l’ibrido ma ottimo Within the Prophecy ed il totalmente doom Turn Back Trilobite; tuttavia, anche Behind the Realms of Madness è comunque assolutamente degno di essere ascoltato, e posseduto, specie se siete amanti del genere. Se vi piace il thrash più vicino al punk, insomma, dategli una possibilità!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Lifeline03:52
2Shadow from Mordor04:51
3At Death’s Door05:04
4A Violation of Something Sacred04:16
5The Closing Irony04:13
6Out of Sight, Out of Mind03:38
Durata totale: 26.48
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Lynda “Tam” Simpsonvoce
Damian Thompsonchitarra
Tony Maybasso
Andy Bakerbatteria
ETICHETTA/E:Candlelight Records
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