Teeth of Lions Rule the Divine – Rampton (2002)

Negli ultimi anni, in ambito metal (ma anche rock in generale), è fiorito il fenomeno dei supergruppi: quasi ogni genere ha quindi avuto formazioni composte da artisti già famosi, riuniti insieme per produrre uno o più album. A questa moda non ha fatto eccezione nemmeno un sottogenere molto ristretto e di nicchia come il drone doom metal, che già agli inizi degli anni duemila poteva vantare una band come i Teeth of Lions Rule the Divine. Formato dall’unione tra l’anima dei Sunn O))), Greg Anderson (basso) e Stephen O’Malley (chitarra) con il frontman Lee Dorrian, leader degli stoner doom gods Cathedral, e completati dal meno famoso Justin Greaves dietro alle pelli (per lui un’esperienza con gli allora da poco sciolti Iron Monkeys, cult band sludge metal), il gruppo aveva tratto il proprio lungo monicker da una canzone dei fondatori del genere drone, gli Earth: una dichiarazione d’intenti che non viene delusa, visto che il sound generale del loro unico disco fin’ora, Rampton, è proprio un drone metal lento e dalle durate mastodontiche, con in più una produzione volutamente molto grezza, ma adatta alla proposta. Purtroppo, però, come vedremo tra poco, l’album è il tipico prodotto da supergruppo: la qualità delle idee è infatti, come spesso succede in casi del genere, molto altalenante, ed alla fine il risultato finale ne risente, con gli indiscutibili talenti dimostrati da tutti i componenti nelle proprie band madri che rimangono per gran parte inespressi, senza che si riesca a sfruttarli appieno.

La openere He Who Accepts all That Is Offered (Feel Bad Hit of the Winter) comincia con un lungo intro puramente drone, nel quale solo la batteria dell’ottimo Greaves esce fuori dal sottofondo, producendosi in buoni fraseggi come nel vuoto (sensazione acuita dall’effetto eco), che si alternano al silenzio, riempito solo da chitarra e basso; questi ultimi, man mano, aumentano di intensità, finché un vero e proprio riff spunta fuori, lento e doomy, con la batteria ad arrestare allora la propria processione, per seguire il nuovo corso, il quale comunque rimane ancora sul mood d’attesa. Dopo questi quasi nove minuti di preludio, di qualità decisamente buona, la canzone entra nel vivo con l’arrivo in scena del lugubre e strascicato cantato di Dorrian, molto diverso da quello usato solitamente nei Cathedral, mentre il ritmo si mantiene su tempi lentissimi, ed il riff rimane sempre simile a se stesso, con giusto qualche variazione; a lungo andare, però, il tutto risulta abbastanza noioso e statico, fatto non aiutato certo dai ventinove minuti di durata del complesso, e da un’apparente stanchezza di molti momenti, con la sensazione persistente che la band, invece di concentrarsi sulle idee, abbia semplicemente voluto esagerare per quanto riguarda la lunghezza e l’ossessività, null’altro. A risollevare il brano dall’insufficienza ci pensa però il lungo stacco centrale, niente di eccelso ma comunque una frazione di buona qualità buona (per quanto i difetti del resto del pezzo non spariscano certo del tutto); discreta anche la lunga coda drone ambient, seppur certo anch’essa non sia qualcosa di poi così grandioso, ed la composizione nel complesso risulti appena decente.
New Pants and Shirt, la traccia più breve del lotto (“solo” sette minuti) è una cover deiKilldozer, band noise rock attiva a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, peraltro molto rielaborata: quando la prima era un mid tempo con sonorità non troppo distanti, addirittura, dall’heavy metal più contaminato dall’industrial degli eighties, essa consiste di un brano decisamente lento ed incessante, che stavolta non annoia, essendo comunque ossessivo al punto giusto, senza esasperazioni di sorta, e presentando anche qualche variazione che contribuisce a tenere alta l’attenzione. Buon episodio, dunque, nonché il migliore del disco. Segue poi The Smiler, altro pezzo lunghissimo e molto ossessivo, il quale seppur come qualità si confermi al di sopra della opener, essendo meno sopra le righe ed avendo alcune spunti interessanti, consta di un livello medio che non riesce lo stesso ad arrivare alla bontà: troppi infatti i momenti morti, troppo fiacchi e che si trascinano svogliatamente fino alla propria fine. Discreta la parte centrale, comunque sia, molto spaziale ed in cui i synth e la voce echeggiata dominano, creando un’ottima atmosfera (la grande assente del resto del disco) eterea e darkeggiante, e buona anche la coda soffusa che la segue, che continua nel mood sulla stessa falsariga, per quanto entrambe soffrano ancora dei problemi principali del disco; buona, ed anche più, è poi la parte finale, molto rumorosa, vorticosa, e che riesce a creare un mood decisamente oscuro (proseguente anche nel finale del tutto noise), facendoci rimpiangere ciò che questo disco poteva potenzialmente essere.
Quello che abbiamo qui, insomma, non è un disco ignobile; ma certamente nemmeno esaltante, visto che nonostante la propria indiscussa caratura, gli artisti coinvolti non eseguono altro che il compitino, e poco altro. Acquistate quest’album, perciò, solo se siete completisti, o se come me siete fan sfegati di qualcuna delle band madri dei membri; altrimenti, potete tranquillamente tralasciare Rampton, buttandovi invece sui vecchi dischi dei Sunn O))) o degli Earth.

Voto: 60/100

Mattia
Tracklist:
  1. He Who Accepts all That Is Offered (Feel Bad Hit of the Winter) – 29:25
  2. New Pants and Shirt – 07:02
  3. The Smiler – 17:52
Durata totale: 54:19

Lineup:

  • Lee Dorrian – voce
  • Stephen O’Malley – chitarra
  • Greg Anderson – basso
  • Justin Greaves – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: drone doom metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento