Helloween – The Dark Ride (2000)

Passato il successo di fine anni ’80, i primi nineties furono un periodo molto magro, per gli Helloween: dopo l’uscita di Kai Hansen, il quale cominciò da subito ad avere un ottimo successo con i suoi Gamma Ray, la band produsse un paio di album sottotono, che scontentarono gran parte dei fan. Perso anche Michael Kiske (e pure il drummer Ingo Schwichtenberg, che tragicamente si suiciderà nel 1995), la band sembrava sull’orlo dello scioglimento: tuttavia, Michael Weikath, insieme al fidato Markus Grosskopf, decise di andare avanti, reclutando il cantante Andi Deris ed il batterista Uli Kusch. La formazione a cinque (comprendente anche Roland Grapow alla chitarra) incise da allora una serie di dischi che riportò su il nome delle Zucche di Amburgo, culminata con l’uscita di Better Than Raw del 1998, full lenght grandemente acclamata da fan e critica. Due anni dopo, nuovamente un cambiamento radicale: esce The Dark Ride, l’album di sicuro più peculiare nell’intera carriera dei tedeschi. Abbandonato infatti l’happy metal che il gruppo stesso aveva contribuito in massima parte a creare, nell’ultimo anno del secondo millennio giunge nei negozi un album a tinte fosche, in cui si arrivano quasi a toccare vertici horror metal, per le atmosfere evocate: il risultato fu assolutamente spiazzante, ma nonostante ciò, come vedremo tra un attimo, a tanti anni di distanza esso risulta di qualità decisamente buona. Prima di cominciare, una nota per la produzione, ad opera diRoy Z e Charlie Bauerfeind (che, fatto particolare, sono riportati nel booklet con tanto di foto): è molto cupa e tagliente,  adattissima perciò al sound particolare del disco, il quale ne viene decisamente valorizzato.
Si comincia con Beyond the Portal, un semplice intro d’atmosfera, tenebroso nelle sue atmosfere, e che in virtù di ciò introduce bene la diversità di questo album rispetto agli altri della band. La prima canzone vera e propria è Mr. Torture, brano leggermente più spostato verso lo speed power tedesco, ma che può tranquillamente essere accostato al passato, dal punto di vista dello stile, distaccandosene però sensibilmente per quanto riguarda le atmosfere: abbiamo infatti un feeling cupo, sottolineato sia dai riff, bassi e darkeggianti, sia dal tappeto di tastiere, quasi da film horror, sia nel cantato di Deris, più aggressivo che in passato, e che si adatta bene al contesto. Nonostante la sua particolarità, il pezzo è lo stesso molto buono, merito di ritornelli in qualche modo happy, ma in una maniera molto meno pura e decisamente più folle che in passato, di una composizione attenta, nonché della già citata atmosfera. All over the Nations, che segue, si rivela una traccia in controtendenza rispetto a ciò che ha intorno, poiché pur presentando tonalità ancora cupe, il suo mood è più solare che altrove, grazie anche a dei lead di chitarra sparsi qua e là, e ad un cantato speranzoso. Ad abbassarne il valore giunge il chorus, oltre che poco efficace anche troppo simile a quello di The Guardians of Mankind dei Gamma Ray; ciò malgrado, però, la canzone si rivela comunque di qualità più che discreta. Si torna all’oscurità con Escalation 666, song moderna, atmosferica grazie alle lente tastiere e dal retrogusto addirittura groove metal, difficile persino da definire power, vista la velocità che non sale mai sopra il mid tempo, e l’assenza di stacchi di doppia cassa; nonostante ciò, tuttavia, a mente aperta essa è anche tra le migliori del disco, grazie al martellante riff, al bellissimo e tetro ritornello, all’ottimo assolo e soprattutto alla malvagità sprigionata, intensa come poche volte nel genere. La successiva Mirror Mirror è una traccia più rapida, ma l’atmosfera rimane la stessa, come anche l’aggressività; ciò è possibile grazie a momenti soffusi e lenti ad alternarsi, per giunta amplificandoli, a momenti molto duri, in cui il riffage è veramente incisivo, e riesce davvero a fare la differenza. Ottima la corta parte centrale, meno oscura, giusto un preambolo per il bell’assolo, ciliegina sulla torta di un episodio piuttosto breve ma comunque eccellente. Il primo lento, If I Could Fly, è anch’esso particolare, essendo sì melodico, ma presentando anche chitarre quasi sempre distorte e taglienti; il resto lo fa il pathos intensissimo di tristezza che la band riesce ad inserire qui dentro, a partire da Deris ma passando anche per ognuno degli altri musicisti,  per un capolavoro di potenza e sentimentalismo. La seconda eccezione alla regola del disco è Salvation, pezzo che riecheggia del passato, essendo un brano puramente power, energico ma allegro, che contagia con la propria carica e non risulta per nulla fuori luogo, bensì un ottimo intermezzo a spezzare la cappa oscura aleggiante sul resto. Ottimo anche il ritornello, che si lascia cantare benissimo, seppur anche stavolta vi sia da segnalare una somiglianza notevole con quello di Father Time degli Stratovarius; anche in questo, come nel caso precedente.
Un riff possente, e che più vigoroso non si può, poi comincia The Departed (Sun Is Going Down), altro mid tempo dal mood nero come la pece, fatto sottolineato anche da alcuni elementi di retrogusto addirittura nu/alternative metal, che però inseriti nella struttura non danno una cattiva impressione, anzi, essendo in ogni caso ben funzionali al complesso. Il resto lo fa il bel coro del ritornello, anch’esso oscuro ma giusto sfogo delle tensioni create in quasi tutto il resto di questa splendida canzone, tra i migliori pezzi in assoluto qui dentro. Per quanto riguarda I Live for Your Pain, oltre ad essere tutto un programma, il titolo descrive anche bene il contenuto della traccia, la quale non raggiungerà certo livelli brutal death metal, ma in quanto aggressività ne ha comunque da vendere, grazie ad un Deris mai così feroce, ed a momenti meno elettrici che riescono ad evidenziare ancora meglio le parti più potenti, le quali hanno un riffage con più di un retrogusto addirittura del primo death svedese e del groove; Il tutto, unito insieme, risulta ancora una volta anche più che buono. La terza ed ultima eccezione del disco, We Damn the Night, è un brano a metà tra quanto sentito in passato ed il sound del disco, presentando infatti un sound crepuscolare ma mai troppo darkeggiante, che confluisce in un ritornello aperto e quasi solare; ancor più luminosa è la frazione centrale di tastiere, probabilmente il momento più allegro del platter, seguita poi da un bel solo, per gran parte neoclassico, il quale porta al gran finale, col nuovo ritornello corale; nel complesso, una canzone nuovamente ottima, e che certo non stona col resto. La seguente Immortal è un’altra semi-ballad, meno oscura della media del disco, ma nonostante ciò per nulla gioiosa, presentando al contrario un feeling parecchio disperato, un po’ nascosto nelle strofe, soffuse o pesanti che siano, ma che esplode in tutta la sua potenza nell’intensissimo ritornello, da cantare a squarciagola; ottime comunque, qui come in tutto il disco, le tastiere di Jörn Ellerbrock (musicista con la band fin dagli anni ’80, anche se mai integrato in formazione), in questo caso sinfoniche e che riescono davvero ad emozionare, dando alla composizione una marcia in più e facendole raggiungere un livello ancor più alto. Dopo un intro di musica da luna park, che si trasforma presto in qualcosa di orrorifico (con tanto di voce malvagie), parte The Dark Ride, una mini-suite potente e della stessa oscurità sperimentata in precedenza, che ha dalla sua un ottimo riffage, un ritornello molto buono e quasi epico nella sua costruzione, ed una seconda parte grandiosa. Quest’ultima è inizialmente lento e con un pathos intenso, quasi di tristezza, molto trascinante; un breve interludio, quindi arriva un momento in gran parte strumentale e praticamente spensierato, Il quale termina con un assolo che passa in breve di mood dal positivo al negativo; il brano si sposta quindi su coordinate power neoclassico, prima che il pathos torni a farsi sentire, ed il tutto si spenga con un lungo e grandioso coro, dopo oltre otto minuti, rivelandosi, per quanto non certo all’altezza di una Halloween o di una Keeper of the Seven Keys, un finale del tutto appropriato al disco.
Alla fine dei conti, insomma, questo disco si rivela di alta qualità, riuscendo ad arrivare al livello addirittura di capolavoro. Purtroppo, però, il fatto che all’epoca dell’uscita l’album non fu ben accolto lo fece rinnegare presto alla band, dalla quale Kusch e Grapow, essendo a detta di Weikath i responsabili del suo sound particolare, vennero espulsi giusto l’anno successivo; The Dark Ride rimane per questo un episodio più unico che raro della carriera delle Zucche, purtroppo. Ad ogni modo, se vi piace il power, ma non disdegnate sonorità anche più oscure e moderne, e non avete la mente chiusa su determinati stilemi, questo disco potrà piacervi veramente tanto: non sottovalutatelo, perciò, ma fatelo vostro!
Voto: 90/100
Mattia
Tracklist:
  1. Beyond the Portal – 00:45
  2. Mr. Torture – 03:28
  3. All over the Nations – 04:54
  4. Escalation 666  04:25
  5. Mirror Mirror – 03:44
  6. If I Could Fly – 04:09
  7. Salvation – 05:43
  8. The Departed (Sun Is Going Down) – 04:36
  9. I Live for Your Pain – 04:00
  10. We Damn the Night – 04:06
  11. Immortal – 04:05
  12. The Dark Ride – 08:48
Durata totale: 52:43
Lineup:
  • Andi Deris – voce
  • Roland Grapow – chitarra
  • Michael Weikath – chitarra
  • Markus Grosskopf – basso
  • Uli Kusch – batteria
  • Jörn Ellerbrock – tastiere (guest)
Genere: power metal
Sottogenere: dark power metal

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